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L.A. COnfidential •
Nel canyon di Joe Newman, frontman degli Alt-J, tra i coyote e Matt Damon. Intervista
Il primo disco solista, "The Canyon", nasce dalla paternità, è attraversato dalle inquietudini dell'Occidente e ispirato ai paesaggi di Los Angeles. "Con la band torneremo insieme, forse già in tour il prossimo anno"
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“L’amore che provo dentro casa, quello che vivo con mia figlia, è immenso e protetto. Ma poi, fuori, mi sento piuttosto insignificante e vulnerabile, specialmente quando assisto a un cambiamento così radicale nella politica. Inizio ad avere paura del futuro”. Così Joe Newman, voce degli alt-J — band britannica formata a Leeds nel 2007, vincitrice del Mercury Prize e tra i nomi più influenti dell’indie-rock degli ultimi quindici anni — racconta al Foglio il suo primo disco solista The Canyon, pubblicato sotto lo pseudonimo JJerome87. Un lavoro attraversato dal clima politico dell'Occidente post-Brexit e dell'America dell'era Trump, che si deposita tra le pieghe della scrittura senza mai diventare il tema centrale.
“Di solito, dopo aver finito un album, sono creativamente un po’ svuotato e mi prendo una pausa”, spiega il musicista britannico, seduto su un divano della Discoteca Laziale di Roma, luogo scelto per presentare il progetto. Ma dopo The Dream (2022), ultimo disco realizzato insieme ai compagni di band Gus Unger-Hamilton e Thom Green, qualcosa cambia: “Non ho mai smesso di scrivere, ho iniziato a sviluppare idee molto personali: le esperienze da neo papà e tutti i ricordi legati alla nascita di mia figlia. Volevo fare un salto nel vuoto e scrivere qualcosa fuori dal mondo degli alt-J”.
The Canyon nasce così come una sequenza di scene. La più esplicita è in Mr. Alligator, brano d’apertura: “Il percorso di un predicatore, l’ascesa di un predatore. È la storia di un truffatore con una propensione al controllo coercitivo, alla violenza e a una totale indifferenza verso il prossimo”. Non si tratta di un personaggio reale ma di una figura del potere, qualcuno che intercetta le fragilità degli altri e le usa. Il brano nasce su un impianto blues e su registrazioni ambientali di ragazze che saltano la corda per strada. “Nel disco i momenti quotidiani diventano scene quasi cinematografiche”, dice Newman. E questa è forse la definizione più precisa del suo lavoro: una raccolta di episodi autonomi, attraversati però dalla stessa luce.
Anche il suono segue una traiettoria geografica precisa. Il disco è stato registrato a Los Angeles con il produttore Carlos de la Garza e una squadra di musicisti locali. Ma l’America è qualcosa che Newman si porta dietro da sempre: “Fin da bambino ho assorbito molta cultura americana”, racconta. Dentro questa grammatica convivono il blues, il folk e la Motown. Un altro brano, Two Hearts, nasce invece da un riferimento preciso: “Ascoltavo moltissimo A Whiter Shade of Pale dei Procol Harum nel periodo della nascita di mia figlia. È probabilmente una delle poche volte in cui c'è un riferimento diretto a un’opera ben precisa”.
Echo Park, i coyote incontrati all’alba durante le sue guide solitarie e il Canyon Coffee diventano frammenti di paesaggio che finiscono non solo nella scrittura del disco ma anche sulla copertina. Tra questi c’è anche una casa, a pochi passi dallo studio di registrazione, “proprio quella in cui Matt Damon e Ben Affleck vivevano mentre scrivevano la sceneggiatura di Will Hunting – Genio ribelle”. Non un dettaglio casuale. Il film, vincitore di due premi Oscar, è uno di quelli che Newman ha guardato in continuazione durante l’adolescenza: “L’ho visto in un periodo della mia vita in cui ero molto romantico e avevo il cuore spezzato”. Più della storia, a colpirlo è il suo protagonista, “un genio che deve fare i conti con un sacco di traumi infantili e che quindi finisce per vivere una vita facendo semplicemente il custode”.
La copertina, disegnata da Sally Dunne, tiene insieme tutti questi frammenti come una mappa emotiva. Newman appare per la prima volta dentro il proprio immaginario visivo, con la figlia dietro di lui. Nonostante il debutto solista, il cantautore tiene a precisare che “gli alt-J sono ancora una band. Faremo sicuramente delle cose in futuro, forse un tour il prossimo anno. Ma si era accumulato un tale volume di lavoro e di pressione che non me la sentivo proprio di tornare subito in studio con il gruppo. Probabilmente scriverò un altro disco solista prima di riprendere in mano tutto il resto”. Il gruppo resta un punto fermo per Newman, che non rinuncia però a ritagliarsi uno spazio laterale in cui muoversi in autonomia.