Musica
intervista •
Sulla Mulholland Drive di Benji & Fede, la via d’uscita dal teen pop
“L'AI può ampliare un’intuizione ma serve la sensibilità umana”. Tra citazioni lynchiane, ricordi di provincia e la prova dei teatri, il duo torna con l’album “Quando viaggi da sola”

“Se fai guidare tutto all’intelligenza artificiale si perde l’anima. L’intuizione, l’imperfezione e l'interpretazione di una voce umana non sono intercambiabili”. Benjamin Mascolo e Federico Rossi, in arte Benji & Fede, raccontano al Foglio le sfide delle nuove tecnologie applicate alla composizione. Per i due cantautori “l’intelligenza artificiale sta evolvendo a una velocità incredibile in tutti i campi” e, parlando di software come Suno, concordano sul fatto che l’IA possa “servire al massimo per ampliare un’intuizione personale. Ma deve sempre essere la sensibilità umana a capire se e come un certo suono possa agevolare il lavoro artistico”.
Dopo una parentesi di percorsi solisti e riassestamenti e due anni dopo “Rewind”, Benji & Fede sono tornati con “Quando Viaggi da Sola”, il loro sesto album in studio per Warner composto da nove brani. I due si lasciano alle spalle le hit da classifica come “Dove e quando”, “Moscow Mule” o “Buona fortuna” per un lavoro che usa il viaggio — sia esso fisico tra le strade di Parigi o temporale tra i ricordi giovanili della Riviera — come metafora del cambiamento, percorrendo sonorità più intime e autorali.
Dal 3 ottobre prenderà il via da Modena il loro primo tour nei teatri, che farà tappa poi a Torino, Firenze, Bologna, Pescara, Roma, Milano e Napoli. Una dimensione raccolta scelta per non perdere di vista il legame con i fan della prima ora, perché ancora oggi, raccontano, “riusciamo a stringere loro le mani, scambiare due chiacchiere e farci raccontare come sono cambiate le loro vite. È un rapporto che matura parallelamente al nostro cambiamento”.
Cosa è rimasto oggi di Benji & Fede fenomeno teen e come si è evoluto negli anni il rapporto con i vostri ascoltatori?
Il nostro pubblico ci ha visto crescere e viceversa. Quando ci sono persone che ti seguono per tanti anni arrivi a conoscerle davvero. Le vedi a decine di concerti sempre in prima fila, ti aspettano fuori dagli hotel e dalle radio, ai firmacopie. Se 10 anni fa c’era un’isteria di massa, oggi c’è invece spazio per una connessione più profonda. Molti di loro sono cresciuti insieme a noi, hanno figli, hanno età ed esperienze diverse.
Il nostro pubblico ci ha visto crescere e viceversa. Quando ci sono persone che ti seguono per tanti anni arrivi a conoscerle davvero. Le vedi a decine di concerti sempre in prima fila, ti aspettano fuori dagli hotel e dalle radio, ai firmacopie. Se 10 anni fa c’era un’isteria di massa, oggi c’è invece spazio per una connessione più profonda. Molti di loro sono cresciuti insieme a noi, hanno figli, hanno età ed esperienze diverse.
Oggi cosa vi lega a David Lynch visto che il vostro nuovo album si apre con un brano dal titolo “Mulholland Drive”?
Un anno e mezzo fa, una sera in cui non avevo niente da fare (racconta Fede), sono andato al cinema da solo vicino a casa a rivedere una versione restaurata in 4K del film. La prima volta che l’avevo visto ero un ragazzino e non l’avevo assimilato a dovere. Mi ha colpito tantissimo l'estetica, la storia, e me lo sono portato dietro nelle settimane successive.
Un anno e mezzo fa, una sera in cui non avevo niente da fare (racconta Fede), sono andato al cinema da solo vicino a casa a rivedere una versione restaurata in 4K del film. La prima volta che l’avevo visto ero un ragazzino e non l’avevo assimilato a dovere. Mi ha colpito tantissimo l'estetica, la storia, e me lo sono portato dietro nelle settimane successive.
Anche il video di “Zero” sembra attingere alle stesse atmosfere. C'è un filo conduttore?
Quando è uscita la canzone abbiamo subito pensato di utilizzare il teatro come ambientazione del video e fare una citazione alla scena del Club Silencio. È stato un filo conduttore naturale. La canzone è nata come un flusso di coscienza tra quella strada iconica e lo scontro tra auto del film.
Quando è uscita la canzone abbiamo subito pensato di utilizzare il teatro come ambientazione del video e fare una citazione alla scena del Club Silencio. È stato un filo conduttore naturale. La canzone è nata come un flusso di coscienza tra quella strada iconica e lo scontro tra auto del film.
Da queste suggestioni nasce anche la scelta del tour nei teatri? Cosa vi aspettate da questi palchi rispetto ai palasport?
Per noi entrare nei teatri è un onore ma anche una grande responsabilità. È l’occasione per portare uno show diverso e trasmettere qualcosa di più intimo. Non ci nascondiamo dietro le scenografie dei grandi palchi, qua siamo a contatto diretto con le persone. Inoltre riarrangeremo i brani del nostro passato in una veste mai sentita. Una bella sfida che ci carica molto.
Per noi entrare nei teatri è un onore ma anche una grande responsabilità. È l’occasione per portare uno show diverso e trasmettere qualcosa di più intimo. Non ci nascondiamo dietro le scenografie dei grandi palchi, qua siamo a contatto diretto con le persone. Inoltre riarrangeremo i brani del nostro passato in una veste mai sentita. Una bella sfida che ci carica molto.
In “Non so se mi va” citate la Tachipirina di Calcutta. C’è una maggiore attenzione da parte vostra verso la nuova scena cantautorale italiana?
La citazione di Calcutta è venuta in maniera ironica dopo la frase “A Ibiza me la sono vista brutta”, che nasce da una storia vera. Calcutta fa parte della nuova scuola cantautorale ed è tra gli artisti che ascoltiamo. Ora ci stiamo permettendo di far fluire ciò che di autentico ci viene fuori naturalmente, cosa che magari per ragioni di tempo non ha avuto voce negli anni passati.
La citazione di Calcutta è venuta in maniera ironica dopo la frase “A Ibiza me la sono vista brutta”, che nasce da una storia vera. Calcutta fa parte della nuova scuola cantautorale ed è tra gli artisti che ascoltiamo. Ora ci stiamo permettendo di far fluire ciò che di autentico ci viene fuori naturalmente, cosa che magari per ragioni di tempo non ha avuto voce negli anni passati.
Nel disco citate anche un “Hotel Miramare”. Si tratta di un luogo reale?
Sì, l’Hotel Miramare di Cervia. È una storia vera di tantissimi anni fa: un posto che poi è stato chiuso e dove non siamo più potuti tornare, con tanti pianti per non aver più rivisto gli amici e le amiche di allora. Sono ricordi riemersi solo adesso.
Sì, l’Hotel Miramare di Cervia. È una storia vera di tantissimi anni fa: un posto che poi è stato chiuso e dove non siamo più potuti tornare, con tanti pianti per non aver più rivisto gli amici e le amiche di allora. Sono ricordi riemersi solo adesso.
Sulla copertina siete dietro le porte chiuse di una metropolitana, un'immagine che evoca dinamiche alla Sliding Doors. C'è un riferimento particolare?
Più che un riferimento specifico, ci siamo immaginati noi in viaggio. Abbiamo sviluppato l’idea, è nato così un racconto attorno a una ragazza fittizia che visita Parigi. Nel trailer del disco si vede proprio lei che scatta con una macchina fotografica e la foto è poi diventata la copertina dell'album.
Più che un riferimento specifico, ci siamo immaginati noi in viaggio. Abbiamo sviluppato l’idea, è nato così un racconto attorno a una ragazza fittizia che visita Parigi. Nel trailer del disco si vede proprio lei che scatta con una macchina fotografica e la foto è poi diventata la copertina dell'album.