Tagliata e bistrattata: la “Carmen” degli opposti isterismi a Salisburgo

L'opera di Bizet sembra diventare una specie di "greatest hits” dell'autore, come quei libri riassunti per lettori frettolosi. Inoltre la regista Gabriela Carrizo è una coreografa. Il pregio principale dello spettacolo sono le luci di Tom Visser

15 AGO 26
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Pochi spettacoli come la nuova Carmen del Festival di Salisburgo hanno scatenato una discussione così aspra. Al netto degli opposti isterismi, è evidente che questa attesissima produzione presenti alcune “criticità”, come si dice in cretinese. La prima è che si tratta in effetti di una semi-Carmen, una specie di “greatest hits” di Bizet, come quei libri riassunti per lettori frettolosi. E dunque via tutti i parlati, via tutti i recitativi, via i mélodrame, sostituiti da insensati rumori di scena o addirittura dalla mamma di José che canticchia spagnolismi nella taverna di Lillas Pastia dove non si capisce bene come sia finita. Vengono amputati perfino alcuni numeri musicali: non so se la scelta sia del regista o del direttore, ma ha sbagliato chi l’ha fatta e ancora di più chi l’ha avallata. Tutti conosciamo Carmen perché ne abbiamo viste tante (anzi, troppe), ma se un marziano transitasse dal Grosses Festspielhaus potrebbe legittimamente chiedersi chi sono quei due tizi che sbucano nel secondo atto a blaterare di “tromperie” e di “volerie”.
Secondo problema: la regista, Gabriela Carrizo, non è affatto una regista, ma una coreografa (della celebre compagnia belga Peeping Tom, per inciso). Quindi concepisce Carmen come un eterno balletto dove i doppi dei personaggi fanno cose misteriose, mentre il coro resta per lo più in fila immobile. Che idea Carrizo abbia di Carmen non è chiaro, e se l’ha è ben confusa; il pregio principale dello spettacolo sono le luci di Tom Visser, che compongono dei quadri di Goya in mezzo a scene per lo più buissime, come se fosse andata via la corrente, il che non sembra molto in linea con il “quelque chose de gai” che aveva in mente Bizet inventando il suo Mediterraneo assolato. Come spesso capita quando non funzionano, le regie “moderne” si risolvono in belle immagini come quelle dei registi arredatori “tradizionali”: plus ça change, plus c’est la même chose. I cantanti sono abbandonati a loro stessi. Asmik Grigorian dispensa le solite secchiate di carisma, ma non si capisce bene dove la sua Carmen voglia andare a parare; Jonathan Tetelman fa il solito José testosteronico e veristizzato, benché cantato un po’ meglio del consueto; Davide Luciano è un buon Escamillo e Kristina Mkhitaryan una pessima Micaëla, con l’attenuante che per il tempo catatonico staccatole nella romanza dei polmoni umani non bastano.
E così siamo a Teodor Currentzis che dirige la sua eccellente Utopia Orchestra ed è bravo, bravissimo, strabravo fino al virtuosismo. Ci sono dei momenti che ti fanno letteralmente saltare sulla sedia, per esempio “Les tringles des sistres” dove l’accelerando portato al parossismo ha come unico paragone Abbado (però Teresa Berganza non era obbligata a gridare come la Grigorian). Il problema, anzi la criticità, è però che molti momenti presi singolarmente sono splendidi, l’insieme no; e soprattutto un disegno interpretativo complessivo Currentzis sembra non averlo, a parte mostrarci quant’è figo, ma questo sapevamcelo. In generale, mi sembra che oggi chiunque si accosti a Carmen non possa fare a meno di affrontare il problema stilistico di quest’opera, a cominciare dal fatto che non è affatto un’opera ma un’opéra-comique, con tutto quel che ne consegue. Consiglierei la lettura del saggio di Patrick Taïeb su Célestine Galli-Marié, la prima interprete, naturalmente non tradotto in italiano, che è per molti aspetti illuminante. Nel frattempo, questa Carmen così autoreferenziale e anche così applaudita, a parte i rituali buuu! alla regia, fa venire in mente quel che Wagner diceva del povero Meyerbeer: “Wirkungen ohne Ursachen”, effetti senza cause.