Inimitabile, quindi imitatissimo. Paradosso Malmsteen

Il chitarrista svedese Yngwie Malmsteen non ha mai voluto appartenere a una moda né dimostrare qualcosa agli altri. Da quarant’anni difende la stessa idea di musica. "L'AI? Ci sono già abbastanza copie di me"

9 SET 26
Immagine di Inimitabile, quindi imitatissimo. Paradosso Malmsteen
“Se vuoi trasformare questo in un lavoro che duri più di quarant'anni, non puoi suonare come qualcun altro. Ma essere stilisticamente unici è quasi impossibile”. Yngwie Malmsteen lo dice al Foglio parlando dei tanti giovani chitarristi che ne hanno seguito le orme. Ha costruito la propria leggenda sull'inimitabilità, diventando proprio per questo uno dei musicisti più imitati della storia. E ora, con l'intelligenza artificiale, anche uno dei più facilmente modellabili.
Nato a Stoccolma nel 1963, Lars Johan Yngve Lannerbäck decide di voler suonare la chitarra a sette anni, guardando in tv Jimi Hendrix che dà fuoco al suo strumento al festival di Monterey. Nel 1984 esordisce da solista con “Rising Force”, portando Bach, Vivaldi e Paganini dentro la velocità dell'hard rock e diventando uno dei padri del neoclassical metal. Da allora ventidue album e nessuna svolta. “È un punto di forza, perché è tutto naturale, viene dalla mia anima”, dice. A 63 anni si considera “ancora più purista, ancora più pignolo”.
Il ventitreesimo, “Hell or High Water”, esce il 13 novembre a cinque anni da “Parabellum”: l'intervallo più lungo della sua carriera. Lo descrive come “molto Malmsteen”. Il cognome che diventa un aggettivo, lo stile un'unità di misura. Aveva “80 o 90 idee”, dice, ne ha tenute nove, “la crème de la crème”. Compone in modo quasi istintivo: si siede davanti alla televisione con la chitarra in mano e, quando arriva l'ispirazione, corre a registrare. “Sono momenti magici, arrivano come un regalo”. Può scrivere “qualsiasi cosa, in qualsiasi momento”, perché per lui “la musica è tutta matematica”: otto note, un'ottava, la terza, la quinta, una progressione di accordi. Le idee gli arrivano anche mentre guida le sue sei Ferrari o gioca a tennis.
Nel disco c'è pure una “Am Caprice”, che è il Capriccio n. 24 di Paganini sotto un altro nome. Il chitarrista più copiato della storia dello strumento ha costruito la propria voce trascrivendo quella di un altro, e a sessantatré anni continua a farlo. L'imitazione, nella sua vicenda, non è mai stata il problema. Anzi, può essere prorpio il metodo.
Ed è qui che entra in campo la sfida dell'intelligenza artificiale. “L'AI analizza tutto”, dice Malmsteen. Può riconoscere gli elementi del suo linguaggio, prendere i compositori classici e trasferirli su una chitarra elettrica. “Può arrivare molto, molto vicino” a quello che fa lui, ammette. Ma ci sente comunque “una differenza enorme”. Perché, spiega, “il suono è anche l'aria che si muove e le frequenze che si modulano”. La macchina può replicare gli aspetti tecnici del suono, non ciò che per lui conta davvero: “L'anima di una persona che pensa liberamente, che crea”. Del resto, nel suo studio in Florida ha 56 testate Marshall collegate a una trentina di casse, “a volume da stadio”.
Davanti all'ipotesi di un assolo artificiale indistinguibile dai suoi non sembra preoccuparsi. “Compreresti un biglietto per andare a vedere un computer sul palco? O vuoi vedere un essere umano che suona qualcosa che viene dal cuore e dall'anima?”, risponde. L'IA “prenderà il sopravvento su molte cose”, ammette, ma “non su ciò che è personale”.
Il suo stile – scale minori armoniche, arpeggi, velocità, influenze barocche – è stato del resto studiato, tabulato e riprodotto da generazioni di ragazzi, molto prima che una macchina se ne occupasse. Quando gli si chiede se una fedeltà così assoluta a se stesso non sia diventata una prigione, non ha dubbi. “Io non ho una gabbia, sono libero”. Punk, disco, new wave, glam rock, grunge: li ha visti arrivare e sparire. “Era tutto rumore. Non sono mai stato parte di una moda”.
Non ha bisogno del giudizio degli altri. Racconta dei concerti con gli AC/DC davanti a migliaia di persone: “Scendevo dal palco convinto di aver suonato male ma gli altri mi celebravano. So in cosa sono bravo e so in cosa non lo sono”. È lui stesso il proprio unico metro di misura. “Non sto cercando di dimostrare niente a nessuno, non l'ho mai fatto”.
Cosa lo spinge ancora ad andare avanti, allora. “Quando non ci sarò più, la mia musica resterà. Non scenderò a compromessi, la gente potrà dire quello che vuole. Faccio musica semplicemente perché è il motivo per cui sono su questo pianeta”. Quanto alle macchine che imparano a suonare come lui, il problema gli sembra vecchio: “Ci sono già abbastanza artisti copia di Yngwie Malmsteen in giro”.