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San Siro a tutti i costi, la bolla immobiliare della musica italiana
Tra concerti-evento, biglietti premium e ricavi che vanno oltre lo show. Annalisa prepara il debutto, Cremonini fa un passo indietro

Una veduta dello stadio di San Siro gremito dai fans di Vasco Rossi in attesa del primo concerto di sei date a Milano, 1 giugno 2019 (Ansa / Matteo Bazzi)
“Lo stadio deve essere una festa, il coronamento di una storia d'amore lunga anni con il tuo pubblico, non una gara a chi ce l'ha più grande”. Quando Tiziano Ferro disse queste parole nel 2023, aveva già intuito il problema. Oggi esibirsi in uno stadio non è più il premio massimo per la carriera di un artista ma è diventato il punto in cui si concentrano alcuni dei valori più alti dell'industria del live: pubblico, ricavi, visibilità e status.
Secondo il Rapporto Siae, nel 2025 le grandi venue (stadi, arene e strutture capaci di ospitare almeno 30 mila persone) hanno rappresentato lo 0,4 per cento degli eventi e concentrato il 35,6 per cento della spesa complessiva nei settori del pop, del rock e della musica leggera. Ed è in questo segmento ristretto del mercato che San Siro diventa un caso. Non solo perché è uno dei pochi impianti capaci di ospitare grandi numeri ma anche perché si trova a Milano, il centro italiano dell'industria musicale. Come in un immobile di pregio, conta anche la posizione: esibirsi lì significa conquistare uno dei luoghi più riconoscibili e ambiti del mercato, certificando così la propria consacrazione.
Nel 2025 San Siro è stata la struttura italiana con più spettatori, accogliendo complessivamente 971.850 presenze in 18 concerti. La sua centralità si misura anche nella sua storia, che negli anni ha visto esibirsi generazioni diverse di artisti. Vasco Rossi ha cantato al Meazza per la prima volta nel 1990, Ligabue nel 1997, Ultimo nel 2022 e Blanco nel 2023, a soli vent'anni. Annalisa debutterà il 12 giugno 2027, dopo più di 15 anni di canzoni. Una volta raggiunto San Siro, la carriera acquista un nuovo valore anche agli occhi del mercato.
Ma una carriera deve necessariamente tradursi in concerti sempre più grandi? Non per Cesare Cremonini che, arrivato per la prima volta a San Siro nel 2018 dopo quasi vent'anni di attività, ha scelto di fare un passo indietro proprio quando avrebbe potuto continuare a riempire gli stadi. Ora, con il nuovo disco “Amateur” in uscita il 23 ottobre, ha deciso di tornare nei palasport. Una scelta resa possibile da una legittimazione già raggiunta. Perché San Siro può essere il punto più alto, senza diventare per forza la misura di ogni tour successivo.
Ma se per l'artista la crescita di scala può essere una scelta, per il mercato significa anche cercare di ricavare più valore da ogni singolo concerto. Secondo il Premium Audience Survey 2024 di Live Nation, le esperienze vip e premium oggi generano il 18 per cento dei ricavi della musica dal vivo, contro il 9 per cento del 2019. La logica è quella della rendita: non basta più vendere un posto, bisogna vendere la posizione, l'accesso e l'esperienza che quella posizione garantisce. Lo show assomiglia così sempre più a uno sviluppo immobiliare, con prezzi determinati dalla posizione e dall'esclusività dei servizi.
Anche il sold out va letto con un filtro contabile. La capienza nominale di San Siro non coincide con quella realmente vendibile, perché palco, regie e sicurezza rendono indisponibili alcune porzioni dello stadio. La scarsità dei posti disponibili alimenta così il valore percepito dell'evento, mentre l'acquisto del biglietto diventa il primo atto dello spettacolo, con code virtuali di centinaia di migliaia di utenti e il rischio di restare fuori dall'evento. Come nel mercato immobiliare, il valore non dipende soltanto da ciò che si compra, ma dalla quantità di persone che vogliono lo stesso spazio limitato.
Il denaro generato dal concerto va ben oltre le mura dello stadio. Secondo un'indagine AssoConcerti-Università di Pisa, nel 2024 i grandi show nell'area milanese hanno generato un indotto sul territorio di circa 400 milioni di euro. Solo per i due concerti di Taylor Swift, Confcommercio Milano ha stimato 176,6 milioni. Nel 2025, le date di Bruce Springsteen, Dua Lipa, Linkin Park e Gabry Ponte hanno prodotto oltre 96,5 milioni di euro. Quasi la metà degli spettatori proveniva da fuori regione e più del 15 per cento dall'estero. Al netto del biglietto, la maggior parte degli spettatori ha speso tra 160 e 260 euro a persona per il soggiorno. Il grande concerto produce quindi un valore che va ben oltre il biglietto e che si distribuisce tra alberghi, ristorazione, trasporti, commercio e servizi. Per questo il Comune richiede agli organizzatori un contributo di 80 centesimi per biglietto pagante, destinato al potenziamento del trasporto pubblico.
Il mercato cresce e produce ricchezza ma concentra sempre più valore attorno a pochi eventi giganteschi: è questa la doppia natura della corsa allo stadio. Ma se San Siro diventa sempre più un'infrastruttura da mettere a reddito, resta da capire che cosa ne sarà del suo significato per gli artisti. Uno stadio richiede repertorio, presenza e tenuta scenica. Quando il catalogo è ancora limitato, scenografie, effetti e ospiti possono diventare la portata principale. Non è un male in sé — d’altronde il pop è spettacolo — ma quando la scenografia finisce per compensare ciò che manca alla musica, il rapporto si rovescia.
È forse questo il punto della corsa allo stadio. Non se possa essere riempito, ma che cosa significhi ancora riempirlo. Se arrivare a San Siro diventa una tappa obbligata di ogni carriera, il rischio è che la consacrazione perda il suo valore. Uno stadio pieno resta un'immagine fortissima, ma alla fine, a renderlo speciale non sono i biglietti venduti, ma le canzoni.