Due mondi sonori di fronte: il “War Requiem” ha aperto il MiTo

Il capolavoro infallibile di Benjamin Britten ha aperto l'edizione numero 20 del festival, la prima affidata alla direzione artistica di Speranza Scappucci. Notevole la prova dell'Orchestra sinfonica nazionale della Rai e di cori del Regio di Torino


11 SET 26
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(Foto Ansa)

Il finale del War Requiem riconcilia con la musica ma non con l’uomo. Mentre i cori e il soprano cantano “Requiescant in pacem”, il tenore e il baritono ripetono allucinati “Let us sleep now”, ora dormiamo. Sono due soldati morti in guerra, e uno ha ucciso l’altro: “I am the enemy you killed, my friend”. Per la ricostruzione della cattedrale di Coventry, “coventrizzata” dalla Luftwaffe nel ’40, Benjamin Britten scrive la più teatrale delle messe o il più sacro dei teatri: unico paragone possibile, la Messa da Requiem di padre nostro Verdi, evidente fonte d’ispirazione e perfino citata. Due mondi sonori si fronteggiano e sempre di più si sovrappongono, fino a intrecciarsi: il soprano, il coro, il coro di bambini, accompagnati dalla grande orchestra, cantano in latino la Missa pro defunctis; tenore e baritono, con un piccolo ensemble di quattordici strumenti più le percussioni, le poesie in inglese di Wilfred Owen, caduto in Francia una settimana prima dell’armistizio del 1918. Britten voleva che dei tre solisti uno fosse anglosassone, uno tedesco e una russa. Alla prima esecuzione, il 30 maggio ’62, furono il suo compagno Peter Pears, Dietrich Fischer-Dieskau (che finì singhiozzando) ma non Galina Visnevskaja, bloccata dal regime sovietico e sostituita quasi all’ultimo da Heather Harper.
Ogni esecuzione del War Requiem, sempre troppo rare perché la partitura è impegnativa, anche come forze richieste, è un evento. Anche a prescindere dal pacifismo di Britten, dal fortissimo messaggio del testo e dalla sua perenne attualità, è la qualità musicale a risultare, ogni volta, sconvolgente, al netto di tutte le scomuniche per lesa Darmstadt e omessa avanguardia che oggi appaiono davvero lunari, di fronte a uno dei capolavori più intensi del Novecento. Benissimo, quindi, che sia stato scelto per inaugurare, domenica a Milano e lunedì a Torino, l’edizione numero 20 di MiTo, la prima affidata alla direzione artistica di Speranza Scappucci. E’ stato un bellissimo concerto. Si sa che più la partitura è “scritta” e meglio Simone Young la realizza: questa direttrice non è un prodigio di fantasia, ma porta a casa il pezzo con tranquilla autorevolezza, una bella differenziazione dei piani sonori e un’attenzione alla “teatralità” profana che è una delle sue caratteristiche: del resto affrontando il sacro Britten, come Verdi, non poteva (e giustamente nemmeno voleva) dimenticarsi di essere un sommo drammaturgo musicale.
Notevole la prova dell’Orchestra sinfonica nazionale della Rai, in grande spolvero e organico XXL, e dei cori del Regio di Torino, anche se personalmente per l’occasione sono stato vittima della bizzarra acustica della Scala: seduto nella parte davanti della platea, le voci del coro mi arrivavano curiosamente fievoli. Molto puntuale anche il terzetto dei solisti. Magnifico Nicky Spence: ricorda davvero Pears, e magari dal punto di vista strettamente vocale non è un complimento, ma declamazione, stile e intensità sono notevoli. Bo Skovhus è un po’ stanco, ma il carisma è intatto. Più incerta, talvolta anche nell’intonazione, Elena Guseva, con l’attenuante che la scrittura del soprano è davvero perfida. Un pubblico di invitati che ha scoperto per la fausta occasione l’esistenza di Britten è sembrato all’inizio un po’ sperso ma alla fine è stato conquistato, perché il capolavoro è infallibile. Andava coventrizzata anche la semifredda che chiedeva a voce ovviamente altissima, sarà stata sorda, perché mai a un certo punto cominciassero a cantare in inglese: ma aprire cinque minuti Wikipedia prima di andare ai concerti a rompere i cabasisi al prossimo, mai?