Elogio del fuori tempo. Il ritorno dei Litfiba, "boomer fortunati"

"Inseguiamo le emozioni, non la nostalgia". A costo di farsi chiamare ancora "barock and roll", Pelù, Renzulli, Maroccolo e Aiazzi celebrano i quarant'anni di "17 Re" tra i festival estivi e il Concertone del primo maggio. E con una traccia fantasma (o quasi)

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25 APR 26
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I Litfiba nella foto di Riccardo Bagnoli

“Noi siamo artisti, non stiamo dietro ai nostalgici e ai loro commenti sui social. Seguiamo sempre e solo le emozioni che ci spingono a produrre e cantare”. Così Piero Pelù, Ghigo Renzulli, Gianni Maroccolo e Antonio Aiazzi raccontano al Foglio come il ritorno dei Litfiba non sia una carrambata ma un atto di riappropriazione intellettuale e musicale. Si ritrovano così, di nuovo insieme a tredici anni dall'ultima volta, per celebrare i quarant'anni di “17 Re”, il disco che nel 1986 trasformò la new wave fiorentina nell'architrave del rock europeo. L'aria che tira tra i quattro toscani è “quella di chi ha appena riaperto una cantina umida in via De' Bardi e ci ha trovato dentro dinamite ancora innescata. Abbiamo rivissuto quello che succedeva 40 anni fa, litigate furiose che si risolvono in poco tempo”, spiegano. Davanti c'è un tour estivo nei festival in partenza il 27 giugno da Perugia, un primo maggio a Roma, qualche apparizione televisiva e un brano (quasi) inedito. La title track, “17 Re”, rimasta nascosta per quattro decenni, è finalmente in uscita venerdì 17 aprile in digitale e in vinile maxi single verde dal 24 aprile.
Se i Subsonica si sentivano alieni in una Torino post-industriale, i Litfiba degli anni Ottanta erano i “bronchi” – nel dizionario della band, la tribù di appartenenza – che scappavano da un'Italia “troppo provinciale” per farsi adottare dalla Francia. “In quegli anni eravamo i Litfibà perché i francesi ci apprezzavano molto. A Firenze c'erano band come i Neon e i Diaframma ma fuori regnava il provincialismo. La nostra intuizione di andare all'estero ha funzionato perché ci basavamo sull'istinto”, ricorda il cantante. “Questo ci ha portato a suonare con i Mano Negra e i Noir Désir. Eravamo immersi nell'ambiente parigino e quella linfa si è riflettuta nelle nostre canzoni, che poi tornavamo a comporre nell'umida cantina di via de' Bardi a Firenze”.
“17 Re” fu la tappa fondamentale della “Trilogia del potere” ma anche un album all'epoca “inspiegabile”, con pezzi come “Oro nero”, “Sulla terra”, “Cane” o “Pierrot e la luna” considerati dalla band “quasi impossibili da riprodurre live. Oggi la sfida è portarlo in scena tutto, dal primo all'ultimo pezzo. Ci massacreremo ma lo faremo”. Un riscatto necessario per un'opera che al debutto ebbe vendite misere e fu “massacrata dalla critica, con l'unica eccezione di Federico Guglielmi che sul Mucchio Selvaggio ne firmò un encomio totale”. Il rock, per chi ha frequentato le cantine fiorentine, non è un genere musicale ma una filosofia di vita. Lo sa bene Gianni Maroccolo, l'architetto di quel suono. “Sono qui per il piacere di condividere musica con persone a cui voglio bene. Non mi è mai interessato quanto vende un disco. La musica è una cosa seria e se c'è spessore artistico, prima o poi arriva. Tutto il resto è secondario”. Nel 2026 i Litfiba hanno ripreso il loro vecchio schema, “ognuno fa il suo, nel modo in cui sa farlo meglio”, dice il bassista. È la democrazia della band, quella che oggi sembra svanita sotto i colpi dei singoli prodotti a tavolino per alimentare l'algoritmo.
Il brano “17 Re” parla di un uomo che rischia di perdere la memoria e diventare manovrabile. Quarant'anni fa fu escluso dalla tracklist perché ritenuto “poco convincente e musicalmente non all'altezza”, lasciando solo il testo stampato all'interno della copertina. Oggi, però, rinasce dalle ceneri. “L'armonia resta – sottolineano i quattro – ma groove e spirito sono stati stravolti”. In un'epoca in cui un brano è già vecchio dopo quindici secondi, i Litfiba rivendicano il diritto “alla densità, anche a costo di farci definire barock and roll”. Eppure i 70 mila biglietti già polverizzati per il tour dicono che c'è ancora fame di qualcosa che non sia un loop pre-impostato o un suono adattato ai canoni delle piattaforme digitali. Le 20 date nei festival vedono l'innesto di Luca “Mitraglia” Martelli alla batteria a fare le veci dell'indimenticato Ringo De Palma, per dare corpo a una promessa ambiziosa. “Suoneremo tutto l'album nella sua totalità. Ci massacreremo, ma lo faremo live, come un tempo, mica come oggi con tutti quei suoni preregistrati”, dicono Renzulli e Aiazzi.
Dietro l'adrenalina del ritorno, affiora però una nota di cruda realtà parlando dei ventenni di oggi. “Noi siamo dei boomer fortunati, abbiamo vissuto l'epoca migliore del genere umano”, ammette Pelù con un misto di orgoglio e amarezza. “I giovani di oggi hanno davanti un nero assoluto. Si dice che pensano troppo con la rete – spiega Maroccolo – ma la verità è che se gli levi internet e l'intelligenza artificiale non hanno nemmeno modo di entrare in connessione. Noi eravamo ribelli negli anni Ottanta ma oggi i ventenni non vengono proprio ascoltati”. I Litfiba tornano oggi con un ultimo urlo rock per ricordarci che l'unico modo per non farsi schiacciare dalle macchine è “continuare a suonare fuori tempo”. Il loro scacco matto all'algoritmo per rimanere, come dicono loro, “artisti e non nostalgici”.