Foto AP Photo/Scott Heppell 

Celebrazione eterna

Il coraggio di continuare dei Rolling Stones è degno d'imperituro rispetto

Stefano Pistolini

A parte l’aggiornamento della mappa-rughe sui volti di Jagger-Richards e il malinconico aggiornamento dell’elenco-perdite nella formazione originale, lo spettacolo è quello: zero sorprese, scaletta collocata quasi per intero prima del ’72, suono che a un certo punto va in quota e comincia a marciare come se gli Stones avessero un volano dentro

Su Sky Arte in queste sere, per festeggiare il passaggio italiano di “Sixty”, il tour mondiale dei Rolling Stones, è in programmazione “Crossfire Hurricane” il bel documentario di Brett Morgen del 2012 che ha il pregio di antologizzare una decina di versioni diverse della formazione, scandite dall’anagrafe, dallo stile, dalle frangette e dalle mode che si susseguono, ma sicuramente non dalla musica che, con qualche opportuno aggiustamento (i boys in the band hanno sempre avuto un tocco nel bilanciare istintiva creatività ed esigenze di marketing), restava sempre la stessa. Il concerto di questa settimana davanti ai 57mila di San Siro (7 milioni d’incasso) e, più in generale le tappe di questa tournèe che toccherà l’apice domani sera col concerto londinese ad Hyde Park (insieme a un elenco di altre vecchie star, da Elton agli Eagles), confermano la narrazione. A parte l’aggiornamento della mappa-rughe sui volti di Jagger-Richards – vero Mount Rushmore vivente del rock – e a parte il ben più malinconico aggiornamento dell’elenco-perdite nella formazione originale, che ora fa pendere la bilancia dalla parte degli scomparsi (tre: Jones, Stewart, Watts) contro i soliti due superstiti, registrata la chirurgica capacità di inserire nell’organico dei sostituti capaci di non essere tali (Watts vive il suo personale concerto nell’omaggio trasmesso in apertura sui megaschermi), rendendo la loro maestria una pura funzione della rappresentazione, per il resto lo spettacolo è quello: zero sorprese (ci mancherebbe), scaletta collocata quasi per intero prima del ’72, suono – superata la rugginosa fase dell’avviamento – che a un certo punto va in quota e comincia a marciare come se gli Stones avessero un volano dentro, progettato per lavorare in eterno, nemmeno fossero una di quelle meccaniche celesti spedite nell’iperspazio.

 

Il palcoscenico rivaleggia con un campo di pallone, le passerelle permettono le paradossali performance di Jagger che saltella manco fosse un ologramma, il sistema chitarristico Richards-Woods è l’abituale reticolato ad alto volume che sostiene il tutto, poggiando sulla solidità di una sezione ritmica d’acciaio (Steve Jordan-Darryl Jones). Il resto è celebrazione, voyeurismo, curiosità, collezionismo, guardonismo, naturalmente magia. Perché tutta l’esperienza è quella del tempo, del baluginare della fiammella della mortalità, del vedere come sono loro e quindi come siamo noi, come questa musica permane, resiste e si produce – non si “riproduce” – allorché a metterla in scena provvede chi tra i primi l’ha inventata. C’è una lieve percezione di pop porno nell’aderire alla rappresentazione, ma è venata d’affetto e sentimentalismi. Il loro coraggio di continuare, quasi fosse un dovere, perché gli altri passatempi li annoiano, è degno d’imperituro rispetto. L’immagine complessiva dell’industria musicale che inventò il rock da stadio e il concept di partecipazione uguale celebrazione, invece ne esce più malconcio che mai. Perfino è bizzarro, mentre Mick intona “You Can’t Always Get What You Want”, riassaporare quella sensazione di noi come provincia dell’impero, sfiorata benignamente dal veloce passaggio delle divinità. Una cosa del passato, perché tanti anni fa era così, adesso non più. Eppure l’altra sera a Milano si è tornati a quell’atmosfera – e di questa sensazione fatene ciò che volete.

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