Musica
Un, due, tre: Rach! •
Impervi, romantici, quasi pop: i concerti per pianoforte di Rachmaninoff
L’Accademia nazionale di Santa Cecilia la settimana prossima si sposta idealmente in Russia con un ciclo di tre concerti dedicati all’integrale della musica del compositore russo

Sergej Vasil'evič Rachmaninov (Google creative commons)
Prima di inaugurare la nuova stagione sinfonica, l’Accademia nazionale di Santa Cecilia si sposta idealmente in Russia con un ciclo di tre concerti (la settimana prossima: il 21, il 24 e il 27, alle 20.30) dedicati all’integrale della musica per pianoforte e orchestra di Rachmaninoff. I protagonisti sono due russi doc, il direttore Stanislav Kochanovsky e il pianista Nikolaj Luganskij, con l’orchestra ceciliana a dare corpo a un progetto che prevede anche un’incisione per Harmonia Mundi. Ascoltati in sequenza, i quattro Concerti restituiscono di Rachmaninoff un ritratto meno prevedibile di quello che i singoli concerti riescono a offrire. Il Secondo e il Terzo poi rappresentano il pregio, ma anche la condanna, del compositore russo: il sovrautilizzo e una certa fama pop finiscono per logorare anche i capolavori. Il Primo e il Quarto siedono invece, ingiustamente, in un dimenticatoio, e la ragione non è solo che piacciono meno.
Sono anche i due concerti che chiedono di più, all’orchestra non meno che al solista; musica che si impara con la consuetudine, oltre che con lo studio e il talento, un po’ come accade con Mozart nelle orchestre austro-tedesche o con Debussy in quelle francesi. Non a tutti piace Rachmaninoff, del resto, nemmeno a esecutori e direttori, ed è una scelta di gusto legittima. Chi scrive, ne soffre l’abuso nelle stagioni concertistiche o il fatto che l’autore di quei concerti costituisca il sogno proibito degli studenti (i quali spesso stentano a suonare bene anche il temino iniziale del Terzo). Per non parlare dei legami con il cinema: il Secondo concerto accompagna la scena più intensa di Breve incontro, torna in Quando la moglie è in vacanza, ma soprattutto la sua melodia più nota, riscritta, è finita dentro All by Myself di Eric Carmen, canzone che Bridget Jones canta da sola in salotto con una bottiglia di vino in mano. Un tema che tutti fischiettano ma che pochi ascoltano ancora per intero, e questo è insieme la sua gloria e la sua rovina. Il Terzo, invece, è diventato protagonista di un film vero e proprio: Shine, diretto da Scott Hicks nel 1996 con Geoffrey Rush, ispirato alla storia vera del pianista australiano David Helfgott, ne fa il motore stesso della trama, ed è lì che nasce il mito del pezzo più difficile del mondo. Storia fantasiosa, ma capace di riportare di diritto la partitura nei programmi dei grandi esecutori. Pochissimi, in verità, hanno affrontato l’integrale: Vladimir Ashkenazy, Mikhail Pletnev, Stephen Hough, lo stesso Rachmaninoff. Poi ci sono le assenze, che dicono altrettanto: Maurizio Pollini, Radu Lupu, András Schiff non hanno mai suonato questi concerti. Tra gli italiani, si annoverano Beatrice Rana e Francesco Libetta, tra gli stranieri Martha Argerich, ma nessuno dei tre ha eseguito l’integrale.
Il caso più paradossale resta comunque quello del Quarto: il Concerto meno amato dal pubblico è anche quello che ha attirato uno degli interpreti più esigenti del secolo, Arturo Benedetti Michelangeli, che di Rachmaninoff non suonò quasi nient’altro. Non è un pezzo pensato per il successo di sala, semmai un diario più intimo, e forse è proprio questo che continua a sedurre i pianisti meno inclini ai facili consensi. Aaron Copland, che di simpatie per Rachmaninoff non ne aveva, liquidava l’ascolto delle sue sinfonie e dei suoi concerti come una prova di resistenza, chiedendosi a che scopo servissero tutte quelle note. E’ la domanda a cui questo ciclo potrà tentare di dare risposta.