Ultimo come un gigante, eletto a invincibile guardiano degli incompresi

In un paio di settimane si è stabilizzato come luogo comune, patrimonio nazionale, indiscusso leader di qualcosa, non è ancora chiarissimo cosa, ma comunque nella fertilissima area dello scontento e del mugugno. E ora Vasco lo tratta da pari

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Foto ANSA

Entri in un bar maremmano frequentato da donne lavoratrici e a coprire le chiacchiere di giornata, risuona la voce di Ultimo. Non un singolo pezzo, ma un’intera playlist, mezz’ora di giaculatorie “ultimiane” (“ultime”? va deciso) su quanta sfiga ti può sottoporre la vita, quanto l’amata capisca fischi per fiaschi, ma anche quanto non c’è verso che tu ti arrenda, perché quella di Niccolò ormai non è una vocazione ma un’investitura a invincibile guardiano dei bistrattati e degli incompresi, incarnazione perfino plausibile del chi la dura la vince. Insomma in un paio di settimane Ultimo si è stabilizzato come luogo comune, patrimonio nazionale, indiscusso leader di qualcosa, non è ancora chiarissimo cosa, ma comunque nella fertilissima area dello scontento e del mugugno.
Però, come d’altronde è inevitabile che sia, nel contempo vengono a galla, dopo aver proliferato sui social, le reazioni emotive del popolo di Ultimo reduce dall’imponente raduno di Tor Vergata e i toni diffusi sono tutt’altro che entusiasti, piuttosto disillusi e spesso – del resto non si è fan di Ultimo a caso – assai scocciati per come sono andate le cose. Attenzione: da osservatori con esperienza nel campo, vogliamo premettere una cosa, più che positiva, ovvero che in questo episodio di gigantismo spettacolare non sia successo niente di brutto, tutti sono tornati a casa sani e salvi, magari distrutti dalla corvée ma privi di prolungati effetti negativi. Conta più di tutto il resto. Poi però c’è il giudizio diffuso sull’esperienza e qui le cose vanno malino. Le lamentele sono trasversali: con quello che costavano i biglietti non si vedeva niente, la percezione della calca immane a molti ha fatto paura, non c’erano megaschermi capaci di farti calare dentro il concerto e soprattutto la marcia forzata del ritorno a casa a tantissimi è sembrata una tortura, un supplizio ingiusto, una prova superiore alle loro forze, con quei racconti di bambini che dormivano sul ciglio della strada, i ricordi della moltitudine di vaganti nella notte buia, l’inutile illusione d’un mezzo di trasporto, l’organizzazione dissoltasi, le pallide luci dell’alba a illuminare un rientro assetato, che pareva non finire mai. Per alcuni una prova al confine con lo spavento, addossandone la responsabilità non certo al loro inconsapevole beniamino, bensì a chi, con un anno di tempo per coordinare le cose, non l’aveva fatto in modo efficace o perlomeno esaustivo – ammesso che con quei numeri e quella location la sfida fosse possibile. Ma comunque sempre salvando Ultimo, spaghettino salmodiante, intravisto lontanissimo mentre si fletteva sul palco sterminato, confermandogli un amore solo un po’ più stanco – ma per il resto no, una profonda sensazione di abbandono. E quindi un sapore dolce-amaro, restato in bocca dopo aver vissuto la magica notte che è stato il memorabile picco dell’estate, la scommessa a lungo covata, l’occasione nella quale finalmente era possibile esserci. Allora, a chiudere il contrastato consuntivo, conviene aggiungere qualche tratto a un quadro del quale migliaia di persone hanno deciso di diventare figure partecipanti, senza aver razionalizzato il senso della chiamata a cui hanno risposto, investendoci tempo, fatica e denaro.
Il concerto di Ultimo a Tor Vergata è stato un “evento” prima che un’esibizione musicale, concepito con cura e abile tempismo da una visione manageriale che ha calcolato con esattezza la sua maturazione e, in un certo senso, la sua “necessità” per i fan dell’artista e per il transfert emotivo vissuto nei confronti di ciò che Ultimo descrive e rappresenta, trasformando la notte romana del 4 luglio nella risposta a un appello, nell’adesione a un modo d’essere, nel desiderio di contarsi e riconoscersi. Una testimonianza, insomma: l’adesione a un raduno di sconosciuti fratelli di sentimento, confluenza di un coro pazzesco di 250 mila voci, diversamente incomprese. Senza dilungarsi su alcuni fattori di omologazione facilmente individuabili nelle interviste ai partecipanti alla cosa, resta da fissare l’immagine di questo fiume di fedelissimi che in una bollente notte s’è ritrovato nel mezzo del nulla ai margini della Capitale, per sentirsi meno soli e trovare melodioso conforto. E il sollievo per tanti c’è stato: Ultimo ne esce ingigantito, fin al di sopra dei propri meriti e, almeno per ora, del proprio valore artistico. La sua convocazione è stata pronunciata al momento giusto e in un modo irresistibile. Non a caso Vasco, uno che su questi sentieri emotivi ha camminato a lungo, ora lo tratta da pari e lo showbiz musicale s’interroga su cosa possa ancora ricavare da questa volenterosa energia. Ma quel che conta è che la gente di Ultimo, il popolo attendato, i commuter fan a ogni costo, hanno vissuto un esperimento che non va incasellato con le altre serate musicali di cui hanno buon ricordo, ma come la partecipazione a un pellegrinaggio salvifico alla fonte del portavoce eletto, occasione di sacrificio, ma anche di ritrovata speranza esistenziale. Pagato a caro prezzo, come capita con le vesciche dopo il cammino di Santiago. Ma destinato a diventare un punto di svolta. O almeno, c’è da sperare che vada così – non fosse che il pop è fatto più che altro di canzonette da tre minuti, istanti folgoranti e un’effimera pioggia di bolle di sapone.