FACCE DISPARI
Avincola: “Canto Carella, un genio dimenticato del futuro”
Tracce anni Ottanta riproposte oggi ai concerti e un libro sulla vita del cantante che intrigava Lucio Battisti. "Prima sperimentare non faceva paura. E ai ventenni piace", dice il cantautore romano. Intervista
Mister Algoritmo non ho voglia di scherzare, qui ci sono tante cose che non riesci a intercettare… Potremmo esordire in stile Battiato per raccontare un caso che pare un apologo per gli editori e i discografici. L’artefice è il cantautore romano Simone Avincola, una presenza a Sanremo nel 2021, quattro album, molti singoli e la passione per le cover di illustri colleghi, soprattutto quelli finiti nel dimenticatoio. Morgan lo ammira, Panella ha tenuto una serata con lui e s’è fatto musicare alcune poesie. Però il protagonista di questa storia è un altro: si chiama, o meglio, si chiamava Enzo Carella. Irregolare del pop in salsa funky sfiorò la vittoria a Sanremo nel 1979 con “Barbara” e sfornò brani di alta qualità di cui Pasquale Panella firmava le parole prima di collaborare con Battisti. Dimenticato dall’industria musicale, Carella nel 2017 morì solingo a Spinaceto (vedi “Caro diario” di Moretti) con l’amarezza dell’escluso. Non immaginava di avere così tanti fan, molti nati quando già non s’esibiva più. Ora con il più classico passaparola ne hanno fatto un mito sul web. Zero marketing, tutta virale passione.
Avincola non solo ha riproposto i pezzi di Carella in un album, ma ha scritto un libro sulla sua vita intitolato “Dolce tu per tu”. Non trovando l’editore giusto se l’è autopubblicato su Amazon, con l’inaspettato risultato di vederlo balzare per alcune settimane in testa alla classifica delle biografie dove tuttora, a sei mesi dall’uscita, occupa le posizioni di vertice.
C’è un pubblico di nicchia che sfugge agli occhi di editori e discografici?
Quando cominciai a interessarmi di Carella presentai i suoi brani in concerto e scoprii che entusiasmavano. Allora rintracciai chi lo aveva conosciuto, grazie al suo vecchio profilo Facebook, poi Maccio Capatonda mi mise in contatto col nipote e la sorella. Tutti avevano gran voglia di parlare di lui e sulle testimonianze ho costruito il libro, come un cronista. Quando un editore mi chiese di tagliare proprio le parti che più m’interessavano pensai: faccio da solo. Neanche un ufficio stampa. Unica pubblicità sono i miei social e i miei concerti.
Successo inaspettato?
Segno che in un’epoca in cui tutto passa così velocemente c’è un bel po’ di gente che conserva curiosità e non s’accontenta: è un mercato alternativo che apprezza cose più profonde e prescinde da un’industria discografica impigrita e talvolta ignorante. Non so se esistano più produttori come Vincenzo Micocci, che era capace pure di consigliare dove infilare un assolo di chitarra.
Cosa hanno di speciale i brani di Carella?
Sembrano scritti domani, non quaranta o cinquant’anni fa ma in un tempo che deve ancora arrivare. Al termine dei miei concerti, alcuni ventenni sono venuti a dirmi che volevano conoscerlo: pensavano fosse un autore di adesso.
Qual è la caratteristica di una canzone importante?
Non basta che sia scritta bene se al riascolto non trovi niente di diverso dalla prima volta. I migliori pezzi dei cantautori di quegli anni offrono anche a distanza di tempo nuove emozioni. Non erano scritti per vincere qualcosa.
Come si produsse quella stagione d’oro?
C’era voglia di sperimentazione, oggi ce n’è pochissima. È una parola che spaventa perché viene equivocata, ma sperimentazione non significa qualcosa di astruso: è la ricerca di una trasformazione continua senza adagiarsi nel copia e incolla di ciò che ha funzionato.
Perché la affascinano i cantautori del passato?
Sono nato nel 1987 e provo da sempre nostalgia di un’epoca che non ho vissuto. Quando sentii mio padre strimpellare alla chitarra “L’avvelenata” di Guccini fui catturato da quella libertà di espressione cui avrei potuto aspirare anch’io se avessi saputo adagiare le mie poesie sulla musica. Poi m’appassionai a scoprire gli autori che avevano prodotto cose belle ma su cui s’erano spenti i riflettori. Un esempio eclatante è Stefano Rosso: andai a un suo concerto e non esagero a dire che eravamo in sette, otto. Gli dedicai un docufilm nel 2013.
Cos’è che fa spegnere le luci?
Quando i grandi nomi erano tanti, i discografici malgrado avessero molti soldi non potevano promuovere tutti. Chi non accettava certi diktat per ragioni caratteriali restava indietro come Rosso, che però continuò a suonare per il piacere di farlo.
E Carella?
Ebbe una lite con qualcuno dell’ambiente ma non rivelò mai con chi e perché. E si fece da parte. A differenza di Stefano Rosso, smise di suonare anche per sé, cercò persino di bruciare la chitarra. Quando si riaffacciò al mondo della musica scoprì che c’era ancora chi si ricordava di lui, ma non i discografici: al telefono non passava il filtro delle segretarie. “Carella chi?” dicevano.
Quanto contò il carattere?
L’album “Sfinge” rischiò di non uscire perché lui registrava la voce una volta e poi magari se n’andava a giocare a calcetto. Una persona troppo normale che sbatte contro la logica del mercato.
Proseguirà il “Carella tour”?
Sì, anche a Milano con un appuntamento il 4 aprile. Alterno canzoni e aneddoti del libro cercando di accantonare l’ego. Non voglio impallare la sua storia e mi piace troppo l’idea che un artista torni a vivere ogni volta che lo cantiamo o raccontiamo.
È vero che Battisti considerava Carella l’unico collega italiano che lo intrigasse?
Proprio così.
Proseguirà la collaborazione con Panella?
Lo spero. È uno che in un’epoca in cui tutti vogliono apparire sta per i fatti suoi. Non è poco. E poi, Carella gli deve quei magnifici testi.