My Chemical Romance e i fantasmi adulti della generazione emo

Tra bustini neri, Dr. Martens, babysitter da organizzare e notifiche di lavoro, il concerto di Firenze racconta una comunità sospesa tra i ricordi dell’adolescenza e le responsabilità di oggi

20 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 13:08
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“Dai papà, andiamo dietro”. Marco ha sette anni, un paio di enormi cuffie antirumore grigie sulla testa e un angolo della maglietta sudata del padre stretto nel pugno sinistro. Lo tira con decisione, mentre con l’altra mano cerca un appiglio sicuro sui pantaloni della madre. Con la sola forza di quello strattone riesce a far indietreggiare tutta la famiglia di qualche decina di metri, lontano dalla calca del pit, dove la polvere e il caldo della Visarno Arena rendono l’aria quasi irrespirabile. I genitori, che per essere qui sotto la canicola di Firenze hanno sfidato il traffico e i rincari spietati dei biglietti, sbuffano: “Si vede che oggi Marco non stava bene, figurati se poteva stare là in mezzo”. In realtà sta benissimo, ha solo capito che quel posto non è un parco giochi per bambini. È il concerto dei My Chemical Romance, il ritrovo di una generazione che, all’alba dei quarant’anni e con figli a carico, non vuole riporre in soffitta i fantasmi con l’eyeliner della propria adolescenza.
L’arena del Parco delle Cascine si presenta come una gigantesca riunione di condominio travestita da sabba gotico. Ci sono gli over 30 che hanno saccheggiato gli angoli più nascosti del guardaroba per rispolverare cimeli di un’epoca precedente. Sfilano calze a rete slabbrate, babydoll neri e rossi riesumati dai negozi alternativi di inizio Duemila, Dr. Martens e ombretti scuri applicati sopra le prime rughe d’espressione.
Sono i superstiti di una generazione che vent’anni fa non aveva algoritmi a suggerire cosa ascoltare ma comprava e collezionava cd dei propri gruppi preferiti. Prima ancora di essere un gusto musicale, l’emo era un modo per riconoscersi. A Roma ci si incontrava sulle scale della Chiesa di Santa Maria dei Miracoli, a Piazza del Popolo, dove i ragazzi con il ciuffo piastrato e la matita nera sotto gli occhi imparavano a difendersi dagli insulti dei “truzzi”. A Milano ci si ritrovava intorno al muretto e alla fontana di San Babila. Luoghi di ritrovo e di resistenza adolescenziale, dove un taglio di capelli o una maglietta potevano essere una dichiarazione di appartenenza prima ancora che una scelta estetica.
Oggi, vent’anni dopo, quella trincea ha assunto la forma di un foglio in cui segnare il proprio piano ferie. Tra la folla che aspetta l’inizio dello show, un padre con la maglietta dei Within Temptation cerca disperatamente di capire come incastrare le ore di sonno e il turno di lavoro del mattino dopo. Poco più in là, un altro si aggira alla ricerca di una tacca di segnale, sollevando lo smartphone al cielo per mandare un WhatsApp alla compagna o alla babysitter. C’è anche Pablo Trincia, che si aggira tra le retrovie con l’aria di un antropologo davanti a una generazione riunita per una sera intorno a ciò che resta della propria adolescenza.
All’ingresso dell'arena, le magliette indossate dai presenti raccontano la cronologia di una liturgia collettiva. Dominano i Linkin Park (reduci dal bagno di folla di poche settimane prima sullo stesso prato), i Green Day, i Bring Me The Horizon. Le ventenni universitarie sfoggiano guanti a righe viola e nere e piccoli ombrellini neri di pizzo per ripararsi dal sole. Per loro l'emo non è una ferita di gioventù curata male o il ricordo di un bullismo scolastico subito per via di una matita nera sotto gli occhi, come lo è stato vent’anni fa per altri. È una fotografia sbiadita di un’epoca che per loro non è mai stata davvero perduta.
Poi, finalmente, le luci si spengono e inizia lo show. E non è soltanto un concerto: i My Chemical Romance hanno costruito negli anni uno spettacolo teatrale in cui la musica è inseparabile dalla narrazione. Per la prima ora e mezza la band ripercorre “The Black Parade” nella sua interezza. Sul palco Gerard Way e compagni indossano nuovamente le uniformi della parata militare della morte che hanno reso iconica quell’epoca. Ma questa volta la scenografia si trasforma in un incubo contemporaneo. Un enorme occhio tecnologico osserva continuamente la band, mentre sui ledwall un Grande Fratello digitale controlla ogni movimento. È una scena che sembra raccontare il presente più che il 2006. Vent’anni fa quegli adolescenti cercavano rifugio fuori dallo sguardo degli altri, nei forum, nelle chat e nei piccoli raduni cittadini. Oggi quella stessa generazione vive dentro uno schermo che registra, cataloga e restituisce immagini di sé.
Ma la vera liberazione arriva quando questa costruzione crolla. Dopo “Famous Last Words”, il palco sembra andare in fiamme. Gli effetti speciali consumano lentamente la scenografia della parata e quello che resta è una band libera dai costumi, dalle divise e dal peso del personaggio che si è costruita addosso. Non c’è più il funerale dell’adolescenza, c’è un gruppo rock che torna semplicemente a suonare. Il cerchio si chiude con “The Ghost of You”, “Ambulance”, “Helena” e soprattutto con l’urlo collettivo di “I’m Not Okay (I Promise)”, la frase che vent’anni fa era diventata il manifesto di milioni di adolescenti convinti, almeno per qualche minuto, di non appartenere al posto in cui si trovavano.
A cantarla oggi sono gli stessi ragazzi di allora, solo con qualche anno in più. Padri con le ginocchia doloranti dopo ore in piedi, madri che controllano l’orologio pensando alla babysitter, famiglie che si allontanano dalla calca. Per alcuni è un ritorno, per altri il primo incontro con un mondo che sembrava dimenticato. Il dolore adolescenziale non è sparito: ha cambiato forma, è diventato il lavoro, le scadenze, i figli, la sensazione di non essere mai del tutto arrivati. Quando le luci della Visarno Arena si riaccendono, restano solo le magliette nere, i telefoni pieni di notifiche e la sensazione che crescere non significhi per forza lasciare indietro quello che si era.