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Tormento ed Estasi una settimana sanremese

Sanremo è lo specchio di un'Italia che non esiste

Stefano Pistolini

Volevamo un Festival che fosse un concentrato di cultura pop contemporanea e ci hanno dato due Sandokan. Un refrain sterilizzato, colmo di canzoni lunari, vuoto di emozioni reali. Gli ascolti calanti ne sono la conseguenza. Si salva Laura Pausini, Fulminacci giganteggia

"Il tempo corre / quanto è stronzo”, canta il massiccio Nigiotti (non male) sul palco sanremese. E ha ragione, guardando questo festival vecchio e nudo, spoglio delle sorprese, scortato dal maresciallo Conti su un pianeta disabitato che non somiglia all’Italia d’oggi. La restaurazione è sancita dall’annuncio d’apertura affidato alla voce di Pippo Baudo, osannato come reperto di chissà quali glorie e la seconda cosa che Conti dice è “dov’eravamo rimasti?”, ma non è un omaggio al collega Tortora, di cui si parla in questi giorni, e alla sua vicenda mai riparata, ma serve solo a introdurre Olly, il vincitore dell’anno scorso, ribadendo il progetto-sicurezza che anima la manifestazione. Volevamo un Festival che fosse un concentrato di cultura pop contemporanea – e alcune recenti edizioni avevano offerto segnali in questo senso – e ci hanno dato due Sandokan. A parte la pletora di canzoni, da quel palco sono arrivate solo pallide celebrazioni – Costanzo, i vispi occhietti critici di Vessicchio – e l’arrivo della nonnina Gianna, 105enne antifascista, repubblicana e ciclista, che in un tenero Hellzapoppin’ ha rievocato il voto del ’46. Il resto è normalizzazione curata da un Conti che ricorda che non si massacrano i bambini nel mondo, ma poi tira dritto verso la prossima canzone, tirandosi dietro una Pausini che una volta tanto fa simpatia, rivelandosi imperfetta e pure autoironica.

   

Nient’altro nella maratona della kermesse, se non canzoni in buona parte impresentabili e dai contenuti inconsistenti, che chissà quale allucinogeno ha fatto ammettere al Festival, a partire dalla sequenza di marcette innervosenti, che include Sayf, Dargen D’Amico in pigiama, la Lamborghini, un tale Samurai Jay che ci mette un po’ di reggaeton, o un terribile J-Ax versione saloon. Poi sono passati quelli senza un gran pezzo, ma che sanno fare il mestiere e portano a casa partecipazioni dignitose e ci mettiamo Michele Bravi, la favorita Serena Brancale, Raf, Mara Sattei, un’Arisa disneyana, Levante e Malika con un pezzo ambizioso e complicato. A risvegliarci dal torpore provvedono solo il vocione imponente di Patti Pravo, che galleggia soffice sulla sua classe e fa gara a sé e l’inquietante duetto Fedez-Masini, torvi e nerovestiti, con Federico aggrottato e invecchiato, in un duetto che è un progetto ombroso, in cui lui si paragona a Giuda e si compiange, mentre Masini gli fa contrappunto in un mare di volenterosa tristezza, camere d’hotel, fughe, tempo andato via: malessere palpabile, però simpatia.

 

E infine il semplice Fulminacci che giganteggia, vestito alla David Byrne, con una canzone che pare una tesi universitaria, al confronto con le altre. Alla voce “ospiti” ci s’imbatte in figurine tipo Can il pirata – uno un tanto al chilo, senza un filo di portamento – e con lui, che è “bòno”, piovono i doppi sensi, perché sarebbe, nell’immaginario di Conti, il momento per le signore che sospirano, tra esotismi e ormoni trallalà. Per il resto un waterboarding di luci strobo, le solite gag dello scalone sceso coi tacchi, gli sguardi atterriti dei debuttanti e a un certo punto lo spot della Tim con Massimo Lopez che riguarda se stesso nella medesima pubblicità di tanti anni fa, quella col plotone d’esecuzione che deve fucilarlo e lui che traccheggia stando al telefono. Lopez dice che sembra ieri, insomma che tutto torna, che siamo uguali. Non è vero ma ci credo, diceva quello. E Sanremo di quest’anno è così: un refrain sterilizzato, colmo di canzoni lunari, vuoto di emozioni reali. Una noia lunga una sera: gli ascolti ampiamente calanti ne sono, se non altro, la logica conseguenza.

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