L’emozione autentica del Requiem di un contemporaneo che è già classico

L'Accademia senese dedica la sua rassegna ad Hans Werner Henze, una scelta coraggiosa che paga e si candida a pieno titolo come evento musicale dell'estate

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Foto ufficio stampa - Fotostudio56

Fra le varie benemerenze della Chigiana di Siena c’è quella di combattere contro quella specie di invecchiamento precoce che spesso colpisce la musica contemporanea. Ogni estate l’Accademia diventa il festival di sé stessa e dedica un focus a un grande musicista del presente o del passato prossimo. Quest’anno tocca ad Hans Werner Henze nel centenario della nascita, con 42 sue composizioni disseminate nei due mesi di festival. E naturalmente con l’inaugurazione, la scorsa settimana, con il Requiem del 1990-92 (raddoppiata, la sera successiva, dall’intrigante “costellazione drammaturgica” che Guido Barbieri ha ricavato dal carteggio Bachmann-Henze, uno dei più intensi del Novecento). Il Requiem di Henze è un capolavoro, termine com’è noto ambiguo e anche pericoloso. Però francamente non si saprebbe come altro definire questi nove “concerti sacri” per pianoforte solo, tromba concertante e grande orchestra da camera, quasi un ossimoro, che compongono una vera messa da requiem, ma senza voci e senza parole. Altro paradosso, per quello che è stato forse, con Britten, il più grande operista del Dopoguerra: ma Henze teorizzava appunto l’intercambiabilità fra musica vocale e strumentale che proprio qui, giudizio autorevole perché suo, “trova la sua realizzazione più completa”. Questo si lega a un’altra caratteristica molto sua: si ammira, certo, la sapienza della scrittura, la raffinatezza dell’orchestrazione, insomma tutto quello che fa di Henze il più classico dei contemporanei (o forse il più contemporaneo dei classici). Ma non sono mai disgiunte da un’emozione vera, autentica, che l’altra sera in Sant’Agostino era davvero palpabile. Confondere vita e opere è sempre pericoloso; l’impressione però è che la tragedia che generò questo Requiem composito, la morte per Aids nel 1989, a 46 anni, di Michael Vyner, direttore artistico della London Sinfonietta, nel 1989, sia stata particolarmente sentita. E’ una composizione eclettica, completata in tempi diversi, che dà però una fortissima sensazione di unità. Il gioco delle citazioni, alcune evidenti, altre più nascoste, evoca quasi una sensibilità postmoderna: Mozart per l’“Ave Verum” (ovviamente), le marce militari per il “Rex tremendae”, le colonne sonore dei film della Riefenstahl per il “Tuba mirum”, Berg e Bach per il “Lacrimosa”, le trombe sparse per la sala come per Gabrieli in San Marco per il “Sanctus”, e aggiungerei un ricordo, più che una citazione, di Verdi per il “Dies irae”. Ma, alla fine, tutto torna, tutto si ricompone, e tutto si scioglie in un’emozione autentica.
A Siena, esecuzione esemplare, con l’unico problema dell’acustica non ottimale di quella che resta pur sempre una chiesa e che tende a “impastare” i suoni, tanto più che il pianoforte non è collocato davanti all’orchestra ma in mezzo. In ogni caso, eccellenti sia la tromba di Jeroen Berwaerts che il piano di Emanuele Arciuli, e forse all’elenco dei solisti andrebbe aggiunto il primo violino dell’Orchestra della Toscana, Giacomo Bianchi, nei suoi diversi assoli: benissimo sia lui che i suoi colleghi, sotto la direzione precisa di Kai Röhrig. Mentre fuori dalla bolla chigiana impazzavano i festeggiamenti dei contradaioli dell’Aquila per la vittoria al Palio, veniva da pensare che, nel mare magnum dell’inutilità musicale estiva, non sono poi molti i festival che hanno il coraggio di fare delle scelte inusuali, stimolare le scoperte e scommettere sulla capacità del pubblico di apprezzarle: com’è poi puntualmente successo, con la chiesa gremita, diverse spettatori in piedi e lunghe ovazioni per quello che si candida già a diventare l’evento dell’estate.