Musica
record, emozioni e disagi •
Ultimo e la Capitale a noleggio
Tra il volo in elicottero in stile Vasco Rossi, i disagi del deflusso in metro e il futuro dei maxi eventi a Tor Vergata con Oasis e Harry Styles, il record da 250 mila spettatori segna la nuova scala dei live a Roma

“Beati gli ultimi, perché saranno i primi”, recita la scritta sui maxischermi di Tor Vergata mentre Ultimo sale sul palco davanti a 250 mila persone. Il concerto stabilisce un nuovo record italiano per un singolo live a pagamento, superando quello di Vasco Rossi a Modena Park. Ma più del primato, è ciò che questo evento dice oggi su Roma a contare. Per capire come sia cambiato il rapporto tra la città e i grandi eventi bisogna tornare indietro di vent’anni. Tra il 2003 e il 2007 l’allora sindaco Walter Veltroni e la sua giunta offrivano al pubblico romano la grande musica internazionale: Paul McCartney, Simon & Garfunkel, Genesis.
Era la Roma della "sinistra coreografica" dei primi Duemila, che considerava la cultura pop come un gigantesco ammortizzatore sociale e l’evento gratuito come la massima espressione della democrazia urbana. In quegli anni il Campidoglio investiva per nutrire l’immaginario collettivo e rafforzare il proprio status di Città Eterna. Negli anni successivi quella stagione lascia progressivamente spazio a una Roma più amministrativa, in cui la gestione dei grandi eventi tende a prevalere sulla loro progettazione culturale.
Oggi il successo non si misura più nella gratuità dell’accesso, ma nella capacità di monetizzare i flussi. In questo quadro il Campidoglio celebra i 250 mila di Ultimo a Tor Vergata come la piena realizzazione del "metodo Roma". Il Comune non finanzia più i grandi eventi, ma si limita a mettere a disposizione la macchina amministrativa, dal Circo Massimo a Tor Vergata, lasciando agli organizzatori l’intero peso dell’investimento. Il ruolo dell’istituzione si sposta così verso la gestione del suolo pubblico: incassa i canoni e organizza la cornice logistica. L’assessore ai Grandi Eventi, Alessandro Onorato, lo sintetizza così in conferenza stampa prima del concerto: “La metropolitana aperta tutta la notte è una grande novità, ma i costi sono stati sostenuti dagli organizzatori, e quindi in ultima analisi dall’artista. La città, in modo molto cinico, ci ha guadagnato”.
Secondo Campidoglio, Siae e Assomusica, la spesa per concerti a Roma passa da 124,3 milioni nel 2024 a 137,8 nel 2025. A questi numeri si affianca la stima di Teha (The European House – Ambrosetti), che indica una ricaduta economica tra i 335 e i 372 milioni nello stesso arco temporale, con circa due milioni di gettito dalla tassa di soggiorno attribuito al solo evento di Ultimo. È su queste cifre che l’amministrazione punta per consolidare il modello, immaginando la spianata di Tor Vergata come un futuro hub dei grandi raduni pop e rock della capitale: da Harry Styles ai Måneskin, fino agli Oasis.
Pochi minuti prima dell’inizio dello show, Niccolò Moriconi sorvola l’area in elicottero. Un passaggio che richiama i grandi concerti-evento, come quello Vasco a Modena Park o i Queen a Knebworth Park, e dà subito la misura della scala dell’evento. Poi tre ore di concerto, una lunga seduta emotiva all’aperto, a cui si aggiunge l'ingresso di Fabrizio Moro. Non sono mancati disagi tra alcuni spettatori, soprattutto nei pit più lontani, che sui social hanno segnalato una visibilità limitata del palco e difficoltà nel seguire il live tra casse d’acqua, varchi e servizi igienici posizionati in modo da ostacolare la visuale. La scaletta si apre con “Pianeti” e si chiude con “Sogni appesi”, includendo prime volte assolute come “Solo” ed “Equilibrio mentale”.
Senza la capacità attrattiva di Ultimo e la certezza di un sold out, nessun promoter avrebbe investito su un palco da 140 metri per 60, né sulla logistica delle metropolitane notturne. A dare la misura del fenomeno arriva anche Vasco Rossi, che su Instagram pubblica una foto con Ultimo e scrive: “Kom…plimenti a Ultimo e alla città di Roma! Sono felice per Niccolò. Ogni record è fatto per essere battuto. Largo ai giovani”. Anche la premier Giorgia Meloni interviene su X, definendo quella di Tor Vergata una “serata straordinaria” e un concerto che ha fatto la storia della musica e dello spettacolo dal vivo”.
La città temporanea di Ultimo si è formata nelle settimane precedenti all’evento, tra tende e sacchi a pelo, in una socialità ridotta all’essenziale fatta di attesa e musica. Il primo ad arrivare è stato Antonio, dalla Germania, il 19 giugno: per lui la musica di Ultimo “è terapia”. Migliaia i fan da tutta Italia, per molti dei quali il concerto è un rito di passaggio. “Niccolò mi ha salvato la vita”, dicono alcuni. Altri arrivano con una sua foto vestito da Papa. Dietro la dimensione emotiva una macchina organizzativa complessa. L’Università di Tor Vergata e le strutture sanitarie hanno rimodulato attività e servizi per gestire l’afflusso. Anche il Policlinico ha modificato le modalità di accesso dei parenti dei pazienti durante il concerto. È forse questo il segnale più evidente del cambiamento: un’infrastruttura pubblica che si adatta a un evento privato di massa, mentre ogni spazio disponibile viene trasformato in un'opportunità economica, dal “kiss&go” ai punti di osservazione trasformati in valore temporaneo.
Dopo l’evento, però, la favola della "Woodstock romana" si scontra con la realtà del deflusso, raccontata da cronache e testimonianze locali come RomaToday, che descrivono un sistema di trasporto pubblico sotto forte pressione. La metro C si trasforma in un imbuto di flussi continui, mentre all’esterno la rete stradale va in congestione. Migliaia di persone si riversano a piedi lungo le principali direttrici di uscita. Una transumanza disordinata, riassorbita solo dopo ore, tra attese e percorsi alternativi.
Lentamente Tor Vergata si svuota e Roma torna alla sua normalità. Il concerto dei record consacra Roma nel circuito dei grandi live. Ma racconta soprattutto un cambio d’epoca. Oggi il dibattito pubblico non riguarda più quale immaginario costruire, bensì quale indotto generare. E resta una domanda: se l'assenza di una politica culturale non sia diventata, paradossalmente, una delle condizioni dell’efficienza di Roma nei grandi eventi.