Voce, tecnica, carisma: Anastasia Bartoli magnifica Abigaille a Macerata

L'interpretazione al festival dello Sferisterio di Macerata nel Nabucco è la sua consacrazione come soprano. Peccato che intorno a lei ci sia il vuoto
23 LUG 26
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La soprano Anastasia Bartoli (foto Ansa)

Non che ce ne fosse bisogno, ma il Nabucco che ha inaugurato il festival dello Sferisterio di Macerata segna la definitiva consacrazione come soprano specialista in figure femminili dominatrici e arrampicatrici, imperiose e anche un po’ stregonesche della primadonna più “prima” del momento. Si parla, naturalmente, dell’“altra” Bartoli, non Cecilia ma Anastasia, la novità più eccitante prodotta dal piccolo mondo antico dell’opera italiana negli ultimi anni (com’era peraltro prevedibile, perché la mamma-maestra-pigmaliona – si dirà? – è Cecilia Gasdia, cantante che aveva lo stesso temperamento e la stessa intelligenza anche se non la stessa voce straripante, oggi sovrintendente di successo dell’Arena di Verona). Come si sa, quella di Abigaille è una delle parti sopranili più micidiali escogitate di Verdi: ci rimise la voce, del resto già usurata perché troppo usata, anche la sua futura seconda moglie, Giuseppina Strepponi. Inutile dire che la Bartoli II le note le fa tutte, che è già abbastanza raro, e le fa benissimo, che è rarissimo, mentre vola su e giù per due ottave abbondanti, scendendo senza sbracare e salendo senza sforzo fino a un do acuto in pianissimo che vale da solo la serata. Questo lo diamo per scontato, benché non lo sia affatto.
Interessanti, semmai, altre due constatazioni. Una riguarda solo noialtri vociomani marci. Di solito Abigaille viene affidata a dei soprani tardoverdiani o addirittura veristi perché hanno il vocione. Il problema è che non hanno tutto il resto, comprese le agilità che, per come le esegue la Bartoli (ovviamente con i daccapo delle cabalette variati), dimostrano che Abigaille non è la nonna di Turandot, ma la nipote di Semiramide. Insomma la filiazione rossinian-donizettiana del personaggio diventa, per una volta, evidente, sia dal punto di vista vocalistico che drammaturgico: una variazione verdiana sul tema della primadonna-mantide, come potevano essere le parti scritte per la Colbran da Gioachino o quelle per la Ronzi-De Begnis da Gaetano. Secondo punto, che invece interessa tutti: la personalità, il carisma, il magnetismo, chiamatelo come vi pare, che questa donna alta, forte, tatuata (ex paracadutista, in effetti, altro che Vannacci…) inizia a emanare appena entra in scena. Una combinazione mesmerica di volume, tecnica, fisico e presenza che fa della Bartoli l’Abigaille dei nostri giorni, dal punto di vista stilistico anche meglio di Anna Netrebko; ebbene sì, l’ho detto, dal mio labbro uscì l’empia parola.
Peccato che intorno a lei ci sia il vuoto. Sul podio, Fabrizio Maria Carminati imposta giustamente un primo Verdi non barricadero ma, fra la serata non felice dell’orchestra e qualche stacco davvero troppo indugiante, riesce a realizzarlo solo a tratti. Nabucco è il solito baritono mongolo (oggi esporta più baritoni la Mongolia che Volkswagen la Germania), Ariunbaatar Ganbataar, volume tanto, timbro un po’ “sporco” e tecnica da rifinire. Buono Alberto Comes, che ha il pregio di cantare Zaccaria con la sua voce, non enorme, ma ben governata, idem Laura Verrecchia, Fenena, e rivedibile l’Ismaele di Alessandro Scotto Di Luzio. La regia di Paul-Émile Fourny è così insulsa che a un’ipotetica Coppa del mondo di insulsaggine arriverebbe seconda perché, appunto, troppo insulsa. Già coprire il bellissimo muraglione dello Sferisterio con delle proiezioni che raffigurano appunto un muro non ha molto senso; ma poi ci sono delle continue, irritanti insensatezze spicciole, tipo Ismaele che salva Fenena stando più o meno dall’altra parte del palcoscenico: un salvataggio ipotetico, diciamo così.