Musica
autobiografia musicale •
Da underdog a businessman del rap. Jay-Z si racconta a Rick Rubin
Otto puntate raccontano l'ascesa del musicista nella cornice del Palais Brongniart di Parigi. Il produttore conduce la conversazione e riesce a cucire un ritratto efficace e sentito del rapper
23 SET 26

Foto ANSA
Col passare del tempo, di Rick Rubin abbiamo pensato cose diverse. L’abbiamo scoperto come il produttore musicale che si muoveva agilmente tra i generi, valicandone i confini, fosse rap, metal, country, o songwriting classico. Lui è quello che non suona, non legge la musica e lo rivendica con orgoglio: indimenticabile l’etichetta Def Jam fondata a poco più di vent’anni d’età nella stanza di un dormitorio, poi i Beastie Boys, i Run-DMC, il prodigioso Johnny Cash resuscitato dal suo magic touch. Nel 2017, con “Oh, Vita!”, riportò a galla perfino un Jovanotti in crisi artistica, indicandogli una buona via d’uscita espressiva. Rubin arrivava e amministrava le misteriose alchimie che rimettevano sulla giusta strada un talento confuso. Per farlo utilizzava sempre la stessa formula: conosci te stesso, e fai ciò che ti appartiene di più. Col passare del tempo capiremo che Rubin, con quel suo aspetto da santone, la barba lunga, i piedi scalzi e gli eterni pantaloncini corti, era anche un abilissimo navigatore del mercato della musica contemporanea, che di uno come lui aveva soggezione, perché col suo stile sparigliava il tavolo e contraddiceva le regole.
Jay-Z invece ormai appartiene alla storicizzazione dell’hip hop, di cui è una figura di rilievo, ma anche l’incarnazione della decadenza. Lui non ha mai nascosto d’esserci entrato soprattutto per la grana, a partire da quando ha capito che le rime e la sua predisposizione a enunciarle gli avrebbe fruttato ben di più della vita da piccolo gangster che aveva imboccato. Jay è diventato l’epitome del businessman del rap, il milionario che ha esplorato le viscere dello showbiz e ne è uscito portando con sé Beyoncé, un sacco di hit e la decisione di smettere e di abbandonare la scena, prima d’impallidire artisticamente (adesso è tornato e ha messo su dei concerti, ma la sensazione è che si tratti soprattutto di uno sfizio nostalgico).
Rubin e Jay-Z già si erano frequentati e avevano lavorato assieme ai tempi del “Black Album”. Adesso, cinquantenni ricchi, appagati e consumati, si sono rimessi insieme per un’impresa inevitabilmente celebrativa: la cerimonia della confessione. Un divo, Jay-Z, che dice la sua verità a un confessore, Rubin, che annuisce e non domanda troppo. “Jay-Z in 8” è una serie tv in otto capitoli, presentata anche in Italia da Mubi, in cui Rubin è l’officiante e Jay-Z (che è anche produttore) mette in scena questa autobiografia orale, punteggiata di canzoni religiosamente ascoltate col compare, con tanto di liriche in sovrimpressione sullo schermo. Il tutto in una location fantastica come il salone centrale del Palais Brongniart di Parigi, che per un secolo e mezzo fu la Borsa della città, dunque un ex tempio del denaro, dove un uomo che dei quattrini ha fatto un catechismo parla di sé come se fosse già storia.
La messinscena è monastica: la navata deserta dell’edificio, un mixer, due sedie, un enorme impianto audio, un potente bank luci dall’alto. Puro minimalismo Rubin-style, accentuato dal lussureggiante bianco e nero delle immagini immortalate dalla fotografia di Bradford Young. I due ascoltano un pezzo, ne parlano, Jay apre un cassetto della memoria e poi Rubin lancia un’altra canzone. E’ lo stesso dispositivo già collaudato dal produttore con Paul McCartney in “McCartney 3, 2, 1”: identica liturgia dell’ascolto, anche se là a parole ci si dedicava soprattutto a smontare le musiche, mentre qui si vivisezionano le parole. Con Paul, Rubin impersonava il fan meravigliato che chiedeva come si fa, con l’ex Beatle che rispondeva generosamente riproponendo aneddoti più o meno noti da mezzo secolo. Stavolta tutto ruota sui ricordi di Jay-Z, che ne ha in abbondanza, sebbene si mantenga sempre sul vago e di nomi ne faccia pochissimi, atteggiandosi a reticente e dosando ogni parola come se avesse l’ufficio legale schierato dietro la cinepresa. Eppure le sorprese più succulente dei primi episodi di “Jay-Z in 8” sono proprio le sue confessioni di ex ragazzo di strada con turbolenti trascorsi da spacciatore, un passato che torna senza troppe mediazioni, con momenti di franchezza inaspettati da un uomo così in controllo. A un certo punto Jay-Z sostiene che il rap ha successo perché è la musica di chi parte svantaggiato, ma quando lo dice sembra ecumenico, distaccato, facendo emergere il paradosso della serie: colui che un tempo fu l’underdog adesso racconta la propria storia come fosse un memoir di fine XX secolo, sullo sfondo di un palazzo neoclassico che è la rappresentazione del potere. Di tanto in tanto la confessione diventa rivelazione, ma c’è solo il tempo di sorprendersene prima che il manierismo kitsch riprenda il sopravvento. Rubin fa poche domande semplici e ogni tanto si concede un “wow” o un “incredibile”. E’ un corteggiatore di rara astuzia, e la sua arma è l’umiltà: a chi ha già tutto offre l’unica merce che può mancargli, ovvero la sensazione d’essere ascoltato con attenzione da qualcuno che non vuole niente. Come quando produce, Rubin fa poco, e lo fa bene: toglie, sfronda, ripulisce, e mette la sua firma su ciò che resta. C’è qualcosa di vampiresco: il divo espone la sua fragilità e lui la restituisce risvegliata, con l’atteggiamento di non aver toccato nulla. Chi entra nel suo studio, o nella sua serie tv, esce convinto d’essere stato capito. Del resto anche Jay-Z è un venditore e i due si riconoscono a vicenda. Certo, otto puntate sono tante, per quello che alla fine è un podcast filmato, preoccupato di ostentare nonchalance. Qualche verità scomoda viene sfiorata, ma l’autobiografia autorizzata ha le sue regole. Niente scoop ma soprattutto lo show di due divi che si prendono il lusso di filmarsi mentre ascoltano la loro musica con calma e in silenzio, nell’epoca in cui si reclama sempre estrema velocità di soluzioni.