Musica
Lo spettacolo •
Le siège de Corinthe di Livermore, grido di resistenza contro i nuovi barbari
L’Opera Festival di Pesaro è rossiniana. Altro che le polemiche sull’Odissea di Nolan: la meglio gioventù andava a immolarsi per l’Ellade, da Byron a Santorre di Santarosa
18 AGO 26

Fotp di Opera Festival
Quest’anno il piatto forte, anzi il plat de résistence del Rossini Opera Festival di Pesaro, Rof per noi talebani rossiniani, è Le siège de Corinthe (1826). Per il suo debutto all’Opéra e nell’opera francese, Rossini riprende il titolo più sperimentale e avveniristico (insieme a Ermione) dei suoi anni napoletani, Maometto II, e lo sottopone a una doppia rifondazione: stilistica e drammaturgica. Pesano anche le contingenze politiche. La Grecia è in rivolta contro i suoi padroni ottomani, e le gesta degli insorti, benché non sempre facilmente distinguibili da comuni briganti e/o pirati, come ha raccontato Mark Mazower nel suo recente formidabile Grecia 1821, infiammano un’opinione pubblica europea imbevuta di letture classiche. Altro che le polemiche sull’Odissea di Nolan: la meglio gioventù va a immolarsi per l’Ellade, da Byron a Santorre di Santarosa, e del resto lo stesso Gioacigno, due anni prima, nella sua ben pagata tournée londinese, aveva composto Il pianto delle Muse in morte di Lord Byron, dove piangeva in prima persona cantando la parte di Apollo. Passando da Napoli a Parigi, gli eroici veneziani del Maometto II si trasformano nei non meno eroici greci del Siège, fermo restando il sultano come tiranno innamorato; Negroponte diventa Corinto; il contralto en travesti, un tenore, anzi un haute-contre; e vengono aggiunte le consuete parti corali e danzerecce indispensabili alla “grande boutique”, come Verdi chiamava l’Opéra. Resta il senso politico del remake, un’instant-opera sull’attualità bellica, come se oggi un operista scrivesse della guerra fra Russia e Ucraina.
Su quest’aspetto gioca la bella regia di Davide Livermore. I greci, che nei magnifici costumi di Gianluca Falaschi risultano chic e floreali come nei quadri di sir Lawrence Alma-Tadema, sono asserragliati nella Ztl di Corinto insieme alle rovine classiche, assediati da turchi cafoni che hanno sempre il telefonino in mano, si scattano selfie nei momenti più inopportuni, gettano la monnezza nell’Egeo e spengono le cicche sui capitelli, però incongruamente ionici e non corinzi. Messaggio ricevuto: la nuova resistenza è quella dei valori della nostra civiltà contro i nuovi barbari trumpiani, putiniani, vannacciani e chi più ne ha più ne aborra. Musicalmente, tutto è efficiente e, nel caso della direzione di Carlo Rizzi, pure autorevole. Ma un po’ generico, nel senso che nessuno o quasi si è posto il problema stilistico (al Rof?) di restituire le specificità francesi del Siège. E’ vero che Rossini, anche in quel ruolo di “Inspecteur général du chant en France” che faceva la felicità dei caricaturisti, sbarazza l’Opéra della famigerata “école du cris” locale, e traghetta la vecchia tragédie lyrique verso i nuovi bombastici orizzonti della grand opéra. Ma adeguandosi alla tradizione francese, non sovvertendola. Si dovrebbe sentire, in orchestra, un profumo di Gluck mediato da Spontini (e del resto, a Napoli, Rossini aveva concertato il Fernand Cortez); nel canto, quello della déclamation lyrique, e magari in un francese un po’ meno barbaro.
L’unico ad averci pensato è Maxim Mironov, che fa Néoclès con risultati stilistici probanti. Vasilisa Berzhanskaya canta benissimo, ma i ditirambi che si sono letti a quotidiani unificati sono eccessivi perché le agilità sono spesso di grazia e non di forza e i recitativi un po’ mosci. Adrian Sâmpetrean è bravo, ma non ha l’imponenza, vocale e fisica, di Mahomet; Matteo Roma ha la voce giusta per Cléomène ma il suo francese ammazzerebbe, benché immortali, tutti i soci dell’Académie; tonante l’Hiéros di Simón Orfila; deliziosa l’Ismène di Anna-Doris Capitelli e gustosi, non capita spesso, pure i divertissement di danza coreografati da Erika Rombaldoni. Successo da parte di una platea (alla seconda) di pochi intimi.