Rosalía, vita, opere e scandali della mistica pop che ha fatto della contraddizione un’arte

Gitana senza esserlo, andalusa senza esserlo, mistica senza catechismo, popstar senza rinunciare alla musica colta. La cantante catalana ha costruito il suo successo dentro l’accusa più pericolosa: manipolare identità e culture

Immagine di Rosalía, vita, opere e scandali della mistica pop che ha fatto della contraddizione un’arte

Rosalia (foto LaPresse)

Non c’è santo senza scandalo e follia. E non c’è follia senza metodo, si sa. Vale anche per la santa Rosalía degli spagnoli, al secolo Rosalía Vila Tobella, asso d’oro della musica contemporanea, cantautrice e produttrice discografica, nata 33 anni fa da una famiglia del ceto medio catalano a Sant Esteve Sesrovires, cintura urbana di Barcellona. Non proprio un crocevia di avanguardie artistiche, ma provincia grassa di fabbriche e industrie. Uno di quei paesi della Catalogna cresciuti dagli anni Cinquanta in poi attirando generazioni di immigrati dal Sud della Spagna, soprattutto dall’Andalusia. Un luogo come tanti, dove vocazioni e talenti che si affacciano alla vita come promesse indistinte, stentano a farsi strada senza disciplina e audacia.
Di tutto ciò sembra che la santa Rosalía degli spagnoli sia sempre stata consapevole. Forse per quell’istinto che accompagna i predestinati. Quelli che – beati loro – si prefiggono un obiettivo e avanzano senza distrarsi un attimo. Quelli che intravedono un futuro dove gli altri non scommetterebbero un centesimo. Quelli che non li ferma neppure un intervento chirurgico alle corde vocali con conseguenti anni di silenzio, come successe a Rosalía quando aveva 17 anni. Figuriamoci un’audizione fallita come quella sostenuta nel 2007 al talent show Tú Sí Que Vales trasmesso da Telecinco, quando l’adolescente Rosalía fu eliminata perché “stonata”.
Oggi ha battuto ogni record. Con la rivista Forbes, tanto attenta al business, che da anni inserisce Rosalía tra le donne più influenti del pianeta: “Il suo Motomami World Tour ha incassato 30.431.765 dollari, toccando 21 paesi con 68 concerti e attirando due milioni di spettatori”. Ora che secondo Yo Dona – settimanale femminile del quotidiano madrileno El Mundo – la cantautrice è in testa alla classifica, stilata questo maggio, delle cento spagnole più potenti al mondo, sorpassando addirittura l’erede al trono Leonor di Borbone. Ora, al tempo del riscatto, a Rosalía piace ricordare le porte sbattute in faccia. Fanno parte del mito. Della metamorfosi del bruco che diventa farfalla, come la mariposa che volteggia nell’album Motomami del 2022. Della forza e della tenacia necessarie per arrivare a essere considerata la cantante spagnola più famosa di sempre.
Anni di studio. Non solo musica, si intende. Certo, il conservatorio, la voce, il canto, l’opera lirica e il flamenco, la tradizione più esigente e la sperimentazione. Le letture, i fonemi e la metrica. Cantari medievali e testi sacri, vite di mistici, teologi ed eremiti. A furia di leggere Rosalía è diventata maestra nel captare vibrazioni sonore e trasformarle in suggestioni. E’ riuscita a trovare parole per scrivere canzoni che andassero oltre l’estetica di massa proposta dall’industria discografica. Ha esposto il suo corpo, suscitando scherno e consenso. Ha sperimentato linguaggi. Fino ad arrivare a cantare in 13 lingue diverse nell’ultimo acclamatissimo album LUX, adesso in tour in oltre 40 capitali d’Europa e delle Americhe. Figuriamoci se una come lei si faceva sfuggire le parole dell’apostolo Paolo ai Corinzi: il paradosso della Croce, incomprensibile “scandalo e follia” per chi è ancorato alle cose del mondo.
Si parva licet, Rosalía ha fatto proprio del paradosso l’arte del successo. Ha imparato a padroneggiare i canoni della musica colta e popolare per potersene appropriare. Per disarticolarli fino a violarli. E poi ricomporli in un’armonia altra. Inattesa. Qualcosa che spiazza il pubblico e resta nella memoria. Qualcosa che sfugge alle etichette ma conquista le masse. “Una rivoluzione nella canzone contemporanea”, ha pontificato Billboard, sancta sanctorum statunitense dell’industria discografica. “Un fenomeno pop di lingua spagnola come non se ne vedevano dai tempi di Julio Iglesias”, aggiunge il giornalista Santi Carrillo, direttore di Rockdelux, rivista storica dell’avanguardia musicale spagnola. Sulla capacità di costruire successo, il paragone regge. Ma in comune Julio e Rosalía hanno solo la fede in se stessi e la passione per gli abiti bianchi, genere kitsch in contrasto con l’abbronzatura per il ruspante Julio, genere “grandi firme” per Rosalía che fa leva sull’archetipo della sacralità femminile, ma non disdegna il marketing, mischiando alta sartoria e street style in un’estetica visiva totalizzante e, soprattutto, talmente calcolata al millimetro da sembrare perfino “spontanea”.
Come capita ai santi, nulla in principio lasciava presagire la vita straordinaria di Rosalía. E neppure le opere. Magnificate da una lista di premi che non basta questa pagina per elencarli tutti. Per limitarsi all’essenziale, il recente BRIT Awards 2026 come “miglior artista internazionale dell’anno”, due Grammy Awards, considerati “gli Oscar della musica” e una sfilza di Latin Grammy che, al momento, tocca quota 13. Senza contare i 28 milioni di follower su Instagram e i 33 milioni su Tik Tok, dove ha già collezionato 423 milioni di Mi piace.
E’ questione di metodo. In questo senso, Rosalía è un caso da manuale. Succede quando la fissazione non è abbandono della ragione ma, piuttosto il suo compimento. Though this be madness, yet there is method in’t, scrive Shakespeare a proposito di Amleto, il principe che si incaponisce a cercare giustizia nel regno marcio di Danimarca. La follia raziocinante di Rosalía risiede nella scoperta della voce. Perché il dono si manifesta presto e la bambina, quando canta, sorprende chi le sta intorno. La famiglia – solido matriarcato catalano con ramificazioni asturiane, andaluse e finanche caraibiche – asseconda questo talento precoce, benché nel parentado nessuno abbia a che fare con la musica professionale. All’inizio è un gioco. Rosalía studia musica e si esibisce dove capita: matrimoni, feste private, qualche locale. Talvolta guadagna qualcosa. Compensi minimi, s’intende. Li reinveste per pagare gli artisti con cui si accompagna. Il che le permette di conoscere il vasto e variopinto mondo underground catalano. E, soprattutto, di capire che la sua voce non è solo strumento, ma materia da plasmare. E’ linguaggio. Come il corpo.
L’incidente con le corde vocali – fin troppo maltrattate – fa capire a Rosalía che le “regole vanno rispettate. Solo se si conoscono davvero possono essere reinventate”.
Così Rosalía si iscrive all’accademia, una delle più severe di Spagna, la Escola superior de Música de Catalunya (Esmuc), scuola che accetta un numero assai ridotto di studenti. Per otto anni studia flamenco con José Miguel Vizcaya, detto El Chiqui, uno dei massimi esperti di Cante jondo. Che è la forma più arcaica e drammatica del flamenco. Quella più legata alla grande letteratura spagnola, alla poesia di Federico García Lorca. Quella che racconta l’incontro tra oriente e occidente nella convivenza di gitani, arabi, ebrei e cristiani in quel luogo straordinario che fu al-Andalus. La convivencia per antonomasia, secondo Américo Castro. Quella che ha forgiato l’identità spagnola come memoria storica, al di là delle espulsioni e delle conversioni forzate di marranos e moriscos. Una civiltà così radicata sulle rive del Guadalquivir da dare ai popoli che lì vivevano una coscienza di se stessi tale da potere rappresentare se stessi. Per i gitani, poi, la consapevolezza di sé si raggiunge attraverso la musica, il canto e la danza. Che sono i modi per risvegliare il duende, la verità non razionale dell’essere umano. Metti il Cante jondo, per esempio. Che usa la ripetizione ossessiva di una nota ritmata dal suono secco dello zapateado e dalle palme delle mani per dare la misura dell’afflizione che accompagna i viventi, l’ineluttabile destino di morte.
Rosalía conosceva il flamenco sin da bambina per quei canti dolorosi che echeggiavano nella sua comarca, importati dagli immigrati andalusi. All’Esmuc approfondisce un repertorio colto, che include le sonorità peculiari della cultura gitana del sud della Spagna. Nel 2017 debutta con il primo album registrato in studio: Los ángeles, esordio austero, molto legato al flamenco duro e puro che ha studiato tanto. L’Andalusia è luce e lutto di un popolo que se muere, que se muere.
A Rosalía hanno chiesto perché sembra sempre corteggiare la morte. “Perché mi fa più paura la vita”, ha risposto. “L’idea di viverla con paura. La paura nella sua essenza. Nell’approccio con gli altri e con le cose. Per paura di vivere nella paura ho deciso di vivere al contrario. Ya está”.
Los ángeles dimostra che l’ispirazione sacra fa già parte del repertorio di Rosalía. Emblematica la saeta dedicata a El Redentor, sul modello delle preghiere arcaiche “lanciate” al Cristo morto durante le processioni della Settimana Santa. Non è una suggestione isolata. Nel virtuosismo di un canto difficilissimo da eseguire traspare la conoscenza di Rosalía della celeberrima Saeta, cantata da un mito assoluto del flamenco come il gitano Camarón de la Isla e musicata da Joan Manuel Serrat su un testo tratto, manco a dirlo, dalle poesie di Antonio Machado. Non è un caso che il brano El Redentor sia tornato in scena durante il LUX Tour 2026, per ora in corso. Tutto torna in Rosalía. Reinventato ma torna.
Il successo in Spagna e in America Latina di Los ángeles dà stura anche alle polemiche. I puristi si risentono. Rosalía non è gitana, non è andalusa. Il suo flamenco “nuovo” piace. Vende. Sarà mica che si è appropriata di un genere non suo per farne un prodotto pop da esportazione? La cantautrice risponde secca: “La cultura non ha proprietari”.
Ma la controversia si fa più aspra quando esce il secondo album El mal querer nel 2018, tratto dalla sua tesi di laurea in musica. Il tema è l’amore tossico da cui una donna emerge vittoriosa. Rosalía si conferma cantautrice donna in cui le donne di tutto il mondo si possono identificare. Ma è l’architettura dell’opera che colpisce: un concept album suddiviso in capitoli che si ispira al romance anonimo del XIII secolo intitolato Flamenca. Il successo è immediato. Nel giorno in cui esce El mal querer entra in classifica in tutta Europa; soprattutto nei paesi di lingua inglese, di qua e di là dell’oceano. Ma apre una crepa con una parte della Spagna. Gitani e non solo. Non è più una questione identitaria. Rosalía viene accusata di manipolazione e di appropriazione culturale indebita per avere attinto a repertori e forme preesistenti. I suoi video spavaldi sono considerati scandalosi. Mentre gran parte della critica loda il lavoro della cantautrice catalana proprio perché la modernizzazione del flamenco lo salva dalla nicchia ad uso di pochi.
Yo soy muy mía, yo me transformo; Me contradigo, yo me transformo, replica Rosalía in Saoko, uno dei suoi maggiori successi, un titolo in puro slang ispano caraibico che simboleggia energia e ritmo. Siamo già nel 2022, al terzo album solista: Motomami, quello che consacra l’artista al successo planetario. Su Spotify 16,3 milioni di riproduzioni solo il primo giorno d’uscita. In più Saoko, composto nel 2021 in chiave turbo-reggaeton con note jazz, è un manifesto di intenti. Celebra il mondo delle donne millennial, la generazione di Rosalía, nata nel 1992. Ragazze che credono nell’empowerment femminile, beate loro. Che non hanno paura di nulla. Nel video di Saoko, un gruppo di ragazze ardite e acrobatiche sfreccia su moto carenate attraverso i paesaggi di Kyiv non ancora in guerra. Una femminilità feroce e fragile. “La scorribanda racchiude lo spirito di Motomami, quasi un ossimoro, l’unione di due parole: moto come indipendenza e mami come la mamma. Con le sue infinite tenerezze”, racconta Mónica Garcés Palacios, storica all’università di Saragozza, millennial come Rosalía di cui è devota ammiratrice. Mónica ricorda quando studiava a Palermo e si ritrovò alla Vucciria davanti a un murale raffigurante la vergine Rosalia, patrona della città, con il volto modernissimo della cantante spagnola Rosalía, con tanto di maglia rosanero della squadra di calcio e coroncina di rose a cingere il capo. Certo, non sarà stato come ritrovarsi al Prado di Madrid davanti al magnifico volto della santa palermitana dipinto da Luca Giordano nel 1697, ma anche l’arte è segno dei tempi.
Rosalía (con l’accento, quindi la cantante) è, peraltro, legata alla città siciliana. Nel suo dono dell’ubiquità per cui sembra essere in cielo, in terra e in ogni dove, ha deciso di passare giorni fa, senza clamore, per Palermo. Di certo è andata a dare uno sguardo al carro trionfale della Santuzza custodito presso la Cattedrale in attesa della processione del 15 luglio. Il che fa pensare che abbia in mente qualcosa intorno a Palermo e a Santa Rosalia. Il metodo usato è sempre quello della verifica di persona.
Alla patrona di Palermo Rosalía ha già dedicato Focu ‘ranni, un brano in siciliano inserito in LUX, l’album che mette insieme sacro e cultura popolare, riti consumati per strada da folle di gente semplice e cappelle aristocratiche dove la musica colta raggiunge le volte celesti, come in Mio Cristo piange diamanti, un’aria con riferimenti alla grande tradizione lirica, cantata in italiano e considerata dai critici “la miglior canzone italiana del 2026”.
Focu ‘ranni è, invece, un omaggio alla nobile Rosalia Sinibaldi che preferì la santità di un eremo agli agi di corte: “U me focu ‘ranni; mi jittaiu nta lu nenti pi nun pèrdiri a libbirtà”.
Sarà professione di fede? Mónica Garcés Palacios mette l’accento su un tema oggi di moda in Spagna e non solo. Il “ritorno alla spiritualità” e “il fascino del cattolicesimo” dei millennial che sarebbero causa ed effetto della svolta religiosa di Rosalía, del suo esplorare mistica ed esistenze esemplari in un album non a caso titolato in latino: LUX. Secondo Garcés Palacios la musica di Rosalía avrebbe contribuito a riempire le chiese.
La cantautrice, interpellata sull’argomento da El País, dichiara di “volere trovare il tempo per studiare Teologia, ma di essere attratta dalla post religione, una forma più aperta di intendere la fede”. Dice di non trovare parole per definire il proprio rapporto con Dio. Solo canzoni. Una dichiarazione di intenti che suona già come “scandalo e follia”.