Trent'anni di Subsonica: “Eravamo dei disadattati. Oggi adeguarsi all'algoritmo sarebbe un'amputazione”

"Terre Rare" nasce dall'Andromeda Studio di Torino e arriva fino in Marocco: dodici tracce contro le semplificazioni del presente, l'IA che fa paura e la solidità costruita sulle fragilità di ciascuno. Un tour estivo e nessuna voglia di antologia

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11 APR 26
Immagine di Trent'anni di Subsonica: “Eravamo dei disadattati. Oggi adeguarsi all'algoritmo sarebbe un'amputazione”

I Subsonica nella foto di Ivan Cazzola

“Quando ci siamo incontrati eravamo dei disadattati, stare insieme ci ha fatto esorcizzare i nostri demoni e abbiamo trovato il modo di stare al mondo”. Contro la tentazione rassicurante dei Best Of, i Subsonica raccontano al Foglio i festeggiamenti dei primi tre decenni di attività e il nuovo album, “Terre Rare”, un atto di insubordinazione contro le semplificazioni del presente. C'è un'immagine, nella cosmogonia dei Subsonica versione 2026, che racconta dove si trovano oggi Samuel Romano, Max Casacci, Davide “Boosta” Dileo, Enrico “Ninja” Matta e Luca “Vicio” Vicini: la Croce Tuareg. Un amuleto che si dona per il passaggio all'età adulta, un talismano indicante i quattro punti cardinali nel deserto. Dopo trent'anni, la band non ha scelto la strada rassicurante della teca museale o del tour antologico ma ha puntato dritto verso l'ignoto. Mentre il mercato discografico taglia la musica per farla entrare nei trenta secondi di un reel, i Subsonica rispondono con un “long playing” di 12 tracce e rivendicano il diritto all'imprevedibilità.
Tra i quattro sold out alle Ogr e la mostra “Rientro in Atmosfera”, Torino si è fatta esperimento di psicogeografia. “Non abbiamo mai cercato la fama, solo la passione di continuare a scrivere”, racconta Samuel. È un'urgenza nata nel 1996, fondendo rock ed elettronica, che in trent'anni ha attraversato Sanremo, collezionato platini e premi (dagli Mtv Awards al David di Donatello per “Adagio”), senza mai perdere la bussola alternativa. Da “Realtà Aumentata”, spiega Samuel, “ci siamo scrollati di dosso l'occhio della classifica”. Una visione condivisa da Max Casacci: “Adeguarsi all'algoritmo sarebbe un'amputazione. Siamo nati negli anni '90, siamo competitivi, ma non vogliamo inseguire i gusti della moda”. È questa l'anima di “Terre Rare”, che si apre con “Al Confine”, un brano uscito “dal cassetto di suoni misteriosi di Boosta”, dice Casacci. “Può essere un confine attraversato clandestinamente ma per noi, invece, significa invitare le persone nella nostra dimensione musicale”. Ci sono poi “Radio Mogadisco”, una colonna sonora “per avventurieri”, “Ghibli”, tra deserto e canto corale, e “Il tempo in me”, un'unione “di mondi molto distanti”. Insomma, un album che, sottolinea il chitarrista, “interpreta il presente di ogni persona”. La ricerca del quintetto non è rimasta chiusa nell'Andromeda Studio di Torino ma ha viaggiato fino a Essaouira, in Marocco. Un'esperienza che per Ninja ha toccato corde ancestrali — “Lì la musica è guarigione” — mentre per Vicio conferma il movimento come linfa vitale del gruppo: “Penso alle centinaia di migliaia di chilometri fatti insieme, siamo destinati a viaggiare ancora”.
Il cammino dei Subsonica è una negoziazione continua tra ego, stanchezza e visioni. “La solidità di certi legami è data dall'incastro delle singole fragilità”, riflette Casacci. “Le mancanze di ognuno costruiscono un insieme e quello rende tutto solido negli anni”. Questa “umanità analogica” si scontra però con l'irruzione della tecnologia e dell'Intelligenza Artificiale, un tema che la band non evita. Boosta confessa il suo timore: “La tecnologia fa paura. C'è sempre stata una macchina al servizio dell'uomo e della creatività, generata dall'esperienza che viviamo sulla pelle. Quello di oggi è un periodo di rivoluzione, difficile leggere il futuro”. Tuttavia, per il tastierista, il valore della musica sembra tornare alla sua essenza più pura nei momenti di crisi. “L'ultima volta che abbiamo considerato importante la musica era sui balconi del Covid”, dice. E in questo contesto, la voce di Samuel torna a essere il perno di tutto, senza velleità personali. “Mi sono reso conto che volevo essere la voce dei Subsonica, quando sono andato in tour per presentare i miei tre album da solista mi mancava lo scontro con gli altri”. I Subsonica di oggi sono ancora quei ragazzi che cercavano di rubare suoni ai rave per portarli nella loro musica ma con la consapevolezza che la vera avanguardia, oggi, è restare imperfetti, collettivi e “stranieri” a un mondo che vorrebbe tutti omologati. Una diversità che il quintetto torinese tornerà a celebrare dal vivo, con un lungo tour estivo nei festival italiani in partenza il 26 giugno da Padova.