La metafisica dell'Oreto secondo Antonio Dimartino

“Io e Colapesce abbiamo creato una band, ma ognuno mantiene la propria individualità. Non inseguiamo la hit, cerchiamo la verità di quello che siamo”. Il musicista abbandona i “ritornelli killer” di “Musica leggerissima” e “Splash” e scende nel greto del fiume palermitano per il suo nuovo album solista

16 MAG 26
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“Il successo con Colapesce è arrivato quando eravamo già grandi, con abbastanza 'No' alle spalle da aver costruito una corazza. Abbiamo creato una band, ma ognuno ha mantenuto la propria individualità. Non inseguiamo la hit, ma la verità di quello che siamo. Per questo non mi spaventa oggi chi non troverà i ritornelli killer in questo progetto”. Antonio Dimartino racconta al Foglio il suo nuovo album “L'improbabile piena dell'Oreto”. Dopo i fasti sanremesi di “Musica leggerissima” e “Splash”, i dischi di platino e il clamore dei grandi palchi condivisi con l'amico e socio Lorenzo Urciullo (Colapesce), il cantautore siciliano si spoglia delle sovrastrutture pop e torna intimista, a sette anni dal precedente “Afrodite”, preferendo la discesa tra i rifiuti e le ninfee del fiume che divide Palermo come una cicatrice mal rimarginata
Per Dimartino l'Oreto è un pretesto narrativo, un elemento naturale capace di specchiare uno straripamento emotivo personale. Il corso d'acqua “nasce limpido e si sporca attraversando il cemento del sacco di Palermo, portando con sé i detriti della speculazione edilizia mafiosa che negli anni hanno soffocato la foce”, racconta. “L'idea di questo fiume bistrattato che nonostante il fango riesce comunque ad arrivare al mare, mi sembrava la parabola perfetta per raccontare la vita di una persona”, spiega il musicista. In questo scenario di realismo magico urbano si muove u sugghio, l'animale leggendario che il nonno contadino “cantastorie” giurava di aver visto vicino all'acqua. La creatura, un ibrido tra il mito e la bestia, è riprodotta nell'artwork dell'album, quasi a guardia di quel mistero. “Il fiume non solo trascina oggetti, ma è portatore anche di paura, di qualcosa di ignoto e sepolto”.
Questa dimensione ancestrale trova il suo baricentro in un'inedita tensione letteraria che sposta i confini della Sicilia verso il Sudamerica. “C'è una tendenza a miracolizzare la realtà”, racconta Dimartino, attingendo alle lezioni di Jorge Amado, Alvaro Mutis e Gabriel García Márquez. È una sensibilità che si nutre del “duende” di Federico García Lorca — “una forza misteriosa che arriva se vede una possibilità di morte, se c'è una ferita aperta che brucia” — e dell'abisso di Joseph Conrad. Attraverso un coro di donne, il disco evoca i versi di Cuore di tenebra per trasformare l'Oreto nel Congo: “Risalire il fiume è come tornare indietro alla fine del mondo, tra i grandi alberi che erano re. Quelle parole erano così potenti da diventare necessarie per raccontare l'ignoto”.
Il disco è stato scolpito tra i ritmi frenetici di Milano e il silenzio denso del quartiere Maredolce, a Palermo, lavorando insieme a Roberto Cammarata. Il legame tra i due, nato anni fa nel progetto elettronico sperimentale Omosumo, si è trasformato in una produzione d'altri tempi: registrazioni in presa diretta, quasi senza click, ambientazioni sonore piene di noise e un sintetizzatore che, come un filo rosso, emette un fruscio costante che simula il moto del fiume e collega i pezzi tra loro. “Cercavamo soluzioni di registrazione che restituissero il respiro della sala. Abbiamo gli stessi ascolti, dai Flaming Lips a Leonard Cohen, fino a De André”.
In un'epoca che impone l'obbligo di pubblicare un singolo al mese per tenere al guinzaglio l'algoritmo, Dimartino rivendica il diritto alla pausa. La figura del cercatore d'oro diventa così una metafora felice: l'uomo contemporaneo che decide di lasciar andare le aspettative per godersi il viaggio. “Magari quel cercatore capisce che era meglio aprirsi un ristorante sul lungomare invece di stare con le gambe in acqua a cercare granelli. Io mi sento un privilegiato a potermi permettere un disco con code strumentali e pause, conscio che la sperimentazione oggi viene pagata perché suona diversa dall'appiattimento generale”.
Il ritorno alla chitarra protagonista e alla dimensione nuda delle canzoni vedrà il cantautore in tour per tutta l'Italia in una dimensione intima. È il banco di prova per un artista che ha superato l'urto del successo mainstream senza farsi anestetizzare. “La vera ricerca non è trovare l'oro, ma avere il coraggio di lasciarlo nel mistero del fiume per tornare ad abitare il tempo”.