Metti Händel nei favolosi Thirties, come se fosse Agatha Christie. Una delizia

“Giulio Cesare in Egitto” al Maggio fiorentino. Teatro pieno, festa grande. Che gioia vedere il Maggio che torna a fare il Maggio, in controtendenza con le pigrizie e i conformismi e le banalità soffocanti di un’Italia dell’opera sempre più provinciale e ignorante

20 GIU 26
Immagine di Metti Händel nei favolosi Thirties, come se fosse Agatha Christie. Una delizia

Foto di Michele Monasta

L’omaggio del Maggio all’Händel ottimo massimo del Giulio Cesare in Egitto (1724) si traduce, nello spettacolo di Davide Livermore importato dall’Opéra di Montecarlo, in una clamorosa operazione-nostalgia per i favolosi Thirties, ovviamente quelli di Assassinio sul Nilo di zia Agatha e, in particolare, per il film che ne fu tratto nel ’78 con Peter Ustinov, Bette Davis, Angela Lansbury, Jane Birkin, Mia Farrow, David Niven, Maggie Smith (e qui la nostalgia è ampiamente giustificata). Dunque, tutto si svolge sul lussuoso battello “Tolomeo”, poi ribattezzato “Cesare” dopo la vittoria romana, che risale il fiume fra bella gente molto elegante, dignitari locali in fez, servitori in costume “tipico”, bauli immensi, Cornelia in cappellone e perle, Cleopatra fatalona del muto con aspide prêt-à-porter, Cesare crooner piacione in smoking bianco (i costumi sono splendidi ma si vorrebbe dire alla bravissima Mariana Fracasso che mai, anzi MAI, nemmeno in navigazione, si mettono scarpe bianche sotto lo smoking). C’è perfino un Poirot che si aggira indagando sugli efferati assassini di Tolomeo e soci e un finale-bis modello film muto. Una delizia dall’inizio alla fine e che, lo diciamo per le mummie in questo caso non egizie ma formato “povero Händel”, coglie perfettamente un aspetto importante ma spesso trascurato del teatro händeliano: l’ironia.
Quanto alla musica, la grande sala fiorentina non è l’ideale (è un eufemismo) per questo repertorio. Gianluca Capuano si pone il problema e sceglie un organico piuttosto robusto: l’Orchestra del Maggio si conferma eccellente anche per duttilità e, senza barocchizzare il suono, lo rende sottile, leggero e scattante. La direzione è poi meravigliosa per ritmo teatrale, contrasti continui, scelte coloristiche e anche per le solite inserzioni capuanesche di percussioni assortite, forse abusive ma divertenti. E’ un Händel energizzante come i martini che gli happy few bevono sul palcoscenico, fra una sigaretta e l’altra, beninteso fumate con bocchini spropositati. Anche la compagnia è eccellente, a parte la Cornelia di Fleur Barron che sembra più parlare che cantare, e con voce rugginosa: ma si sa che trovare un contralto donna è impresa quasi disperata. I contralti uomini invece non mancano. Raffaele Pe è perfetto come Errol Flynn (o forse Douglas Fairbanks, la discussione nel foyer non è mancata, comunque il baffetto malandrino c’era) e specie nel canto patetico fa meraviglie: la messa di voce all’attacco di “Aure, deh, per pietà” valeva da sola il viaggio. Filippo Mineccia ripropone il Tolomeo debosciato e isterico ormai “di tradizione”, e lo fa molto bene. A completare i tre controtenori (e qui, mummie in ulteriore agitazione), come Sesto c’è un eccellente Nicolò Balducci, un falsettista fantasista che con questo personaggio vien promosso definitivamente alla serie A delle voci bianche. Come Cleopatra, Mariangela Sicilia non fa rimpiangere la Santissima di Montecarlo: se i pianissimi delle grandi arie patetiche vibrano nello spazio e nei cuori, le agilità di “Da tempeste il legno infranto” sono magari non scatenate ma precise. Aggiungiamo pure uno dei migliori Achilla sentiti ultimamente, il giovin basso Valerio Morelli, e un Curzio e un Nireno, rispettivamente Davide Soldini e Janekta Hosco, per una volta ascoltabili con diletto invece che con raccapriccio nei loro pur brevi interventi. Teatro pieno come il successo, festa grande, il caro sassone ringrazia, noi pure, e che gioia vedere il Maggio che torna a fare il Maggio, in controtendenza con le pigrizie e i conformismi e le banalità soffocanti di un’Italia dell’opera sempre più provinciale e ignorante.