Il beat di Skeng accompagna la movida dell’estate lungo il Tamigi

Ha 24 anni, allergico ai social, il suo vero nome è Kevon Douglas e arriva dall Giamaica. Come a Milano e a Parigi, anche la scena londinese adesso è terra di conquista per i ragazzi dei quartieri etnici, con la loro macedonia musicale che mette insieme est e ovest, radici e contaminazioni, citazioni e istanze
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26 JUL 22
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Screenshot da Youtube

Scordatevi la Londra di Soho, delle band, dell’indie pop, dei cantanti carini e sexy e anche quella dell’acid e dei rave. Roba del ‘900. Se cercate il suono sul Tamigi di questi anni Venti dovete salire sulla metropolitana che va verso le periferie, o almeno fare lo sforzo d’arrivare nelle strade trendy di Hackney e Brixton, dove sarete subito investiti dal battito del dancehall sparato da qualche megaimpianto delle colorate auto di passaggio. Come a Milano e a Parigi, anche la scena musicale londinese adesso è terra di conquista per i ragazzi dei quartieri etnici, con la loro macedonia musicale che mette insieme est e ovest, radici e contaminazioni, citazioni e istanze.
I nomi ricorrenti sono Shanseea, Popcaan, Govana e Stormzy, ma la sensazione dell’estate è da poco sbarcata oltremanica proveniente da Kingston, Giamaica, e in un baleno ha conquistato la corona di tormentone dell’estate. Si chiama Skeng – nel patois caraibico sta a indicare un’arma impropria – ha 24 anni, il suo vero nome è Kevon Douglas. Si è fatto le ossa nella scena djing di Kingston, ha pubblicato un po’ di pezzi video che l’hanno fatto notare a livello locale (“Brrp”, “Street Cred”, “Gvnman Shift”), poi s’è lanciato sulla scena britannica con una canzone scritta appositamente e dal minimale titolo giusto, “London”, dotata delle prerogative necessarie a diventare l’inno di stagione per la movida.
Nel frattempo Skeng ha collezionato un arresto all’aeroporto di Kingston per cattiva condotta sull’aereo che lo riportava in Europa e ha scatenato la curiosità dei media inglesi perché una delle sue caratteristiche è d’essere allergico ai social e di non avere niente che lo rappresenti negli abituali punti di ritrovo digitali (attenzione: un trend che sta prendendo piede). Chi poteva contare su qualche informatore in area-Kingston è comunque venuto a sapere che il giovane Kevon ha sempre avuto la vocazione a mettersi nei guai e che ha passato i suoi anni teenageriali spostandosi di città in città, via via che seminava pasticci, approdando infine in Europa, prima in Spagna e poi nel Regno Unito.
I suoi maestri musicali sono nomi deep della scena giamaicana come Mavado e Vybz Kartel, ma da un pezzo nell’isola girava voce che Skeng fosse un predestinato e che il successo non avrebbe tardato ad arridergli, sempre se fosse riuscito a tenersi lontano dai guai. Non a caso, una volta a Londra, è bastato il tempo tecnico per registrare “London” e il relativo videoclip e le cose sono decollate. Il suo nome adesso è sulla bocca di tutti: sarà che la bizzarra estate bollente sembra fatta apposta per accogliere le vibrazioni dancehall, sarà che quel ritornello “London-don-don-don-don-don” s’attacca in testa e non va più via, sarà che le immagini di Skeng tutto vestito a scacchi Burberry’s, perfino con la sciarpa d’ordinanza avvolta attorno alla testa, nemmeno fosse un remake di “Fumo di Londra”, sarà soprattutto che il ritmo cavernoso del pezzo e i superbassi che lo caratterizzano gli danno un andamento che va a pennello con le liriche – praticamente incomprensibili, finché non le leggete – a base delle abituali sbruffonate di gang violence.
Il timbro di Skeng è gutturale e profondo e imperdibili sono le sequenze di lui e la crew che se la vantano nel videoclip, aggirandosi tra elicotteri, macchinoni e maneggiando finte bottiglie di Kristal, sul pallido sfondo d’una città nervosa al cospetto di tutta questa selvatica energia e di tanta voglia di avere. Fotogrammi targati 2022, che vanno a specchio con quelli di Rozzano e la posse di Paky che prende possesso degli snodi tra i casamenti dell’hinterland milanese. Perché c’è un fattore incontrollabile ed elettrizzante in queste immagini metropolitane, affascinanti e sottilmente minacciose, un dato di diversità che lacera queste giovinezze decise a prendersi qualcosa. Immancabilmente sospinte da un beat tutto loro e solo loro – potente, proveniente giù dal basso, capace di prendere l’estate alle tempie, d’ipnotizzarla e farla propria.