Ero un ragazzo forsennato. Conversazione di compleanno con Jovanotti

Sessant’anni di curiosità, musica, flussi di coscienza e camicie aperte fino all’ombelico. La novità è che Jova adesso si muove meno, ma sempre più di chiunque altro, e si accorge del passato. Da quando vedeva Gigi Proietti in tivù e pensava: magari faccio teatro dopo il liceo. Spalancare la testa e le braccia, andare via di casa incontro al mondo e cercare sempre la fatica e quello che non sai

26 SET 26
Ultimo aggiornamento: 08:24
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A gennaio saranno trent’anni dalla mia prima intervista a Lorenzo Cherubini, e ho imparato almeno una cosa: è inutile portarsi da casa domande. Non perché Jovanotti sia il tipo di famoso che “a questo non rispondo”, ma perché il tizio che oggi fa sessant’anni e ancora porta vezzosamente il nomignolo da pirla fa sembrare Leopold Bloom uno a corto di parole, e una qualsivoglia domanda ti parrà già mentre la formuli noiosissima e uno spreco del vostro tempo: gli tocca rispondere a qualche banalità, quando potrebbe prodursi in uno dei suoi flussi di coscienza.
“Tutto assomiglia a tutto, e questo è un bel casino. Il diritto d’autore nasce ai primi del Novecento, la Siae se la inventa Ricordi, non è che c’ha tremila anni, prima Mozart prendeva dei pezzi di Haydn: pensa Bach, che l’hanno saccheggiato tutti. Io non ci credo, nel plagio: io rifaccio una canzone, è un’altra roba. Il rock’n’roll c’ha sempre lo stesso giro, è fatto col giro di blues con cui sono fatte centomila canzoni. Quando vedo su Instagram questi che a Sanremo svelano i plagi: è un passatempo, ma è una stronzata. La canzone di Giorgia che ha un passaggio uguale alla Sera dei miracoli: Dalla avrebbe riso. Non toglie niente: se tu mi entri in casa e rubi le lenzuola io non ho più le lenzuola, se mi rubi il giro armonico io continuo ad avercelo. Se non ci fosse l’imitazione non esisterebbero le cose che facciamo: tu usi una lingua che mica ti sei inventata te. E’ un dibattito da mediocri, ma gli artisti fanno un altro mestiere: gli artisti rubano. Poi certe cose funzionano, certe no: il copiaticcio lo senti, mica c’è un metodo. Perché ci si innamora? A volte vedi delle coppie improbabili: perché stanno insieme? Non lo so, saranno cazzi loro. Come dice De Gregori: saranno cazzi di Bob Dylan”.
Sono tentatissima di levarmi da questa conversazione per i suoi sessant’anni, di trascrivere solo il suo divagare, di non dire neanche quello che non: quello che non ho chiesto, quello di cui non abbiamo parlato, quello che ho capito di non poter fare. Per esempio, un pezzo su cosa succede quando ti chiami Jovanotti e hai l’età di quando tuo nonno metteva la dentiera nel bicchiere. Vent’anni fa lo intervistai che stava per compiere quarant’anni e io stavo per compierne trentaquattro: a rileggerlo, quell’articolo tutto su quanto siamo ormai decrepiti, rido, e piango, e invece di fondermi con il cielo e con il fango mi domando come facessi a non sapere che eravamo due bambini. Non voglio ripetere l’errore, anche perché proprio mentre scrivo c’è sulla copertina di GQ il sessantaquattrenne Tom Cruise più in forma d’un ventenne, e insomma poi magari a ottanta mi rileggo e dico ma no, siamo vecchi adesso, mica allora. Però a un certo punto Lorenzo parla del documentario su di lui che uscirà a novembre, io non l’ho ancora visto ma nel trailer c’è un momento in cui dice che a fine concerto “succede qualcosa per cui il passato diventa tanto e il futuro diventa meno”, e allora interrompo il suo monologo esteriore per citargli un passaggio di Martin Amis, La vedova incinta: “Con l’approssimarsi del cinquantesimo compleanno, cominci a sentire che la tua vita si diluisce, e continuerà a diluirsi, fino a ridursi in niente. Poi i cinquanta arrivano e se ne vanno, e i cinquantuno, e i cinquantadue. E la vita si addensa di nuovo. Perché in te adesso c’è un’enorme e insospettata presenza, come un continente inesplorato. Parlo del passato”. Annuisce: “E’ così, proprio. Io non l’ho mai cagato, il mio passato: adesso cago solo il mio passato. Mi rendo conto che è lì continuamente. Se faccio un esercizio alla Gurdjieff di osservare sé stessi, mi rendo conto che quando sono a cena con la gente son diventato aneddotico, ho sempre le stesse storie, le mie hit di racconti della vita”.
Una cosa che mi ero ripromessa, venendo a chiacchierare con Lorenzo che mi ha accolta indossando una camicia rosa aperta fino all’ombelico, un Ranucci più belloccio, era di non trascrivere nessuna sua frase che contenesse nomi famosi: mi pare che le interviste siano diventate un catalogo di “parlami di Altro Tizio Famoso”, un po’ come i duetti su Spotify fatti per allargare il pubblico. Però cedo subito, perché parliamo dell’intelligenza artificiale, io dico che è pericolosa, lui dice che l’aggettivo giusto è “invadente”, ma che magari se fa lei fa meglio di noi, che “finora non è che abbiamo brillato: magari crea un governo del pianeta saggio”. E a quel punto racconta cosa ne dice Jack Dorsey, colui che prima di Musk era proprietario di Twitter, e che ora, un po’ perché ha una casa in Toscana un po’ perché è amico d’un produttore con cui Lorenzo ha lavorato, è una delle persone da cui Lorenzo si fa spiegare cose (Lorenzo è curioso di tutto, si farebbe spiegare cose da chiunque).
“Metti che domani vai a vedere il tuo estratto conto e non c’è più niente, l’intelligenza artificiale ti ha fatto il prelievo forzoso: lui dice che il rischio è questo. Lui dice voi state a discutere del free speech, ma il free speech non vale niente, il problema è la free will, ovvero che tu non governi quel che fai, che lei fa per te. Lui dice: la soluzione sono le criptovalute”. Ma perché l’intelligenza artificiale dovrebbe essere in grado di impossessarsi degli euro e non dei bitcoin? “Questo non lo so. Ogni volta gli dico Jack, io non riesco a capire niente di quel che dici: sono scemo io, o sei molto intelligente te? Ogni frase che mi dici, quando arrivi alla fine io mi sono dimenticato l’inizio”.
Smaltiamo subito il capitolo corpo. Da quando ti sei rotto il femore è impossibile parlare di te senza parlare del tuo corpo. “L’incidente fa parte di questo schema: l’ho fatto perché mi mettevo in pericolo. Andavamo quindici giorni in vacanza e mi portavo la bici, un marito perbene non lo fa”. Però è colpa anche della moglie che lo porta in un posto per lui infernale. “Io non posso stare in un compound dove giocano a golf, è contro la mia religione. C’è un racconto di Junot Díaz che dice che quello è l’inferno, e lui è dominicano. Però insomma, andavamo lì, potevamo stare tranquilli...” (Domanda non fatta: ma che differenza c’è coll’andare da un concerto all’altro in bicicletta come hai appena fatto? Le strade della bassa Italia sono meno pericolose di quelle della Repubblica Dominicana?)
Il racconto cui si riferisce Lorenzo è del 1998, l’io narrante di Junot Díaz porta la fidanzata nello stesso complesso per ricchi fuggendo dal quale Lorenzo si sarebbe poi sfracellato in bicicletta, Casa de campo. Díaz lo definisce “un resort dimenticato dalla vergogna”, dove i soli dominicani che incontri sono quelli che devono cambiarti le lenzuola, e dove ci si va a rilassare dopo aver oppresso le masse. Lorenzo dice che sembrava di stare in un libro di Houellebecq, e che “io non ce l’ho lo sguardo caustico dell’autore ironico, io quell’approccio lì non l’ho mai frequentato se non in privato, quindi quel posto non mi serve a niente”. Se non puoi farci un racconto per il New Yorker, che te ne fai di una vacanza in un posto pieno di campi da golf? Toni Morrison diceva che gli artisti, senza una forma d’arte, diventano pericolosi. Per sé stessi innanzitutto.
Dopo la rottura (del femore e della clavicola), Lorenzo è tornato in bici ed è tornato sul palco: “Il corpo lo riadatti. In questo spettacolo stavo fermo quasi tutto il concerto, mi muovevo pochissimo. Tempo fa ho visto Bowie in tv, pezzi della madonna, e lui inchiodato sul palco, piccolissimi movimenti. Ma quando fa quel movimento, apriti cielo. Sono stato forsennato per sessant’anni, adesso mi muovo ancora di più rispetto a qualunque cantante italiano di sempre ma, rispetto a me stesso, meno”. Gli racconto di quella volta che De André chiese a Guccini come facesse a fare quei concerti in cui stava sempre sul proscenio a cazzeggiare sul pubblico, disse che lui aveva mal di schiena e doveva star seduto. Lui mi dice che De André era più bardo intimista, Guccini più da osteria, e poi usa il suo trucco preferito: fa da solo, domande e risposte. “Perché ci piacciono gli artisti? Perché ognuno porta un mondo. Qual è che non ci piace? Quello che sembra un altro”.
Poi fa un’altra sua cosa preferita, che è buttarla sulla religione. “Una grande canzone è una cosa che tu celebri su un altare, tu sei uno strumento. Ora non prendermi per il culo, ma una volta offrivi a Dio tuo figlio: una canzone è un’offerta a Dio. E’ una cosa di cui tu sei strumento, arriva come la grazia, che è immeritata ed è la cosa più bella del cristianesimo. Quegli altri hanno il karma, ma il karma non mi convince, il karma è una regola: una religione non può essere una lista di regole. Come te la spieghi la grandezza? La grandezza la riconosci, ma non la spieghi. Come fai a spiegarti i Beatles? Come fai a spiegarti Michael Jackson, Thriller? Sì, poi ci sono le belle canzoni, le canzoni di successo. Ma la grandezza?”. L’obiezione a Taylor Swift più sensata che abbia mai letto è “dov’è la sua Billie Jean?”, forse la grandezza è come il coraggio di Don Abbondio. “Sono d’accordo, però piace molto alla Teresa”. E tu sei della generazione di genitori che si fanno dettare i gusti dai figli. “Io ho proprio stima di lei, ho stima di quello che pensa. Mi fa incazzare perché pensa molto, dovrebbe pensare meno, il pensiero è sopravvalutato, e lei è molto testa, troppa testa. Però ha un ottimo gusto, e ama molto Taylor Swift. Ma è per i testi, e per me concentrarmi sulle parole di Taylor Swift è un po’ troppo”.
Quando ci incontriamo, Lorenzo – che a un certo punto di questa conversazione butta lì “Il sud è ancora quello di Camus” – ha appena usato una sosta del tour per andare a visitare il santuario di Padre Pio, ha anche la maglietta, è entusiasta del merchandising, mi spiega che le vendite sono un po’ in ribasso rispetto a inizio secolo, il momento d’oro delle due serie su Rai 1 e Canale 5. Mi spiega che ora è molto fan, ma finora non se l’era filato, Padre Pio, per mancanza di testi: “Non ha mai scritto niente, san Benedetto ha scritto La regola, san Francesco ha scritto Il cantico delle creature, santa Caterina ha scritto fin troppo, infatti non l’ho letta, perché è tipo te, scriveva dei Substack infiniti, ’ste cazzo di lettere agli imperatori: era avvelenata. Lui non scriveva, rispondeva solo oralmente, oppure in teletrasporto” (nota per critici senza senso del tono: sì, Lorenzo sa che si chiama bilocazione e che Padre Pio non era il capitano Kirk).
“Io sono internet prima che internet esistesse: ero io, internet, ero un ipertesto. La confusione, gli incroci: hanno sempre fatto parte della mia vita. La mia fortuna è stata crescere in un tempo che ha preso forma dopo. Il culo è nascere in quella strada lì: io qui c’ho il Vaticano e qui c’ho la Roma che negli anni Settanta era con le pecore. Adesso Monte del Gallo è una zona cool, quando ero bambino io c’erano i campi, c’erano le officine dove portavano i pezzi di ricambio rubati, era tutt’un mondo pasoliniano, il mondo di Mamma Roma era tutto dietro casa mia, e davanti c’era il Vaticano, i cardinali, il Concilio, la meraviglia, la storia. In classe mia c’era un bambino che aveva la madre che era una prostituta. Io non lo sapevo, per me era una donna meravigliosa, biondissima, con dei capelli enormi. Ogni tanto veniva a prenderlo, poi mi dissero ‘la mamma di Marco è una mignotta’, ma non sapevo precisamente cosa fosse, sapevo che c’era qualcosa di pericoloso, aveva gli stivali fino al ginocchio. Quella roba lì mi ha spalancato la testa, e in questo spesso non mi capiscono. Meno male che ho avuto questo imprinting, che mi piace Fellini. Io sono proprio cattolico: Gesù Cristo fa il primo miracolo alle nozze di Cana. Poi guarisce la gente, ma il primo con cui entra in scena ha a che fare con la festa. Per me è inconcepibile dire agli altri cosa devono fare, io sono curioso, poi resto sempre un po’ sulla porta delle situazioni, però vado a vedere. Non voglio stare nei club. Ho iniziato facendo il rap e ho smesso perché il rap è diventato una scena: si parlava del rap italiano, io l’idea di essere accorpato, ma che volete, io sono io. Non sono mica convinto che Degas volesse essere catalogato come un impressionista”.
Jovanotti non doveva essere Jovanotti, il che mi sembra sempre una favolosa dimostrazione di quanto siano scemi gli slogan sull’inseguire i propri sogni: a volte i tuoi talenti sono roba in cui inciampi, mica pianificazioni. “Quando ero ragazzino vedevo Gigi Proietti in tv, aveva questa scuola di teatro, pensavo magari quando finisco il liceo provo a farmi prendere. Io mica volevo scrivere canzoni, io volevo fare il dj. Non avevo ambizioni, quando ho iniziato a lavorare in discoteca per me era già finita, ero arrivato. Pensavo che magari sarei stato un grande produttore di musica dance, tipo Moroder, magari avrei avuto una radio. Avevo fatto il provino a Discoring. Mi chiamò Cecchetto, mi disse mia moglie ti ha visto lavorare in discoteca, le sei piaciuto, vieni a Milano. Claudio, vengo, però ho fatto già un provino a Discoring e mi hanno preso. Non ti voglio influenzare, però guarda che questi treni passano una volta sola. Io dentro di me avevo la percezione che Discoring fosse già vecchio, perché era proprio Rai Uno, e Deejay Television era modernissima. Le canzoni le ho scritte perché me l’ha detto Claudio. Sarebbe andata bene uguale, però con Claudio ho imparato un sacco di cose. ‘Autostima’ non vuol dire pretendere cose, secondo me: ‘autostima’ vuol dire sapere dove stai. Sto facendo questa cosa, mi servirà a qualcosa, no?, sto in mezzo alla gente, magari imparo pure qualcosa. Io volevo andarmene di casa, essere indipendente, ma non ho mai chiesto un compenso, ho sempre detto ‘fate voi’”. (Domanda non fatta: tu che devi trasferirti a Milano per forse lavorare a Deejay e nella notte svegli tua madre e lei ti dà cinquecentomila lire che ti dovranno durare finché non ti pagano, quel tipo di cominciare dal niente lì è una roba che a Teresa non capiterà mai. E’ un vantaggio o un handicap?)
A un certo punto mi dice “Quando c’era iTunes, che potevi mettere i voti, io mi mettevo cinque stelle a palla: c’avevo un nome finto e mettevo ‘disco bellissimo, miglior disco di Jovanotti’”, e allora gli chiedo di raccontarmi il mio aneddoto jovanottiano preferito. 2002, un suo disco che va meno trionfalmente del solito, lui che ha un blog e, facendo venire un coccolone ai professionisti della comunicazione, decide di scrivere che ci sono talmente tanti cd invenduti che la casa discografica li usa per piastrellare i bagni. “Era proprio un racconto: è Natale e io sono il disco di Jovanotti, e siamo in tantissimi qui nei magazzini, e vedo gli altri dischi uscire, e io li saluto dicendo buon Natale, dove andate?, andiamo a casa di altri, e noi passeremo il Natale qui, invenduti, e siamo tantissimi. Mi hanno chiamato dalla Universal chiedendo se ero matto, i giornali hanno fatto articoli ‘la sincerità dell’artista’”. E non c’erano i social. Pensa oggi, ci pasteggerebbero un mese.
“Simone Weil diceva che l’attenzione è una forma di preghiera. E’ vero: l’attenzione è già una preghiera, e io ho imparato quant’è importante ma non ho imparato a praticarla. Uno dei rimproveri, giusti, che ricevo a casa è che penso solo a me, ed è vero, però che ci posso fare? I guru di Instagram ti dicono che dove metti la tua attenzione sta la tua energia. Io per esempio rifiuto tutto l’entertainment crime: preferisco investire la mia attenzione su Heidi. Su Amazon Prime c’è tutta, è bellissima. Purtroppo non c’è Candy Candy”. Questa cosa dell’attenzione mi ricorda che, in quella prima intervista in radio ventinove anni fa, la tua nuova canzone era Bella, e la prima cosa che ti domandai fu perché ti fossi finto fornaio per scrivere una canzone d’amore, e tu dicesti che l’amore va curato come il pane. “Meno male. Non me la ricordavo, questa cosa, però il pane è un simbolo, se non stai attento si brucia. Morandi dice che se in una canzone metti la mamma e il latte sarà un successo, ma secondo me è un ragionamento che ha fatto dopo, è tutta farina del sacco di Dalla, che era uno che ti diceva tutto quel che dovevi mettere nelle canzoni”.
Di Morandi, della loro amicizia senile – “lui è più giovane di me, rifiuta la vecchiaia, io la sto abbracciando. A me piacciono i vecchi leoni, perché in questo mestiere mi rendo conto che durare tanto è difficilissimo” – e delle canzoni che scrive per lui a un certo punto mi dirà: “Non è una collaborazione, è un’amicizia: è un’altra roba”; e anche: “Ha un istinto per lo show come non ce n’è, Celentano forse ha quel tipo di intuito animalesco per il palcoscenico”. Gli chiedo se anche a lui sia capitato, come a me, di capire solo da adulto quanto sono preziosi i vecchi, e di essersi pentito di non essersi filato qualche venerato maestro da ragazzino. “Una volta ero in aeroporto ad aspettare i bagagli, e c’era Bruno Lauzi. E’ venuto da me, molto gentile, e io l’ho trattato un po’ come un anziano: ah, piacere. Poi anni dopo ho sentito un suo pezzo e ho pensato: ma questo è un pezzo della madonna, senti com’è scritto. Ma siccome quand’ero adolescente lui faceva delle canzoni per bambini, io l’avevo catalogato così, e quel giorno non fui ossequioso come avrei dovuto”.
Invecchiando si diventa i propri genitori? “Mio babbo pensava di avere un diritto divino rispetto a tutto, era proprio una rockstar, grande raccontatore di cazzate. A me ricorda molto Giuliano Ferrara, nel tono, quando leggo Ferrara mi sembra di leggere mio padre, che se incontrava un comunista in piazza a Cortona diceva che era fascista, se incontrava un fascista gli diceva che i fascisti erano delle merde. Era un po’ il Bertinotti di Guzzanti, gli piaceva far casino, litigava con tutti e poi lo compravi con niente”. Quindi la risposta è sì: tu questa cosa di annoiarti con chi ti dà ragione ce l’hai tantissimo. “Tantissimo”.
Forse la bicicletta non è un mettersi in pericolo, ma è il compimento della vera perversione di Lorenzo: stancarsi. “A me piace la fatica, per me la fatica è proprio una ricerca, mi piacciono le cose che non capisco, i libri dove mi perdo nello stile: non sono mai stato un lettore di gialli, perché nei gialli la trama è tutto. I musei sono diventati pieni di didascalie, io le abolirei: entri, vai a sbattere contro una roba che ti piace, mica lo sai che è Raffaello. Devi essere esposto soprattutto a cose che non capisci, a scuola devi avere delle fascinazioni, il professore dev’essere bravo a creare un clima di mistero. Mi sono accorto che negli ultimi tempi mi disinteresso anche alla musica nuova che esce, tanto se c’è qualcosa che vale, in questo marasma, mi raggiunge. Prima predicavo ‘bisogna innamorarsi sempre del nuovo’, ora sono pentito”. (Domanda non fatta: e allora tutta la fiducia accordata a Taylor Swift la ritrattiamo?)
L’ultimo fotogramma è degli anni Ottanta, Lorenzo va ancora a scuola, il pomeriggio fa il dj in una radio romana, e ha evidentemente già capito che la più importante istituzione culturale del paese è Publitalia. “Quando lavoravo in radio, a Roma, si chiamava radio Jolly, era una radio che si sentiva a malapena nei tre quartieri intorno all’Aventino, avevo registrato, dalla radio vera sulle cassette, le pubblicità della Coca-Cola, del cornetto Algida. Lì avevo come sponsor ‘parrucchiere da Angela’, invece volevo far vedere che avevo gli inserzionisti grossi. Non solo: pensavo ‘mi sentono solo nel quartiere, a Milano non mi sentono, non mi possono contraddire’. Quindi io dicevo ‘ciao amici, trasmettiamo da Roma, ma oggi voglio salutare gli amici di Milano che ci stanno ascoltando’, e nessuno mi ha mai detto ‘Guarda che sto a Milano e non ti sento’, non sentendomi”.