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“Bully” potrebbe farci dimenticare perché odiamo Kanye West
Nonostante le uscite a dir poco infelici degli ultimi anni, il talento di Ye rimane. Il nuovo album cerca di fare ammenda, tra sperimentazione e ricerca maniacale
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14 APR 26

Foto LaPresse
E’uscito un nuovo album di Kanye West ed è difficile, in parte anche imbarazzante, decidere che uso farne e da che parte stare. Il fatto è che l’artista che da qualche tempo, nella tradizione dei grandi stravaganti, ha cambiato il proprio nome e vuole essere conosciuto solo come Ye, ne ha combinate davvero troppe per far finta di niente e mettere in orbita le sue canzoni come se niente fosse. Peccato perché l’unica cosa di cui si può andar sicuri con lui è il talento che in passato gli fece partorire veri capolavori nell’evoluzione dell’hip hop, un genio che c’è da scommettere non l’avrà abbandonato neanche stavolta, in questo lavoro intitolato “Bully”, bullo, ispirandosi alla condotta di uno dei suoi figli che si era comportato appunto da bullo nei confronti d’un coetaneo, per il semplice motivo di poterlo dominare, come fa il prepotente col debole. E già quest’aneddoto incuriosisce, perché di storie del genere di svantaggio e fronteggiamento la biografia di Ye trabocca e non è un mistero che la sua instabilità psicologica e quindi il conclamato bipolarismo che l’ha avviato a tante condotte bizzarre provengano proprio da un’infanzia sprovvista degli indispensabili approdi certi. Ma adesso è troppo tempo che West si è trasformato in uno stucchevole provocatore, a forza di composizioni intitolate “Heil Hitler”, berciando come uno sciamannato la propria dichiarata ammirazione per il Fuhrer, autodefinendo il proprio suono “anti-semitico”, iscrivwndosi tra i negazionisti dell’Olocausto, specializzandosi nell’esibizionismo pubblico in compagnia di una fidanzata sempre nuda e imbambolata e lanciando progetti musicali in cui la sperimentazione sconfinava nella stupidità. Insomma Ye ha fatto tutto il necessario per distruggere l’immagine di un musicista di successo, una silhouette che d’altronde a lui stesso appariva irreale, optando piuttosto per vestire i panni di un personaggio fastidioso, trash e malmostoso, più di quanto la società contemporanea dello spettacolo potesse sopportare –rimpiangendo perfino i tempi in cui era semplicemente il fidanzato di Kim Kardashian e con lei inscenava i crismi del nuovo estremismo camp.
Così West è finito nell’angolo, sommerso dalle controversie, con i fans accerchiati dai detrattori e gli sguardi di riprovazione del pubblico occasionale che ha preso ad identificarlo con uno scombinato alla disperata ricerca di visibilità. E qui forse si è un po’ mancati di lungimiranza, dimenticando che un artista capace di produrre quanto aveva fatto lui ai tempi in cui era ancora solo “Kanye”, pensate ad album fantastici come “College Dropout” o “Late Registration”, non poteva essersi annullato immergendosi semplicemente nelle proprie paranoie e nella sua rissosa viziosità. Da gran ruminatore, quale è sempre stato (date un’occhiata ai documentari biografici che lo raccontano, come “In Whose Name?”, per vederlo impegnato in un ininterrotto monologo interiore) Ye alla fine deve aver percepito la sconnessa assurdità della situazione nella quale si è cacciato, ormai ripudiato, rifiutato, escluso, perché non c’è rapper del quale alla fine non si possa fare a meno. Così, lo scorso gennaio è saltata fuori quell’intera pagina che s’è comprato sul “Wall Street Journal” (la bibbia della finanza, mica un rotocalco popolare, e anche su questo suo ghiribizzo ci sarebbe da ragionare, magari apprezzandone l’ironia), dove ha pubblicato un generale atto di dolore e contrizione per tutte le stupidaggini dette e commesse negli ultimi tempi, adducendo la scusa di un incidente automobilistico di vent’anni fa come origine clinica della sua cattiva condotta. “Non sono un nazista, non sono un antisemita, amo gli ebrei” ha scritto Ye, spiegando di essere impegnato in un processo di redenzione a base di farmaci, terapia, esercizio fisico e vita sobria, al fine di rimettere in ordine le sue rotelle. Infine è trapelato che un nuovo album sarebbe arrivato per testimoniare la rinascita di Ye e, dal momento che stiamo parlando di una delle più interessanti figure della scena musicale, nonché di un rivoluzionario di uno stile e di un linguaggio, è diventato inevitabile accordare a “Bully” l’attenzione che sembrava non meritare più. E dall’ascolto del suo lavoro è arrivata la conferma che la qualità non è una valuta commerciabile e che può risiedere anche nell’animo più tormentato e corrotto: “Bully” è un’opera di estremo interesse, piena di soluzioni inattese, di ricognizioni sorprendenti (la delicata rivisitazione di “Close to You” dei Carpenters per esempio), nella quale emerge il rapporto unico che Ye mantiene con la creazione musicale, fatto di istinto e matematica, poesia, rabbia e intuizioni.
West resta uno dei più esaltanti rapper che ci sia capitato di ascoltare, avvicinato dal solo Kendrick Lamar e la sua capacità di reinventarsi traccia dopo traccia, senza mai contemplarsi o accontentarsi, resta stupefacente. Non tutto “Bully” è sullo stesso livello, ci sono delle cadute di stile (un deprecabile rap in spagnolo) ma l’album gronda arte al punto da rendere impossibile la connessione con l’inqualificabile tenore di tanti suoi comportamenti, oltre che con quella mania di ostentare, scandalizzare, affermarsi. Perciò che farcene oggi di Ye, in quest’ultima versione, con la quale lui stesso già comincia a giocare e ricamare (il suo nuovo passatempo, ovviamente, è l’Intelligenza artificiale, soprattutto declinata sul rifare se stesso, versioni alternative e multiple del sé – e qui ci si addentrerebbe in un ginepraio da strizzacervelli). Dobbiamo credere nella seconda vita che sostiene di aver imboccato, dobbiamo accettare le sue zoppicanti spiegazioni e dargli una chance, ascoltandolo e provando a vedere dove diamine abbia voglia di condurci con la sua musica? In questi tempi confusi, dove tutto è il contrario di tutto, la risposta è che la vita e la musica di Ye non sono due cose che si possono scindere e che il suo precipizio nell’errore e nella sciocchezza in fondo appare il prodotto dei tempi che viviamo. Però riscoprirlo ancora così vivo e così maledettamente ispirato, è una sensazione che, non sappiamo neanche bene spiegare perché, definiremmo confortante.