Musica
intervista •
Piave Blues. Per Krano il dialetto è un passaporto, non un confine
Il David di Donatello per la musica di “Le città di pianura”, il cinema come di un pianeta estraneo, il Veneto come ritorno inquieto. Da Valdobbiadene all'America e ritorno. Marco Spigariol suona stasera allo Sponz Fest di Capossela a Calitri
27 AGO 26

Marco Spigariol, in arte Krano. Foto di Annalisa Lazoi
Marco Spigariol, in arte Krano, ha vinto il David di Donatello per la Miglior Canzone Originale con “Ti”, scritta per “Le città di pianura” di Francesco Sossai, di cui firma l’intera colonna sonora. Il 2026, che avrebbe dovuto essere l’anno della consacrazione, lo racconta invece come un corpo estraneo. “Non è il mio mondo, quello del cinema”, dice a proposito della serata ai David. “E’ un emisfero a parte, satellitare”. E dice che preferirebbe fare un nuovo disco, non un altro film. Stasera apre i concerti della quattordicesima edizione dello Sponz Fest, “Sponz Im-Bosck”, ideato e diretto da Vinicio Capossela a Calitri. Ma le date live, moltiplicatesi dopo il premio, tolgono tempo a ciò che ama: stare in studio, arrangiare, costruire un album un pezzo dopo l’altro. E’ tornato a vivere a Valdobbiadene, dopo anni passati a Torino. Il suo però non sembra un ritorno sereno. “Mi sento un po’ tagliato fuori qui”, dice, “devi fare chilometri prima di trovare qualcuno che fa qualcosa. Qui vince il business del Prosecco”. Eppure una scena veneta esisterebbe pure – e ben fornita e bella lanciata – a partire dal roster di “Dischi sotterranei”, dai Post-nebbia a Jesse The Faccio, dai Laguna Bollente ai C+C=Maxigross. E poi Julinko, progetto della cantautrice Giulia Parin Zecchin, oppure Elli de Mon, strega del blues in dialetto. Krano il giro lo conosce, ma non ci si riconosce fino in fondo: lo sente vicino sulla carta, lontano nei fatti.
Con “Le città di pianura” ha avuto la fortuna di una buona dose di libertà creativa. Ha dovuto vestire tre personaggi non suoi: Doriano, Carlobianchi e Giulio. Ma il processo, spiega, si è capovolto: prima è arrivata la musica, poi il film. Il lavoro, in fondo, è stato simile a quello fatto nei suoi primi due dischi, canzonieri personali dove decideva tutto da sé. “E’ stato il regista a immedesimarsi nelle mie canzoni. Mentre scrivevo, il film era ancora in fase di sceneggiatura, senza immagini a cui aggrapparmi”.
Per Krano il dialetto, che canta da anni, serve da codice per uscire dal Veneto, come un passaporto verso un pubblico più ampio. Qualcuno l’ha letto come un atto di radicamento, tentando anche di accaparrarsi Krano per schierarlo in un pallottoliere sovranista locale. Mai idea fu più sbagliata: anarchico e ostile di pancia all’idea di confine, cerca un suono più musicale, dice, anche a costo di sacrificare la dizione perfetta. “A volte il dialetto suona meglio se lo si sporca un po’. Il senso letterale conta meno del mood. Chi non capisce il testo riceve comunque qualcosa, mentre chi lo capisce rischia di fermarsi alle parole”.
Quando gli si chiede della parentela con artisti come Bill Fay o Skip Spence, riconosciuti solo dopo anni di silenzio o dopo la morte, sposta il discorso: non cerca riscontri, dice, la musica è “una specie di salvezza, un modo per stare meglio che prescinde da chi ascolta. Quella gioiosa mi mette a disagio più di quella triste, che nei momenti difficili aiuta davvero”. Having the blues, nello slang americano, indica una condizione permanente più che una malinconia di passaggio: qualcosa che si porta addosso e di cui difficilmente ci si libera del tutto. Una tonalità di fondo, indipendente dal soggetto – il Piave, un lutto, i due poetici ubriaconi presi in prestito da un film. Le radici blues arrivano dalla sua prima etichetta, una storica del Mississippi, racconta, e da un giro di concerti negli Stati Uniti nei primi anni Duemila che ricorda come tutt’altro che idilliaco. “In quel giro se non sei statunitense non sei ben visto”, dice. “Vitto e alloggio non erano mai garantiti: mi è capitato spesso di dormire in furgone, tranne una notte a Atlanta, quando il batterista dei Black Lips, stessa etichetta, mi ospitò per pura generosità”.
Così si torna al Piave, dove tutto sarebbe dovuto restare – secondo la lettura più comoda della sua musica. Krano la respinge: non è mai stato legato a quel fiume come metafora chiusa, una cosa veneta per veneti. Voleva un messaggio universale, esportabile. Il suo dialetto, alla fine, è soltanto suono, ritmo, colore: materia grezza, non messaggio in codice per piccole patrie. Chi cerca dietro le sue parole un’identità da rivendicare resta a mani vuote, e trova solo la lingua con cui, da anni, sta provando ad andarsene.
Enrico Cicchetti