Musica
L'algoritmo dell'Ariston •
Sanremo mette l'AI all'indice, l'industria globale la mette sotto contratto
Nel nuovo regolamento, il Festival impone canzoni “espressione della creatività umana”. Ma chi lo certifica? “Nessuna caccia all'untore, la deterrenza conta più della polizia”, dice il ceo della Fimi, Enzo Mazza. Intanto Universal e Warner firmano con le piattaforme di intelligenza artificiale

Carlo Conti e Stefano De Martino sul palco dell'Ariston a febbraio 2026 (Ansa)
Nel regolamento di Sanremo 2027, presentato lunedì alla stampa, c'è una novità: le canzoni devono essere frutto ed espressione della creatività umana, e non è consentito l'uso di sistemi di intelligenza artificiale che sostituiscano, alterino o snaturino il contributo creativo dell'autore. Il divieto copre l'ideazione, la composizione e la realizzazione. Per verificarlo, il testo affida alla Rai e al direttore artistico Stefano De Martino la facoltà di ricorrere a ogni mezzo tecnologico disponibile, senza specificare quali e senza prevedere una procedura di contestazione, come invece accade per il requisito di novità delle canzoni.
Prima ancora di capire come si accerti, però, conviene stabilire che cosa sia vietato. La distinzione che Enzo Mazza, il ceo di Fimi (Federazione Industria Musicale Italiana), considera decisiva all'Ariston è tra l'uso creativo e quello che chiama black hat, l'adozione di pratiche scorrette. “Il regolamento non vieta l'AI tout court, ma dice che non deve sostituire la creatività umana”, sottolinea il capo dell'associazione di Confindustria che rappresenta le principali case discografiche e l'industria della musica in Italia. “Già oggi molti artisti utilizzano l'intelligenza artificiale, perché è uno strumento come un altro che aiuta la creatività”. Dall'altra parte c'è il fenomeno industriale: “Canzoni create al cento per cento dall'AI che inondano le piattaforme, per ego personale o per frode sulle royalty. E poi ci sono casi di canzoni create con l'intelligenza artificiale e ascoltate da bot”, per manipolare gli ascolti e scalare le classifiche.
Ma un modello che pulisce una voce, che genera un arrangiamento di prova o che suggerisce una progressione armonica ricade nel divieto? Dove passa il confine tra uso legittimo o meno dell'AI? “Passa dal fatto che dev'essere certo che chi ha utilizzato l'intelligenza artificiale come complemento alla creatività l'abbia fatto su piattaforme legittime”, sostiene Mazza. “Cioè piattaforme autorizzate, che hanno la licenza, di cui si sa che hanno utilizzato contenuti negoziati e che danno diritti agli artisti. E poi che sia l'autore stesso a dichiararne l'utilizzo: c'è un tema di trasparenza nei confronti dei fan. Io, se fossi un artista, ci terrei a dire 'guarda, in questa parte ho utilizzato l'intelligenza artificiale', piuttosto che farmi poi beccare con qualcosa di non autentico”.
In Italia un precedente esiste già. Il 12 agosto la Fimi ha adottato i princìpi che regolano l'idoneità alle classifiche ufficiali Top of the Music dei brani sviluppati con l'AI generativa, sulla scia di una linea comune delineata da Sony, Universal e Warner. Tre criteri: il servizio di intelligenza artificiale utilizzato dev'essere autorizzato e lecito, il brano dev'essere sostanzialmente realizzato da un essere umano, non devono esserci sospetti di manipolazione degli ascolti. A questi si aggiunge l'obbligo di segnalare ai consumatori l'impiego dell'AI sulle piattaforme di streaming. La regola ha già fatto una vittima: un brano interamente generato è stato sospeso dalle classifiche Niq/Fimi e le tre radio del gruppo Rtl 102.5 lo hanno tolto dalla rotazione. E l'iniziativa della Rai, spiega Mazza, raccoglie una richiesta arrivata da lì: “Avevamo già segnalato questa cosa, perché applichiamo già dei princìpi”.
Resta il capitolo più incerto, quello della verifica. Alcuni strumenti di detection esistono, ma non garantiscono un'indagine sempre attendibile. I classificatori che analizzano lo spettrogramma, come Ircam Amplify o ACRCloud, riconoscono bene l'export appena uscito da un generatore, ma perdono colpi quando il brano è post-prodotto, mixato con parti suonate e masterizzato. Cioè la condizione di ogni demo che arriva all'Ariston. Alcuni sistemi AI come Suno e Udio inseriscono nei loro output segnali inudibili, dei watermark che però si possono rimuovere e che comunque non dicono nulla su un brano nato su altre piattaforme. Resta la possibilità di richiedere agli artisti la documentazione di processo: gli stem (i file audio separati dei vari gruppi di strumenti), i file di sessione, i provini datati... Un meccanismo un po' laborioso, da forensica. Inoltre, se il divieto riguarda anche l'ideazione e la composizione, che fare con un autore che si fa suggerire un testo da un modello linguistico e poi lo canta? “I sistemi di detection hanno chiaramente i loro limiti”, ammette Mazza, che colloca la verifica soprattutto a monte. “Nella fase di selezione, laddove ci fossero dei sospetti, si potranno utilizzare questi strumenti per fare una verifica. L'obiettivo in questo momento è soprattutto la deterrenza e la sensibilizzazione. Non siamo in una fase di polizia, di caccia all'untore”. E se il sospetto arriva dopo, a fare il lavoro è la reputazione: il brano non entra in classifica e, aggiunge, “è chiaro che ti sei fatto una figuraccia”.
Se durante il Festival un'accusa dovesse partire, magari dai social, come si difende un autore accusato ingiustamente? “Il meccanismo è più o meno quello che si usa per i casi di plagio, cioè andare a verificare. Non è che una canzone viene rimossa dal Festival sulla base di una segnalazione che arriva dai social. Ci sarà una richiesta di informazioni a chi ha presentato la canzone e alla casa discografica, per chiarire, insieme a tecnici esperti e rappresentanti discografici. Questo del resto è già avvenuto nella storia di Sanremo: abbiamo avuto centinaia di casi di plagi segnalati da chi lo fa di mestiere. Le procedure di verifica, bene o male, saranno le stesse”, sottolinea Mazza.
Che la linea rossa sia soprattutto la licenza lo dimostra quello che è successo pochi giorni prima che la Rai pubblicasse il regolamento del festival. Mentre Universal e Sony proseguono la causa contro Suno, altre major stringono accordi con la piattaforma di creazione musicale generativa: il 9 settembre Suno ha lanciato v6, la prima famiglia di modelli addestrata su musica concessa in licenza, sviluppata con Warner Music Group, BMG e Believe. È la conseguenza dell'accordo transattivo con cui nel novembre 2025 Warner ha chiuso la propria causa contro Suno, e che consente ad artisti e autori di aderire volontariamente e di essere remunerati. Believe, che ad aprile aveva bloccato la distribuzione dei brani fatti con Suno, ha finito per firmare. Il giorno dopo, il 10 settembre, Universal Music ha annunciato un accordo pluriennale di licenza con ElevenLabs, il primo della società di intelligenza artificiale con una major, per una piattaforma di creazione musicale che si fonda su musica con licenza e sulla partecipazione degli artisti, tra remix, mashup e voci personalizzate. È il paragone che a Mazza sta più a cuore: dalla pirateria l'industria è uscita quando sono arrivate le piattaforme di streaming. “Non si tratta di negare le tecnologie, ma adottarle secondo regole che stabiliscano che tutta la filiera sia soddisfatta del loro uso, e remunerata, soprattutto”.
Il che riporta a quella riga del regolamento. “Ogni mezzo tecnologico disponibile” suona come una promessa di laboratorio, ma gli strumenti che decideranno davvero qualcosa, a febbraio, sono gli stessi con cui il Festival gestisce i sospetti di plagio da mezzo secolo: una richiesta di chiarimenti all'autore e all'etichetta, un gruppo di tecnici che ascolta, e la paura di fare una figuraccia davanti a dodici milioni di spettatori. Contro la macchina più moderna che ci sia, Sanremo si difende con la parola data e con la reputazione.