Il suono di allora, la Quarta di Mahler a Bolzano

L'esecuzione filologica della Mahler Academy Orchestra. Musica mai ascoltata prima, una partitura riscoperta nel suo suono originale 



4 SET 26
Immagine di Il suono di allora, la Quarta di Mahler a Bolzano

Foto Ansa

Nella produzione di Gustav Mahler si insinua fra le note una visione dell’uomo, del mondo che lo circonda e del trascendente, a volte appena tratteggiata e quasi nascosta, altre volte resa esplicita dall’uso della voce nella sinfonia. Uno sguardo profetico, che prende corpo grazie al suo talento di orchestratore e a una conoscenza degli strumenti spinta fino alla ricerca minuziosa del timbro giusto. “Quando voglio produrre una nota morbida e trattenuta – dice il compositore – non la affido a uno strumento che la sa suonare facilmente, ma a uno che lo fa con grande sforzo, spesso superando i propri limiti naturali. Per me i bassi e il fagotto devono spesso squittire sulle note acute, mentre il flauto soffia profondamente nel registro grave”.
Partendo da questo spunto, la Mahler Academy Orchestra, ensemble diretto da Philipp von Steinaecker, porta avanti l’Originalklang Project, nato dalla collaborazione tra la Fondazione Busoni-Mahler di Bolzano e la Fondazione Centro culturale Euregio di Dobbiaco. Nella Mahler Academy Orchestra, i 50 studenti dell’accademia suonano al fianco di 50 professionisti provenienti da prestigiosi ensemble europei, come i Berliner Philharmoniker, i Wiener Symphoniker, la Staatskapelle Dresden, la Mahler Chamber Orchestra, la Concertgebouw Orchestra, l’Orchestre de Paris. Insieme hanno inciso la Sinfonia n. 9, coinvolgendo musicologi e costruttori impegnati nella ricostruzione degli strumenti in uso all’Opera di Corte di Vienna intorno al 1910, come l’oboe viennese, i flauti in legno, la tuba viennese, i timpani, le corde di budello, le sordine di legno. Una ricerca dei materiali che ha coinvolto, successivamente, anche il gesto musicale: il modo di tenere l’archetto, di fraseggiare, di spingere il dito sulle corde, per una prassi esecutiva coerente con gli usi dell’epoca, seguita da Clive Brown, fra i massimi studiosi dell’esecuzione romantica.
Il progetto chiude il ricco calendario di quest’anno del Bolzano Festival Bozen con il “Mládí” di Janácek e la Quarta sinfonia di Mahler diretta dallo stesso Steinaecker, con il soprano Johanna Wallroth (questa sera al Teatro Comunale di Bolzano). Raccontando del lavoro di questi anni, von Steinaecker non nasconde lo stupore per una partitura riscoperta nel suo suono originale: musica mai ascoltata prima, che sorprende per la plastica presenza dei legni, lo squillo acuminato – “che ferisce”, dice testualmente il direttore –, il calore degli archi e la riscoperta di un’antica bellezza, a tratti aspra, che i moderni strumenti non possono rendere. Ancora più interessante è il caso della Quarta: una partitura alleggerita dall’assenza di tromboni e basso tuba, l’organico più contenuto dell’intero ciclo. Una scrittura semplice, oseremmo dire infantile – il finale è “Das himmlische Leben”, il paradiso visto con gli occhi di un bambino – che recupera alcuni stilemi settecenteschi anche nell’articolazione in quattro movimenti, ciascuno dei quali sviluppa a suo modo un “topos” sinfonico: la forma-sonata, lo scherzo, la variazione, il Lied.
Resta da chiedersi, però, cosa esattamente si stia restituendo al pubblico. Il musicologo Richard Taruskin, con la spregiudicatezza che gli era propria, sosteneva che l’esecuzione filologica non riportasse indietro nulla: fosse semplicemente lo stile più moderno che abbiamo, camuffato da passato remoto. John Butt, tornando anni dopo sulla questione, vi ha visto invece un dialogo legittimo con il passato, che vale proprio in quanto gesto dichiaratamente contemporaneo. Difficile stabilire chi dei due colga nel segno. Forse ascoltare Mahler come nel 1900 risponde semplicemente a una necessità nostra, contemporanea, più che saldare un debito verso di lui.