Il mondo secondo i Nu Genea: funk, saudade e Napoli cosmica

La nostalgia di una Napoli che non è mai esistita. Ritmi meticci, malinconia mediterranea e contaminazioni che sfuggono ai generi. "Quanto più inseguivamo il meccanismo del successo, tanto meno veniva fuori roba interessante". L'origine del nuovo album People of the Moon

29 MAG 26
Ultimo aggiornamento: 06:01
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Massimo Di Lena e Lucio Aquilina, i Nu Genea

La nostalgia, di solito, è per ciò che è stato. I Nu Genea lavorano sull’altra ipotesi: che si possa costruire un suono che “ricorda” qualcosa di mai esistito. Una Napoli disco-mediterranea anni Settanta, più immaginata che documentabile. Un porto cosmopolita dove il funk si mescola all’afrobeat e all’elettronica. “La componente nostalgia è forte”, dice Lucio Aquilina, che forma il duo insieme a Massimo Di Lena, “ma non nel senso di attaccarsi al passato, nel fare le cose come si facevano all’epoca. Non siamo turisti del suono analogico”. Quello che affascina, spiega, è la possibilità di usare un bagaglio che si eredita come materia prima per produrre musica nuova. L’autenticità è nella coerenza del mondo sonoro che crei.
People of the Moon, uscito il primo maggio, è il nuovo album e il più aperto geograficamente. “Al napoletano si affiancano l’arabo, lo spagnolo, il portoghese, l’inglese. Ci sono ritmi che rimandano a Trinidad, a certi artisti libanesi degli anni Settanta che componevano in stile bossa nova, a un calypso-soca che non ha niente di pittoresco. Le collaborazioni – María José Llergo, Tom Misch, Gabriel Prado, Fabiana Martone – non sono state cercate per i nomi ma per i timbri”, spiegano i Nu Genea. “Inserire un elemento che stona un po’ con il canone, per avere un’identità più forte, e non già sentita”. Il metodo è la contaminazione. O un innesto: ciò che cresce non è né la pianta di partenza né il ramo aggiunto, ma una terza cosa che porta la linfa di entrambi.
Il disco è nato a distanza. Aquilina si è trasferito a Ortigia, dove c’è il nuovo studio, Di Lena orbita su Napoli. “Volevamo qualcosa che facesse ballare”, raccontano. Per coincidenza si sono ritrovati con bozze indipendenti scritte in uno stesso spagnolo inventato. Ne è venuto fuori un brano, poi c’è stata la ricerca di una voce andalusa, qualcuno che parlasse davvero spagnolo, e così è arrivata María José Llergo – cantaora di Cordoba con un premio Goya in bacheca – in studio a Siracusa. “C’è il caso e c’è il progetto. Troppa pianificazione non funziona, ma lasciare troppo alla fortuna nemmeno”. Una formula che vale per tutto l’album: dopo il successo di Bar Mediterraneo e il tour che ne è seguito, il duo si era trovato a inseguire brani costruiti per “spingere” e hit pensate a tavolino. “Ma quanto più ci buttavamo in quel meccanismo, tanto meno riuscivamo a cavarne roba interessante”. A un certo punto si sono fermati, hanno riascoltato ciò che avevano messo da parte tra un tentativo e l’altro, e si sono resi conto che i pezzi migliori erano quelli non pianificati. Il disco che ne è uscito è più lento, più aperto, meno ansioso.
Stasera suonano alloSpring Attitude di Roma, ma il progetto Nu Genea funziona molto all’estero, e il tour estivo lo conferma: Way Out West a Göteborg, Flow a Helsinki, Lowlands in Olanda, Pukkelpop in Belgio, il Roundhouse di Londra a settembre... La lingua non è una barriera ma un elemento sonoro. “Quando eravamo piccoli cantavamo le canzoni in inglese, anche senza conoscerlo. Con il napoletano è lo stesso: diventa assonanza, melodia da canticchiare senza sapere cosa si sta dicendo. E’ divertente vedere, in Russia o in Brasile, gente che canta Marechià”. Se avessero cantato in inglese, dicono, si sarebbero mischiati a un marasma di roba simile. “Il napoletano è una ‘arma’ duttile, si adatta ai ritmi. Perché non sfruttarla?”.
Vale la pena aprire una parentesi. A Eurovision quest’anno “Per Sempre Sì” di Sal Da Vinci è stato il brano più streamato in assoluto tra tutti i partecipanti. Aquilina ride un po’ alla domanda sul neomelodico. “Non è il nostro pane quotidiano, ma è roba molto emozionale, spontanea, con un linguaggio poco artefatto”. Lui e Massimo, racconta, ne hanno ascoltati quaranta album di fila per compilare le compilation Napoli Segreta. “Non si può dire che non funzioni. Quello che conta, nel caso di Sal Da Vinci, è altro: canta apertamente col suo accento, senza vergognarsi. Forse l’italianità che piace all’estero ha meno a che fare con lo stereotipo e più con la coerenza di un’identità”. La scena che li ha formati è quella cosmopolita – funk, afro, elettronica, dj set con musica da tutto il mondo. La loro Napoli è sempre stata una città di porto. Ma Napoli rischia spesso di finire in una trappola drammaturgica: da Peppe Barra a Gomorra alla trap, c’è sempre una cupezza strutturale sotto il sole. Quella dei Nu Genea è tutta leggerezza? “Anche noi abbiamo una vena abbastanza malinconica nelle melodie e nei testi. Il contenuto è nascosto dentro il contenitore. E’ la saudade brasiliana trasferita sotto il Vesuvio. Ce l’abbiamo quasi tutti. E’ una leggera cupezza di fondo che non nascondiamo: per noi è importante che sia viva”. Né tarantella né sceneggiata. Un suono che ricorda qualcosa di mai esistito ma che, per qualche ragione, ti manca. E ti fa ballare.