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Il cuore nero del jazz
Dai miti ai geni dimenticati, un secolo di musica afroamericana. Chiacchierata con Nicola Gaeta, autore di “Black beauty”
24 AGO 26

“Strange Fruit” divenne un rituale nei concerti di Billie Holiday e l’inno della musica nera (foto Getty)
Cafè Society, New York, 1939: Billie Holiday stasera è tesa, la canzone che le hanno proposto di cantare la inquieta e attrae insieme. Il pubblico del club al Greenwich Village è misto, sia bianchi che neri, una delle rare eccezioni in città. Lei attacca con un filo di voce, quasi con dolore.
“Gli alberi del Sud portano uno strano frutto / Sangue sulle foglie e sangue alle radici / Corpi neri che dondolano nella brezza del Sud / Strani frutti pendono dai pioppi”.
Quando finisce non c’è nemmeno un accenno di applauso. Poi un timido battito di mani e, improvvisamente, tutti applaudono. Billie si scioglie in un pianto. E’ la prima volta in cui una canzone con una melodia molto suadente parla in modo diretto dell’odio razziale e del linciaggio degli afroamericani impiccati a un albero in uno stato del Sud. La canzone di protesta sarebbe arrivata molti anni dopo. Rosa Parks si sarebbe rifiutata di sedere nei sedili riservati ai neri su un autobus in Alabama solo quindici anni dopo, e Martin Luther King avrebbe marciato a Washington venticinque anni dopo. Eppure quell’applauso avrebbe accompagnato “Strange Fruit” in modo sempre più fragoroso nel tempo fino a farla diventare un rituale nei concerti di Billie Holiday e l’inno della musica nera. Quel fiume impetuoso fatto di poliritmia, melodia e grido di protesta che ha attraversato continenti e oceani, che si è mescolato con popolazioni e storie, fino ad arrivare a un bimbo di cinque anni, nella Bari degli anni 60, a cui il nonno dandy fa una inaspettata sorpresa: “Oggi ho deciso di regalarti il jazz”, gli fa l’uomo, lasciando il nipote frastornato davanti a un intero set di tamburi. E’ la classica sparata del nonno, che ascolta canzoni napoletane infarcite di retorica malavitosa, niente a che fare col jazz. Sarà uno zio musicista a spiegargli quell’errore fatale: alla fine della Seconda guerra mondiale a Napoli il batterista della banda dell’esercito aveva stampato “hot jazz” a caratteri cubitali sulla grancassa. Questa storia, dunque, comincia con un fraintendimento e con un’appropriazione indebita che risale a ben prima degli anni 60, e grazie a un libro e a una mostra fa chiarezza non solo sull’equivoco tra nonno e nipotino ma soprattutto su qualcosa di più grande, che ha a che fare con la diaspora africana e lo schiavismo negli Stati Uniti, nonché con diaspora caraibica verso il Regno Unito. Il volume di Nicola Gaeta “Black beauty. Storie di musica nera” (Low editore, 2026), appena uscito in Italia, e la mostra “The Music is Black: A British Story” curata da Jacqueline Springer presso il nuovissimo Museo Victoria & Albert East di Londra (visitabile fino al 10 gennaio 2027) rappresentano una ghiotta occasione per compiere uno straordinario viaggio a ritroso nel tempo e poggiare l’orecchio sulla sabbia del deserto per ascoltare il battito primordiale nato nel cuore dell’Africa – il Mali – e quel respiro collettivo che da funzione religiosa si è trasformato in musica, a volte dolente, a volte gioiosa. La musica più bella del mondo.
“Quella batteria non so che fine abbia fatto”, racconta oggi al Foglio quel bimbo, cresciuto senza imparare a suonare alcuno strumento ma diventato uno stimato medico, “è stato però il mio primo incontro con la musica, con lo swing e con il groove che mi hanno accompagnato per settant’anni”. Nel tempo Gaeta ha dato sfogo alla sua passione diventando prima disc-jockey negli anni 70 e poi critico musicale. Grazie a queste due esperienze in “Black beauty”, quasi 800 pagine, Gaeta propone un percorso narrativo attraverso oltre un secolo di musica afroamericana, seguendo una linea del tempo che non è soltanto cronologica, ma profondamente culturale, sociale, esistenziale. Dai canti di lavoro nelle piantagioni del Sud degli Stati Uniti fino ai beat cosmici dell’elettronica afro-diasporica e dell’hip hop contemporaneo il volume attraversa decennio per decennio le svolte estetiche, politiche e spirituali della musica nera. Partendo da quell’equivoco: dall’appropriazione, da parte dei bianchi, di un suono, di un battito, di un urlo di ribellione proprio della popolazione afroamericana. Prima hanno imparato ad apprezzarne il groove, il ritmo coinvolgente, e poi lo hanno commercializzatato fino a diventarne proprietari illegittimi. Alla domanda diretta su cos’è il jazz oggi Gaeta risponde con schiettezza: “Oggi è diventato un fenomeno globale quindi definirlo è estremamente difficile. Louis Armstrong diceva che se chiedi cos’è il jazz non lo saprai mai. Una forma di libertà espressiva che però oggi ha assunto una dimensione globale declinata in tutto il mondo. E per me comunque è l’unica musica che mi piace ancora frequentare. Il rock, anche quello più trasgressivo, oramai è la musica dell’establishment, ed è una cosa che sta succedendo anche a un certo tipo di hip hop”.
“R-E-S-P-E-C-T, sai, rispetto / Sei fuori di testa, ragazzo, cerchi di fare il pezzo grosso / Hai pensato solo a te stesso, alla ricchezza facile, ma sai cosa c’è di divertente? Datti un’occhiata / Datti una bella occhiata”, canta il rapper Guru sul vibrafono di Roy Ayers nel 1993, uno degli esempi più felici di hip-hop e jazz.
Fenomeno globale è anche la musica nera britannica, il cui impatto in tutto il mondo è al centro della bella mostra londinese che inaugura il nuovo polo culturale situato nel distretto di East Bank, una delle zone più multietniche e cosmopolite del Regno Unito, con una rilevante presenza di residenti di origini africane e caraibiche.
“La musica è la colonna sonora delle nostre vite e uno degli strumenti più potenti di unificazione”, ha dichiarato la curatrice Jacqueline Springer, “in questa mostra celebriamo la ricchezza e la versatilità della musica nera britannica come strumento di protesta, affermazione e creatività, e sveliamo le storie non raccontate dietro alcune delle musiche più popolari di tutti i tempi”. Il percorso multisensoriale della mostra presenta musiche, video, testi e soprattutto oggetti che rappresentano i tanti generi musicali nati dalla cultura black, dal 2 Tone allo ska, dal trip hop alla jungle, dal pianoforte della rivoluzionaria musicista caraibica Winifred Atwell all’iconico gilet progettato da Banksy e indossato da Stormzy al festival di Glastonbury nel 2019.
“Questa città sta diventando una città fantasma / Tutti i locali sono stati chiusi / Questo posto sta diventando una città fantasma / Le band non suoneranno più / Troppe risse sulla pista da ballo”, cantano The Specials in “Ghost Town” nel 1981, diventato in poche settimane singolo di successo nelle classifiche inglesi.
Nonostante la mole, il libro di Gaeta è diventato in pochi mesi un piccolo caso editoriale ed è già in ristampa, sostenuto dal piccolo editore piacentino nato dal progetto editoriale delle Officine Gutenberg, la cooperativa sociale creata per inserire personale svantaggiato nell’editoria e nella comunicazione. Gaeta fa partire il suo lungo e appassionante viaggio letterario orizzontale dalla vecchia mappa “L’arbre du jazz” che rappresenta la black music come un organismo vivente in continua rigenerazione: “Un grande albero il cui tronco principale è il jazz, le radici sono rappresentate dal blues e dalla musica religiosa e i rami sono tutto quello che gli ruota attorno”, racconta l’autore con grande partecipazione e un tocco di ironia, “Ottocento pagine sono in realtà pochissime. Qualche amico ha storto il naso perché manca Cannonball Adderley, o il mitico J Dilla, o Wilson Pickett”, si schernisce lui. Gli faccio notare che non ha citato John Lee Hooker o Howlin’ Wolf e lui risponde divertito: “Bisognerebbe averne ottomila di pagine per essere esaustivi. E’ stato estremamente difficile scegliere i personaggi più rappresentativi e fare scelte chirurgiche dolorose in termini di diminutio, ma ovviamente ragionare con ‘chi c’è e chi non c’è’ è un ragionamento assurdo perché il libro perderebbe la sua scommessa”. Al viaggio orizzontale, che va dalla deportazione degli schiavi africani alla nascita del jazz e al funk, fino ad arrivare all’hip hop e alla techno di Detroit, si affiancano i mini racconti verticali sulle biografie dei personaggi più significativi: da Bessie Smith, l’imperatrice, a Billie Holiday, la voce che sapeva dove fa male; da Miles Davis, il grande camaleonte, al suo doppio, John Coltrane, il mistico che cercava l’assoluto. Ma Gaeta, onnivoro musicale, tratteggia con penna felice anche le storie incredibili e meno battute di Sun Ra, il profeta dell’afrofuturismo, e di Gil Scott-Heron, il padre spirituale dell’hip hop; di Erykah Badu, la strega buona del neosoul, e di DJ Kool Herc, l’inventore dell’hip hop nel Bronx degli anni 70. E ancora quella di Nina Simone, la sacerdotessa del soul, e della rivalità artistica e musicale che uccise 2Pac e Notorious B.I.G.; la stella color porpora di Prince e quella del genio di strada Kendrick Lamar, che vinse il Pulitzer nel 2017 per il suo album hip hop “DAMN”, cosa mai accaduta prima.
“They not like us, they not like us”, “Non sono come noi”, ripete ossessivamente Kendrick Lamar nell’omonimo singolo del 2024, campionando vari frammenti di “I Believe to My Soul” di Ray Charles e vincendo cinque Grammy Awards.
“Spiritual e armonie gospel levavano le voci verso una liberazione che il mondo non offriva. La black music ritrovava la libertà nel respiro collettivo, spingendosi a innovare per mezzo del rito, della funzione religiosa, dell’architettura emotiva”, racconta nella prefazione al libro Logan Richardson, il sassofonista di Kansas City, classe 1980, una delle voci più interessanti della musica nera contemporanea. “Il suo laboratorio più esplosivo non è stato però una sala da concerti o un’etichetta discografica: è stata la piazza. Congo Square (la celebre piazza di New Orleans, ndr) fu il primo incubatore multidisciplinare a cielo aperto d’America. Qui il ritmo collideva con il movimento, il suono incontrava la storia, i corpi diventavano archivio, la cultura si esibiva nella reinvenzione frattale”.
Quel ritmo, quel canto di dolore che veniva celebrato a Congo Square, viene orecchiato dai bianchi e letteralmente saccheggiato nientepopodimeno che da un siciliano, il celebre Dominic James La Rocca detto Nick: il cornettista, nato a New Orleans nel 1889 da genitori prevenienti dalla provincia di Trapani, con la sua Original Dixieland Jass Band incide nel 1917 il brano “Tiger Rag”, che passa alla storia come il primo brano jazz mai inciso. “Nick La Rocca era un gran figlio di puttana”, afferma ridendo Gaeta, “uno dei tanti bianchi in gamba, sottolineo come tutti i siciliani, che si è arrogato il titolo di inventore del jazz. Lui, dagli studiosi di BAM, l’acronimo di Black American Music, viene considerato il primo vero usurpatore della loro musica e io, devo dire la verità, sono d’accordo”.
Grande spazio nel libro ha anche il trombettista Nicholas Payton, nato proprio a New Orleans nel 1973, promotore della riappropriazione culturale delle origini della musica nera. Da anni, infatti, propone di sostituire la parola “jazz”, considerata da molti musicisti afroamericani riduttiva e colonialista – non piaceva né a Duke Ellington né a Miles Davis – con BAM, Black American Music. “Jazz è una parola da negri”, dichiarò con il solito sarcasmo Miles nel 1969, “Dovrebbero smetterla di usarla per farci i soldi”.
Intervistato da Gaeta Payton riporta la centralità della questione sull’origine del blues come necessità di comunicazione “perché i neri portati in America e tenuti schiavi non avevano il permesso di parlare la loro lingua madre; i loro padroni non volevano che comunicassero l’uno con l’altro, renderli schiavi significava anche togliergli qualsiasi tipo di retaggio culturale. Molti decenni prima che venisse fuori qualsiasi tipo di movimento per i diritti civili, molto prima che Martin Luther King o Malcolm X iniziassero ad avere un ruolo nel mondo dei neri, questa musica, la black music, ha iniziato a definire il concetto di “libertà” per la mia gente”.
“Non potrai restare a casa, fratello / Non potrai collegarti, accendere la TV e tirarti indietro /Non potrai perderti nella droga e sgattaiolare fuori a prendere una birra durante le pubblicità, perché /La rivoluzione non sarà trasmessa in TV”, canta Gil Scott-Heron nel 1971 in uno dei brani soul più campionati dall’hip-hop.
Alle parole di Payton fanno eco quelle della Springer, che a proposito della mostra londinese ha sottolineato il valore della musica come elemento di integrazione sociale: “Trasmettere questo messaggio attraverso un percorso curatoriale che analizzi la storia politica e sociale e permetta alle persone di vedere la musica non solo attraverso i propri ricordi, ma anche come essa si intreccia con le reazioni all’oppressione, ai crimini contro l’umanità, ai conflitti globali, alla disgregazione e alla coesione sociale, è un modo davvero meraviglioso per mettere in luce l’importanza della musica”. Inghilterra e America, dunque, per una volta unite per celebrare la voce e l’orgoglio nero che il colonialismo non ha mai addomesticato.
“Sto organizzando il viaggio anche all’estero / Ho intenzione di andare in America quando avrò una carta Visa / Ma al giorno d’oggi ottenere una carta Visa non è difficile”, cantano i Massive Attack in “Five Man Army” tratto dall’album d’esordio “Blue Lines” del 1991, campionando la batteria di “I’m Glad You’re Mine” di Al Green del 1972.
Gaeta chiude il libro con alcuni ricordi personali toccanti che rendono il libro ancora più prezioso, come quando racconta dell’amico nigeriano Dynka – morto d’overdose – che gli insegna a mettere due dischi allo stesso tempo: “La musica nera mi ha insegnato a non avere paura del silenzio. A stare dentro il battito anche quando manca il ritmo. Scrivere di musica nera è stato per me un debito antico: verso chi ha trasformato la ferita in arte, la fatica in grazia, la solitudine in coro”.