Musica
intervista •
Jarre che suona il futuro. L’Europa, i synth, l’ottimismo verso l’AI e la storia dell’elettronica
Dal Fairlight a 8 bit ai concerti da milioni di persone. “Nei confronti dell'intelligenza artificiale bisogna essere ottimisti per sovversione. Sta a noi europei svegliarci e costruire i nostri strumenti”. L'unica data italiana a Jazz Open Modena
18 LUG 26

Piazza della Scala, la sera del 21 aprile 1914. Cazzotti e bastonate, facce insanguinate, un critico musicale che si becca uno schiaffo in pieno viso da un pittore. Dentro il Dal Verme, diciotto scatole di legno con la tromba di un vecchio grammofono hanno appena smontato l’idea stessa di musica: abbasso le note, evviva i rumori! Ululatori, rombatori, gorgogliatori, manovelle al posto degli archetti: è il “Gran Concerto Futurista”, firmato Luigi Russolo. Ma il pubblico non lo prende per visionario, lo prende per cialtrone. Anzi, lo prende letteralmente a ortaggi in faccia. Russolo però ha ragione, con un secolo d’anticipo. “Beethoven e Wagner ci hanno squassato i nervi e il cuore per molti anni. Ora ne siamo sazi e godiamo molto di più nel combinare idealmente dei rumori di tram di motori a scoppio di carrozze e di folle vocianti”. Nella sua lettera-manifesto “L’arte dei rumori”, il pittore milanese sostiene che la musica del futuro sarebbe stata “il palpitare delle valvole, l’andirivieni degli stantuffi, gli stridori delle seghe meccaniche”. Solo che adesso, nel futuro che nessun futurista aveva immaginato, le macchine non producono più un suono alla volta. Ne contengono miliardi, e li sintetizzano in tempo reale. Jean-Michel Jarre, che con i sintetizzatori riempie piazze, cattedrali e deserti da mezzo secolo, oggi lavora con l’intelligenza artificiale come Russolo lavorava con gli “Intonarumori”: per suonare la musica di domani.
“Non bisogna avere idee preconcette né confondere lo strumento con il suo uso”, dice Jarre, settantasette anni e la curiosità di un bambino. “Lo strumento è neutro per definizione: può essere uno Stradivari, una Fender, un pennello o un algoritmo di AI. Dipende tutto dal modo in cui lo si usa, dalla persona che ci sta dietro. C’è questa specie di approccio romanzesco”, prosegue, “questo riflesso distopico rispetto all’innovazione, come se necessariamente ci portasse dritti contro un muro. Senza fare filosofia da bar: probabilmente nel nostro dna coviamo un’inquietudine: l’idea che, a un certo punto, non faremo parte di quel futuro. Per questo abbiamo paura delle innovazioni sorprendenti. Anche il fuoco è pericoloso, ma globalmente direi che ha aiutato l’umanità. Così come l’elettricità, benché ci si possa fulminare, o il nucleare, che ci ha fatto progredire nonostante Hiroshima. Lo spirito malvagio esisteva prima dell’AI, e l’elettricità esisterà dopo l’AI: quindi non c’è ragione di rifiutarla. Anzi, più la si rifiuta, soprattutto in Europa, più si accumula ritardo rispetto all’America e alla Cina. Non dovremmo nemmeno temere i giganti che pretendono di controllare un linguaggio. Sta a noi europei svegliarci e costruire i nostri strumenti, perché abbiamo una visione del mondo specifica da condividere. Nei confronti dell’AI, bisogna assolutamente essere ottimisti per sovversione. Bisogna piratare il sistema, fare esattamente quello che i cinesi o gli americani hanno fatto a noi: un trasferimento di tecnologia al contrario. Ribaltarlo come nel judo: fare di una debolezza una forza. E penso che ne siamo decisamente capaci”.
Il suo libro Machines: Une histoire de la musique électronique – in uscita a ottobre in francese e inglese per Éditions du Chêne e Thames & Hudson – va letto in questa chiave. Parte dal manifesto di Russolo e arriva fino all’AI generativa: una storia europea, rivendicata come tale. “L’elettronica è una musica profondamente europea, continentale, che ha invaso il mondo allo stesso modo del rock’n roll americano”, dice Jarre. “Dal theremin, uno strumento russo, a Stockhausen, Pierre Henry, Pierre Schaeffer: è uno stile, un genere, una nuova grammatica musicale, nata sia dall’impressionismo, nelle sue trame, sia dal surrealismo – per quel lato alla Marcel Duchamp, quel mescolare un suono di piccioni con un sassofono – e allo stesso tempo dal Bauhaus, con tutte quelle regole che hanno dato origine ai Kraftwerk”. Una genealogia documentata, in Machines, attraverso ottanta strumenti della sua collezione personale. Non cimeli, occhio. Alcuni saranno sul palco a Modena, accanto ai sistemi di AI. “I synth con cui ho iniziato sono, in un certo senso, i miei Stradivari. Strumenti dal valore inestimabile”. Eppure l’AI quel passato lo raccoglie e ricombina seguendo inintelligibili calcoli statistici, mentre Jarre ha sempre cercato ciò che ancora non c’era, seguendo l'incidente, l’intuizione, l’orecchio. In fondo, dice, “siamo tutti ladri. Rubiamo tutto ciò che ascoltiamo, tutto ciò che guardiamo. Ma quello che rende un creatore unico è proprio la sua singolarità. In migliaia suonano la tromba, ma c’è un solo Miles Davis. E questo non sarà l’AI a cambiarlo. I prossimi Italo Calvino, le prossime Billie Eilish o i prossimi Fellini non hanno nulla da temere”.
Per i fan della prima ora, quest’anno è anche il 50mo anniversario di Oxygène, l’album registrato in un appartamento parigino nel 1976 con sintetizzatori che quasi nessuno conosceva, e che avrebbe ridefinito il rapporto tra musica elettronica e pubblico di massa (diciotto milioni di dischi venduti). “Ma la nostalgia non mi interessa”, dice. “Sono concentrato su altro: sull’uscita del libro e su un nuovo album che sto preparando”.
“Pioniere della musica elettronica, visionario della tecnologia, showman senza pari”, scrive di Jarre il compositore Alain Jamot. “Un artista che ha forgiato il proprio percorso, inventando lungo la strada un genere musicale e una forma di performance che prima non esistevano”. Jarre – ventidue album e ottantacinque milioni di dischi venduti – ha fatto il suo primo concerto all’aperto in Place de la Concorde a Parigi nel 1979, davanti a un milione di persone. Non c’erano gli schermi giganti, i droni o infrastrutture pensate per quel tipo di spettacolo. Ogni suo record l’ha poi superato. Pechino e Shanghai nel 1981: primo artista occidentale a esibirsi in Cina dopo la Rivoluzione Culturale. Houston nel 1986, con lo skyline della città come scenografia. Doveva essere il concerto con la prima musica suonata dallo spazio – il sassofonista e astronauta Ron McNair avrebbe suonato dalla Challenger in orbita – è diventato un requiem, tre mesi dopo che la navetta era esplosa in volo con McNair a bordo. Mosca nel 1997, il collegamento video in diretta con i cosmonauti sulla stazione Mir: tre milioni e mezzo di persone sotto le stelle, il massimo per un concerto all’aperto. Il Capodanno del 2000 alle Piramidi di Giza, il primo in streaming sul web. Poi sono arrivati l’incendio di Notre-Dame e la pandemia. Era il capodanno del 2021, lui suonava in studio mentre il suo avatar si esibiva in una ricostruzione digitale della cattedrale (quella vera era ancora in restauro). Settantacinque milioni di persone collegate da tutto il mondo, ciascuna nel proprio salotto. Il concerto con il pubblico più grande della sua carriera, e al contempo il più solitario. “Eravamo indeboliti e quindi avevamo bisogno gli uni degli altri”, ricorda, “e allo stesso tempo, volevo celebrare un monumento, un simbolo anch’esso indebolito e danneggiato, come lo eravamo noi. Questa doppia equazione ha fatto sì che quel momento fosse, sul piano emotivo, tutt’altro che astratto”.
Che cosa ci fa il pioniere dell’elettronica sabato 18 luglio a Jazz Open Modena, nell’unica data italiana del suo tour? Lo si capisce proprio da come considera l’intelligenza artificiale. Non tanto “Artificial Intelligence”, dice, ma piuttosto “Augmented Imagination”: un’intelligenza che non sostituisce quella umana, ma uno strumento che la espande. “L’AI è un super collaboratore, che ti dà più scelte, amplia le tue possibilità. Ti permette di non essere più solo il creatore ma anche il curatore del tuo lavoro”. A Modena userà un sistema che trasforma in diretta elementi visivi, architetture di luce, volumi tridimensionali. Il risultato cambia a ogni concerto. “Paradossalmente, l’AI ti offre una cosa di cui non si parla molto: l’improvvisazione, l’incidente, l’imprevisto”. Che poi è l’anima del jazz. Jazz Open, del resto, è un festival che col jazz ha solo un rapporto di buon vicinato. Nato a Stoccarda trent'anni fa sotto la direzione artistica di Jürgen Schlensog, è uno dei più importanti d'Europa. E quest'anno debutta in Italia per la prima volta. La sua formula ufficiale è “Jazz & Beyond”, e la lineup 2026 mette in fila Diana Krall, Moby, Jamie Cullum, Luca Carboni. Il jazz in senso stretto – quello di Aaron Parks, dei Mammal Hands, di Hervé Samb – è al Baluardo, il secondo palco. In Piazza Roma si suona altro: tutto ciò che non ha smesso di cercare, improvvisare, rischiare e sbagliare, purché si sbagli in modo interessante. La macchina, raccontata da Jarre, che produce qualcosa di non previsto è in fondo l’opposto di come si immagina solitamente l’AI, e cioè un motore di ottimizzazione e riduzione dell’errore. “Sono convinto che tra dieci o vent’anni vedremo le creazioni fatte negli anni 2020 – sul piano grafico, sonoro, cinematografico – come l’alba di un nuovo genere, proprio perché oggi l’AI non funziona ancora benissimo: ha glitch, è primitiva e piena di incidenti. In un certo senso ricorda il cinema muto o l’inizio del sampling”. Negli anni Ottanta, ricorda, lavorava con il Fairlight, considerato allora la Rolls-Royce dei campionatori. “Ma poteva campionare solo 0,8 secondi di suono, a 8 bit. E questo ha dato origine a certi suoni: Zoolook ne è un buon esempio, così come certi brani di Peter Gabriel dell’epoca. Sono cose che oggi non si potrebbero più fare, perché i campionatori sono diventati troppo perfetti”. Può essere il limite a generare un’estetica, insomma. “Ed è proprio questo ciò che è davvero eccitante come artista: essere alla fonte di tutto ciò”.
Nelle performance di Jarre lo spazio pubblico è uno strumento, dalle piramidi a Tienanmen. Sono i luoghi a cambiare la musica, o è la musica a ridefinire i luoghi? “Se non fossi stato musicista, credo che sarei stato architetto. Ho avuto sempre la volontà di confrontarmi con le architetture attraverso la mia musica”, racconta. “Quando ho cominciato io, quella che oggi è diventata quasi una grammatica della musica attuale – i grandi festival in luoghi non convenzionali – non esisteva. All’inizio non c’era uno spazio per la musica elettronica: c’erano posti per il rock’n’roll o il jazz, o sale polivalenti, dove il lunedì c’era un congresso del Partito socialista, il martedì un congresso Tupperware o Toyota, il mercoledì un incontro di boxe, e tu arrivavi il giovedì o il venerdì in un posto che non era davvero pensato per quello che stavi per presentare. Quindi, del tutto naturalmente, mi sono rivolto anche verso l’esterno, verso ciò che in qualche modo prefigurava i sogni: la possibilità di riuscire a fare musica in maniera quasi spontanea, ‘sentendo’ il luogo invece di aggredirlo. Diverse persone mi hanno detto che, ripassando nei posti dove avevano ascoltato alcuni concerti, non li vedono più allo stesso modo. Il luogo influenza la performance, ma allo stesso tempo la performance trasforma i luoghi”.
Uno spazio ha una memoria propria, politica, sociale o emotiva che sia. Quando lo trasforma in palcoscenico, Jarre se ne serve, dice. “L’anno scorso ho suonato all’Anfiteatro degli Scavi di Pompei, per esempio. Si tende spesso ad avvicinarsi a certi luoghi d’Italia come a delle ‘belle addormentate’. Luoghi da rispettare. Ed è giusto, ovviamente, sul piano archeologico, per la loro fragilità. Ma senza dimenticare di celebrare chi li ha concepiti e costruiti: erano rivoluzionari, visionari. Prendi l’Anfiteatro di Pompei: una persona al centro di quel luogo può essere vista e sentita a trecentosessanta gradi. Tremila anni fa avevano inventato il Dolby Atmos! E il modo migliore per rendere omaggio a questi ingegneri acustici del passato è portare in quei luoghi l’innovazione e la tecnologia di oggi o di domani”.
A Russolo non andò benissimo, al Dal Verme. Ma in fondo aveva ragione e, oltre cent’anni dopo, molto di ciò che ascoltiamo proviene dalle macchine. Il dibattito sull’intelligenza artificiale, per altro, assomiglia molto a quella sera a Milano: un sacco di rumore, parecchia paura, qualche sganassone. Ma qualcuno in fondo alla sala sta già costruendo lo strumento di domani. Parola di Jarre, ottimista per sovversione. Uno che ha già visto il futuro.
