La mistica di San Francesco avvolge l'opera di Messiaen

L’immenso “Saint-François d’Assise”, con regia di Castellucci, vale il viaggio a Salisburgo. Colpisce soprattutto la drammaturgia, per nulla lineare, semmai una selezione di greatest hits del Santo
11 AGO 26
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Foto LaPresse

Ci si può legittimamente chiedere che senso abbiano oggi i festival musicali, e perfino considerarli un’insensata fiera della vanità, o magari della vacuità. Difficile però pensare che altrove che a Salisburgo si possa mettere in scena l’immenso Saint-François d’Assise di Olivier Messiaen (1983) con altrettanta dovizia di mezzi, e con lo stesso clamoroso risultato (per sei-recite-sei praticamente sold out, anche se alla mia qualcuno che ha scelto la libertà a metà c’è stato). E’ l’estate dei titoloni, in effetti: alle barocchiadi di Innsbruck riesumano Il pomo d’oro di Cesti (1668), otto ore divise in due serate; a Salzburg, l’opera del supremo ornitologo cattolico ne dura sei e un quarto ma con due intervalli bayreuthiani di un’ora l’uno, sicché le ore effettive di musica sono poco più di quattro: il Saint-François come mezzo Pomo, insomma. Riascoltato dopo molti anni, di questo Messian terminale e testamentale, anche librettista di sé stesso, colpisce soprattutto la drammaturgia, per nulla lineare, semmai una selezione di greatest hits del Santo. “Scènes franciscaines”, le chiama infatti: il lebbroso, l’angelo, la predica agli uccelli, le stigmate, la morte. La musica procede per accumulazioni e ripetizioni, raramente per sviluppo, sicché l’impressione è che Messiaen costruisca un teatro che non racconta né discute ma che, come in certe culture extra-europee, vuole trasportare lo spettatore in una sorta di mistico nirvana (che poi nel secondo atto, decisamente prolisso, il rischio di un blasfemo pisolino ci sia è innegabile). E’ un Francesco decisamente mistico: il rischio di un eccesso di dolcezza irenista è abilmente schivato dalla direzione di Maxime Pascal, tutta una clarté, una nettezza e nitidezza di linee che ricordano quella di Salonen del ’92. Inaggettivabili al solito i Wiener, meravigliosi per compattezza, precisione e bel suono: in buca ce ne saranno almeno un centinaio, con le percussioni e le immancabili ondes Martenot delocalizzate ai lati del palcoscenico, eppure perfettamente “a piombo”. Sterminato anche il coro della Staatsoper di Vienna, piazzato fuori scena con effetti decisamente suggestivi.
Un titolo del genere è un invito a nozze per Romeo Castellucci, che sceglie la strada del realismo: ci sono un vero lupo, un vero pavone, un vero vegliardo nudo come lebbroso e, nel finale, un vero gregge di pecore, mentre i fraticelli cuociono in due forni (elettrici, però) del vero pane il cui profumo satura la sala. Servono a raccontare il progressivo distacco dal mondo di Francesco: l’ascesa verso l’estasi non è il rifiuto di ciò che ci circonda, ma la sua accettazione, anche lavando il corpo del lebbroso o abbracciando la lava incandescente delle stigmate. Perfino gli uccelli stramazzano al suolo, ma continuano a cantare. Ovviamente non mancano i consueti quiz castellucciani per solutori più che abili, tipo la scarpa da tennis che Francesco porta sulla testa per metà del primo atto; ma lo spettacolo è assai bello, pieno di immagini forti davanti all’enorme muraglia della Felsenreitschule per lo più lasciata opportunamente “nature”, e con un terz’atto davvero impressionante. Giganteggia Philippe Sly come Francesco. La parte non è difficile ma estenuante, specie in una regia così “fisica”: si fa dipingere, malmenare, sballottare mentre canta, e pure molto bene. Notevoli anche l’Angelo di Lauranne Oliva, il Lebbroso (o meglio, il suo doppio canoro) di Sean Panikkar e in generale tutto il convento, dal quale spunta perfino il glorioso sir Willard White. Si arriva alla fine leggermente stremati ma decisamente plaudenti. Quindi sì, valeva il viaggio.