Musica
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La “vera” Carmen al Festival della Valle d’Itria
Fare quella senza habanera, ottima idea. Ma riesumare l’opéra-comique è difficile
30 LUG 26

Foto Cinzia Coppolecchia
Una Carmen senza habanera si era già ascoltata in tournée concertistica; vista, mai. Provvede adesso il Festival della Valle d’Itria di Martina Franca con la prima rappresentazione scenica dell’edizione critica di Paul Prévost. Attenzione, non si tratta dell’ur-Carmen, cioè quella andata in scena al debutto parigino del 1875, prima che, a babbo Bizet morto, Ernest Guiraud trasformasse per il mercato internazionale un’opéra-comique in un’opera tout court, musicando i parlati oltre a provvedere ad altri “aggiustamenti”. No: questa è l’ur-ur-Carmen, cioè la partitura che Bizet mandò ai copisti dell’Opéra-Comique nel ’74 ma che fu pesantemente modificata durante le prove, che furono un calvario, fra lui che stava già male e spesso arrivava in teatro sulla sedia a rotelle, orchestra e coro che si lamentavano di parti troppo difficili, la direzione del teatro che non credeva a un’opera che pure aveva commissionato, le perplessità degli interpreti e così via. Le differenze dalla Carmen che si ascolta di solito, per la verità mai due volte di fila nella stessa versione, risultano assai rilevanti. I parlati sono più lunghi e spesso sotto forma di mélodrame; il finale primo è diverso e, direi, più bello; la canzone d’Alcalà, molto più lunga (il primo don José, Paul Lhérie, aveva notoriamente dei problemi d’intonazione e infatti poi da tenore divenne baritono), idem il duetto-duello fra José ed Escamillo, eccetera. E poi, come si è detto, non c’è l’habanera, ma l’aria ironica e volage che Bizet scrisse ma che non convinceva la prima Carmen, Célestine Galli-Marié, vocalista modesta ma grande attrice. Con il suo fiuto teatrale aveva capito che ci voleva altro: Bizet rubò la nota melodia a Sebastián Iradier, e fu la hit che conosciamo.
Fare la Carmen “vera”, o almeno verosimile, è un’ottima idea, e non per scrupolo filologico, ma perché quello di Carmen è un tipico caso in cui l’equivoco stilistico ne ingenera uno contenutistico, trasformando “la” Don Giovanni dell’Ottocento più antiborghese (e nella Francia moralista della “Repubblica dei duchi” che edificava l’orrido Sacre-Coeur come preservativo di pietra su Parigi) in una banale puttanona verista. Il problema è però che l’opéra-comique è difficile da riesumare perché se n’è completamente perduto lo stile, pensato per degli attori che cantavano e non per dei cantanti che recitavano. Non ci riescono in Francia, dove il colpo di grazia alla tradizione lo diede, già sotto la Terza repubblica, la sciagurata fusione delle due troupe dell’Opéra e dell’Opéra-Comique, figuriamoci noi nel paese del melodramma; e se poi nella compagnia non c’è un solo francofono, peggio ancora. Comunque, il migliore è Matteo Lippi, José, un po’ imbranato (un po’ molto) in scena ma che canta assai bene; è di solida tradizione Deniz Uzun, Carmen; idem Alessandro Luongo, Escamillo (almeno non è il solito baritonone alle prese con dei couplets che sono in effetti un pezzo da cabaret, non un comizio, e da cantare tutto sulla parola); modestissima la Micaëla di Natalia Tanasii. Il gusto che non si sente in scena rinasce in buca, dove Fabio Luisi, finalmente, dirige Carmen come se fosse Mozart, redenta da effettoni che sono poi quasi sempre effettacci, tutta morbidezze e leggerezze, ironie e chiccherie: e benissimo suonata dall’Orchestra del Petruzzelli di Bari. Spettacolo intelligente ed essenziale, fatto vistosamente in economia, di Denis Krief, in tono con la generale “sgrassatura” dell’opera di cui è simbolo una “fleur” che non è la solita rosa o papavero o quant’altro di rosso, ma una gialla mimosa (tutto un simbolo, a ben pensarci).