Musica
Piano fortissimo •
L'aprile dei grandi pianisti
Da Yuja Wang a Igor Levit: note sullo stato dello strumento e di tutto il mondo che gli gravita attorno
11 APR 26

Igor Levit, durante le prove del concerto. Foto Musa/Accademia Nazionale di Santa Cecilia
Il mese appena trascorso all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia è stato quello dei grandi pianisti. Il pubblico romano ha potuto assistere, prima, al virtuosismo sfrenato di Yuja Wang con i suoi tacchi e i suoi abiti provocanti; poi, all’enigmatico programma dell’islandese Víkingur Ólafsson. Solo ventiquattr’ore dopo, Daniil Trifonov e Daniel Harding sul podio hanno eseguito il Concerto n. 2 di Brahms, per poi partire in tournée alla volta di Vienna, Budapest e Monaco. Questo tripudio di mani straniere si è interrotto con Alessandro Taverna che, diretto da Sir John Eliot Gardiner, ha proposto un solidissimo Terzo di Prokof’ev. A coronamento di questa maratona, il recital di Grigory Sokolov che, dopo una prima parte beethoveniana, ha sfoderato una Sonata in si bemolle maggiore, D. 960 di Schubert, nella quale sembrava concentrarsi tutto l’abisso dell’uomo e del mondo, e in chiusura, non contento, ha concesso ben sei bis: scelta discutibile, per quasi tre ore di concerto. Infine, proprio in questi giorni (stasera alle 18 l’ultima replica) ancora Brahms, il Primo concerto con Igor Levit al pianoforte e sempre Harding alla direzione, a suggello di questa primavera pianistica.
L’abbuffata di musica per pianoforte ha restituito alcune riflessioni che vale la pena trattenere. La prima, più generale, riguarda le presenze in Sala Santa Cecilia: una serie di “tutto esaurito” per un pubblico che ha risposto positivamente, dimostrando di essere fidelizzato a certi artisti, competente nei programmi e anche disponibile a farsi guidare in territori meno noti. La seconda riflessione riguarda lo stato attuale dello strumento-pianoforte e di tutto il mondo che gli gravita attorno. Si delineano due categorie di pianisti egualmente apprezzate: da un lato, quelli dalle mirabolanti doti tecniche, che puntano a un repertorio sfrontatamente virtuosistico, ispirato al recital lisztiano, in cui anche il gesto dell’esecutore diventa parte fondamentale dell’interpretazione e dello spettacolo; dall’altro, un pianismo meno spumeggiante, granitico, quasi algido rispetto a quello di Wang o Trifonov, che guarda soprattutto al suono e all’eleganza del fraseggio. In questo, Sokolov, Levit e Taverna sono esemplari. Nelle loro interpretazioni la partitura diventa una miniera da scavare in ogni anfratto: lo stacco dei tempi del singolo movimento in rapporto con gli altri; i piani sonori generali e quelli tra i temi di una forma-sonata; le scelte di legato tra i suoni, se affidate soprattutto al dito, all’avambraccio o al pedale; la resa di alcuni segni dinamici che spesso, nella stessa partitura, hanno intenzioni diverse. Ne consegue anche un diverso modo di attaccare il tasto: più veloce, articolato e sgranato nei pianisti “alla Wang”, più a contatto con la tastiera in altri, come Sokolov. Da considerare anche il movimento differente delle braccia e del corpo: Trifonov si piega spesso verso la tastiera, Sokolov opta per un busto fermissimo. Wang, fisicamente più esile, usa una forza che parte dalle spalle e si scarica nelle dita. Levit poi ha “introdotto” un tema che sarebbe da approfondire: cosa fa un solista mentre l’orchestra suona? Il tedesco guardava pubblico e musicisti, chiamava le entrate, si piegava ascoltando, a volte faceva stretching alle braccia. Levit ha un po’ esagerato ma glielo si perdona per la qualità dell’esecuzione proposta.
Diverso anche il modo di concepire il rapporto solista-orchestra e la struttura dei programmi proposti. C’è chi costruisce una sorta di racconto i cui fili, non sempre evidenti, lasciano volutamente all’ascoltatore uno spazio di libertà interpretativa. L’islandese Ólafsson, ad esempio, ha eseguito l’intero programma senza intervallo, chiedendo un unico applauso a fine esecuzione. Sokolov, si diceva, ha proposto sei bis che si sono trasformati in una terza parte di concerto, quasi un contraltare puramente esibizionistico e legato all’eccitazione del pubblico rispetto alle due parti precedenti, più austere e “classiche”. In tutti questi artisti non vi è una stretta preoccupazione filologica ma l’intenzione di sfruttare a pieno le possibilità dei pianoforti oggi in uso (diversissimi da quelli suonati da Beethoven, Schubert, Liszt ecc.) dove materiali, tecniche di costruzione e sale da concerto ne amplificano intensità e possibilità timbriche.
Tutto questo ha poi un risvolto sul pubblico che si lega maggiormente a un pianista più virtuosistico o a un altro più “filosofo”; ama magari lo Chopin di uno e il Beethoven di un altro. Non si tratta soltanto di gusti ma di momenti di vita nei quali l’ascoltatore si riconosce più in un artista che in un altro. Non c’è da decretare chi sia migliore, ma da interrogare e apprezzare questa varietà, tutta da ascoltare e riascoltare.