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La resurrezione degli Strokes gioca sull’autoironia
La band newyorkese si assume il rischio di poter scivolare nel ridicolo piuttosto che scadere in una copia di se stessa, venticinque anni dopo “Is This It". Il risultato è il settimo lavoro in studio “Reality Awaits”
4 AGO 26

Foto LaPresse
Snob, super modaioli, fighi da morire, perennemente con l’aria di farti un favore, gli Strokes sono stati i campioni mondiali dell’indie rock all’altezza dell’11 settembre, poi sono appassiti velocemente, assieme alla loro giovinezza. Però tramontati ma non morti, se adesso, come regola consolidata della pop music, nei dintorni dei cinquant’anni si ripresentano in una versione esteticamente affidata a uno stylist professionista, ma musicalmente ritrovandosi più o meno dove avevano lasciato, con inevitabili riverberi del passato. Vent’anni fa la band di Julian Casablancas non era solo un gruppo rock: era la sineddoche di una New York che si reinventava dopo lo choc delle Torri Gemelle, in un downtown fatto di loft affittati coi soldi di papà, giacche di pelle anche a 35 gradi e un classismo mascherato da apatia. “Is This It”, di cui ricorre il venticinquesimo anniversario, è l’album che ha fissato per una generazione l’equazione tra rock’n’roll e Grande Mela: chitarre minime, batteria secca, un cantante annoiato anche quando urlava. Un mito decodificato nella raccolta di ricordi orali “Meet Me in the Bathroom”, firmata da Lizzy Goodman, bibbia ufficiosa di quella scena, a cui appartenevano band oggi semi-dimenticate come Yeah Yeah Yeahs e Interpol. Era l’ultimo revival del suono garage, l’ultima occasione in cui una guitar band ha dettato il mood musicale della città, prima che essa stessa diventasse soprattutto un brand da esportazione.
Il problema di essere stati l’origine di tutto è che il resto poi ti somiglia. La più chiacchierata delle band indie di oggi, i Geese, è puro suono post-Strokes, pur essendo stata concepita quando Casablancas e soci erano già una leggenda. Adesso comunque, inaspettatamente, gli Strokes sono risorti, anche dal vivo, con il primo tour in vent’anni, l’apparizione da headliner a Coachella, di fronte a un mix di teenagers inconsapevoli e veterani del Cbgb e ci danno dentro con “Reality Awaits”, settimo disco in studio e primo dal 2020, che assortisce nove canzoni prodotte da Rick Rubin e registrate in Costa Rica. Il suono è poco cambiato. “Is This It” marciava per sottrazione, due chitarre intrecciate in loop minimi, una voce compressa fino a suonare spinta dentro un citofono, il tutto in tre minuti. “Reality Awaits” si espande oltre, a volte cambia idea a metà canzone e processa la voce di Casablancas con un vistoso autotune, che somiglia a una confessione sul proprio invecchiamento. “Psycho Shit”, in apertura, parte con arpeggi da colonna sonora e ci mette cinque minuti a esplodere, “Dine N’Dash” ha un incedere post-punk fino a scivolare in un parlato con un surreale finto accento inglese. La componente Voidz – il progetto solista sperimentale di Casablancas – s’intravede un po’ ovunque: in “Liar’s Remorse” il cantante passa con autoindulgenza da un falsetto caraibico a un assolo di tromba filtrata. “Lonely in the Future” è uno sfottò rivolto alla generazione online e ai critici musicali di YouTube. Il singolo “Going Shopping” è il pezzo più riuscito nel bilanciare il vecchio intreccio di chitarre alla Television tra Valensi e Hammond Jr. e le nuove scelte vocali, con Casablancas che canta di voler “essere una stella marina di due metri”.
Il resto del disco entra ed esce dal binario della presa in giro di se stessi e anche la copertina, un fotomontaggio dell’artista Johann Rashid costruito sulla celebre foto “(Untitled) Cowboy” di Richard Prince, gioca sul registro di scegliere un’icona americana riappropriandosene, modificandola e cortocircuitando l’originale. Il lancio dell’album ha seguito la medesima logica di seduzione passatista: un teaser con l’immagine di una vecchia Nissan 300ZX d’epoca e un centinaio di musicassette spedite per posta ai fan più fedeli, con la prima registrazione di “Going Shopping”. Dunque a chi si rivolge, in primo luogo, questo disco? A chi ha seguito la band abbastanza a lungo da accettarne le derive e a chi trova più interessante una band che accetta il rischio di scivolare nel ridicolo piuttosto che modernizzarsi secondo correttivi stereotipati. Sono gli Strokes e saranno sempre così: è un disco per conoscitori accertati della materia e per fan navigati, ma non per turisti della nostalgia, coerente con lo spirito delle origini. La critica si è divisa tra chi ha liquidato l’album come un accumulo di trovate bislacche – l’autotune, gli accenti finti, gli assoli fuori contesto – e chi lo legge come un ironico florilegio concepito da quattro milionari. Che possono permettersi di farsi il verso, dal momento che lo fanno con una classe impareggiabile. Dopo venticinque anni passati a essere il metro di paragone per gli altri, gli Strokes si confrontano con se stessi e con quel che resta del suono della loro città: il risultato non pretende d’essere memorabile, ma contiene più che a sufficienza i crismi della sapienza, del gusto e dell’intelligenza.