Il gran rifiuto di Cesare Cremonini al pop da stadio

Nel pieno della bolla miliardaria dei mega live, dove riempire le arene è un obbligo di marketing, il cantautore sceglie il Circo Massimo e sabota la catena di montaggio dei record. Un artigiano della scuola bolognese

8 GIU 26
Ultimo aggiornamento: 13:24
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Foto Ansa

“Questi saranno gli ultimi concerti nei grandi spazi per un po’, basta stadi, numeri e record. La dimensione dei live la deve dettare la musica che crei”, scrive sui suoi canali social Cesare Cremonini nel pieno delle sue due date al Circo Massimo di Roma. In un’epoca in cui l’industria discografica italiana si è trasformata in una fiera di biglietti e indotti milionari, il vero atto di ribellione per l’ex voce dei Lùnapop non è riempire un’arena da 70 mila persone, ma avere il coraggio di svuotarla. Così, dall’antico circo romano, Cremonini celebra il suo personalissimo gran rifiuto. Lo fa con le spalle larghe di chi ha completato il videogioco del pop da stadio e ora decide di romperne le regole, per tornare all’origine della musica.
Non è un caso che questo doppio show monumentale, diretto da Stefano Vicario, sia già stato blindato dalla televisione di stato per essere trasmesso il prossimo 2 settembre in prima serata su Rai 1. “Ho fatto un album salvifico, senza pensare a nient’altro”, annuncia sempre sui social. Si tratta di un lavoro puramente rock 'n' roll – ancora senza titolo ufficiale – interamente concepito e registrato oltremanica, dentro i Thirteen Studio di Londra, la “tana” di Damon Albarn, pronto a vedere la luce entro la fine dell'anno. “Siamo della fine del Novecento e la strada davanti è ancora lunga”, dice. È il manifesto di un artigiano che cancella il calendario dei record per rimettere la musica al centro del suo percorso umano. Una scelta che sembra tracciare la strada per il futuro con una probabile residency nei palasport italiani tra il 2027 e il 2028. La via che l'intera musica dal vivo abituata ai grandi spazi sembra destinata a imboccare sia per abbattere i costi, sia per ritrovare una dimensiona più intima e ravvicinata con il pubblico.
La volontà di spogliare il kolossal pop per far respirare la musica si riflette nella fisionomia stessa dello show. Sul palco svettano quattro torri d’acciaio alte 22 metri, mentre una passerella lunga 100 metri taglia in due la polvere dell'arena. Eppure, proprio dentro questo dispositivo monumentale, Cremonini decide di muoversi per sottrazione, quasi a voler “uccidere Ziggy Stardust” – il celebre alter ego alieno creato da David Bowie negli anni Settanta – eliminando i lustrini e le maschere del divismo per lasciare spazio solo alle canzoni e agli strumenti.
Lo schermo gigante da quasi 200 metri di larghezza proietta le vette gelide dell’Alaska mentre sotto palco un cartello recita: “Ti va un’altra Grey Goose?”. La risposta del cantautore è un corpo a corpo con gli strumenti. Lo dimostra quando imbraccia il sassofono per suonare l'intro di “Il Comico (Sai che risate)”. Non un vezzo da polistrumentista, ma una dichiarazione d'intenti. In un pop italiano dominato da basi pre-registrate, per Cremonini chiudersi in sala per mesi a “spaccarsi le labbra” e a dosare il fiato su uno strumento analogico ha avuto un valore salvifico. Lo ha strappato dall'alienazione del mercato contemporaneo, riallineandolo con la parte più pura di sé. Così il sax per lui è oggi il simbolo perfetto dell'anti-digitale e di un ritorno all'artigianato puro, in cui si avverte l'ombra lunga di Lucio Dalla e di tutta la scuola bolognese.
Dopo “Ora che non ho più te”, il musicista si ferma sulla lunga passerella, guarda la folla negli occhi e spiega il senso di quel palco monstre. “Era importante creare questo spettacolo per venirvi in braccio, perché questi spazi così grandi sono raduni di fan e famiglie, è bello stare insieme anche se siamo così distanti”. Così la passerella diventa metafora di vita e incanala una dopo l’altra le metamorfosi di Cremonini: “Dopo i Lùnapop ho ricominciato da zero, prima nei teatri, poi nei club, poi i palasport. E poi tanti stadi. E oggi sul più grande palco della mia carriera”.
Per capire la portata della scelta del cantautore, occorre disegnare una mappa della musica dal vivo in Italia. Oggi Roma è una macchina da un miliardo e mezzo di indotto complessivo, capace di generare tra il cinque e il sette per cento del pil cittadino attraverso il turismo musicale, secondi i dati dell'assessorato al Turismo. Con gli hotel occupati al 95 per cento durante i grandi eventi e fan disposti a spendere oltre 500 euro a weekend per un singolo raduno – come registrato da Federalberghi Roma e Osservatorio Nazionale sul Turismo – la musica live si è trasformata in un'industria pesante per la Città Eterna.
Da un lato, i record su record di Ultimo, che il 4 luglio 2026 porterà 250 mila spettatori a Tor Vergata; dall’altro la contromossa di Vasco Rossi che con il suo “Giubileo” per i 50 anni di carriera nel 2027, coinvolgerà oltre 500 mila persone con una residency a Roma fino a un maxi evento finale. Gli stadi e le arene da centinaia di migliaia di paganti, insomma, sono diventati un timbro burocratico per convalidare lo status di una popstar. Secondo i dati dell’ultimo Rapporto annuale Siae (pubblicato a metà 2025 e relativo al 2024), integrato con i dati congiunturali Siae/Assoconcerti rilasciati a fine maggio 2026, in Italia i concerti rappresentano appena il due per cento degli eventi totali, ma da soli cannibalizzano il 25 per cento della spesa complessiva del pubblico, muovendo un giro d'affari che ha sfondato il tetto del miliardo di euro per oltre 26 milioni di spettatori nel solo comparto della musica leggera. In questo contesto, i dati territoriali Siae confermano che il Lazio domina le classifiche nazionali con la spesa media per biglietto più alta d'Italia, attestandosi sopra i 50 euro a tagliando. Questo accentramento economico sui grandi spazi — guidato da un incremento del 27,5 per cento dei live nelle arene all'aperto evidenziato dagli ultimi monitoraggi di Assomusica — ha finito per spalancare le porte degli stadi anche a chi ha un solo album nella propria discografia (è accaduto a Blanco nel 2023), trasformando il riempimento dei mega impianti in un prerequisito di marketing obbligatorio più che nel coronamento di una carriera.
Contro questo gigantismo, Cremonini cala il suo asso, per dimostrare che si può stare sul palco più importante d'Italia senza farsi dominare dai numeri. E poiché costruito la propria cattedrale sonora mattone su mattone, in un’epoca in cui ancora si vendevano dischi – con 1 milione e 800 mila copie, “Squérez?” dei suoi Lùnapop è l’album d’esordio di una band più venduto di sempre nella storia della musica italiana – il cantautore bolognese può permettersi il lusso di abbandonare la trincea numerica e scendere dal ring degli stadi.
Sono passati 30 anni da quando Cremonini e Nicola “Ballo” Balestri, suo amico e bassista, giravano per i portici di Bologna. Una linea che si unisce quando il cantautore imbraccia la chitarra acustica per una canzone fuori programma. “Ogni concerto ha un momento in cui posso fare quello che mi pare”, e canta “Dev’essere così”, contenuta originariamente nel suo primo disco dal vivo del 2006, “1+8+24”.
Ma il vero cortocircuito emiliano si consuma quando sul palco sale Luca Carboni per cantare “San Luca”. Cremonini lo accoglie con un'investitura totale che sa di manifesto storico: “Tutti i nuovi cantautori sono figli di Dalla e Carboni”. È l'esportazione della piccola bottega artigiana bolognese dentro la vastità dispersiva della Capitale. Un trapianto di intimità che lo stesso Carboni celebra via social subito dopo lo show. “Un onore cantare con lui un po’ della nostra casa, della nostra città, qui nella grande Roma, in mezzo a un mondo di persone”, scrive. Questo asse trova uno spazio speculare nelle parole di Jovanotti, ospite d'onore della prima serata, che ha battezzato il live di Cremonini come “un rock’n’roll show” e “un modo di stare al mondo”. Un passaggio di testimone, visto che Lorenzo Cherubini tornerà sullo stesso identico luogo sabato 12 e domenica 13 settembre prossimi, con Cesare già pronto in prima fila a restituire la visita.
Come un eterno artigiano della nota, con la fisarmonica imbracciata e la band al completo al suo fianco, Cremonini rispolvera “Figlio di un re”, divertendosi a presentare i suoi musicisti mentre accenna il riff di “Another One Bites the Dust” dei Queen (canta interamente invece “Tie your mother down”), per poi tornare a suonare il sax sul finale di “Marmellata #25”. Questa urgenza espressiva trova eco nelle parole di Elisa Toffoli, l'altra musa del weekend romano, che ha descritto il bolognese come “un poeta incendiario che non può fare altro che rischiare e dare sempre tutto”. Dopo l’intimità di “Acrobati”, tra danzatori con hula hoop a led e un pianoforte scolpito nei ghiacci d’Alaska, Cremonini confessa al pubblico il senso ultimo della sua traiettoria, quello di “sentire un pubblico cantare una mia canzone”. Lo show si chiude con una frase che sigilla nella memoria le due date romane: “Grazie per queste notti eterne”. Con l’accappatoio addosso, e durante le ultime note di “Un giorno migliore”, il cantautore scende dal palco del Circo Massimo e saluta uno per uno i fan delle prime file. A dimostrazione del fatto che è diventato l'unico re del pop italiano abbastanza libero da poter decidere di rimpicciolire gli spazi per ingrandire la musica.