Sberleffi pretenziosi della scienza che studia geni e cervello

1 SET 19
Ultimo aggiornamento: 00:11 | 2 SET 19
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Insigni scrittori, creatori di sonetti e drammi, romanzieri, molti autori di un epos che scavalca i tempi, da Omero, per dire, a Virgilio, ma anche maestri elementari, impiegati del catasto, giornalistucoli come me, donnine che fanno la spesa, studiosi del gender i più vari, femministe moderate e arrabbiate nelle maggiori Università della Ivy League, tutti insomma gli appartenenti di diritto al vecchio e nuovo umanesimo di cui ci parla il presidenti Giuseppi Conti, sanno e hanno manifestato la verità di una variante di impulsi determinata ambientalmente e piscologicamente dalle condizioni individuali e di civilizzazione al centro delle quali sta l’amore che non osa dire il proprio nome (una volta, ora osa, osa senza complessi).
Non ho alcunché contro la ricerca genetica, ma non è sgradevolmente invasiva l’idea che si possa verificare con test allargati, e con una pretesa di definitività, quanto già si sa indubitabilmente nella storia e critica della civiltà letteraria e morale in cui abitiamo? Il “gene del frocio” non suona forse come uno sberleffo pretenzioso e un capriccio ideologico da parte di una scienza che ha dato e avrebbe da dare ben altro come risultato delle sue ricerche? Se accendi la radio e ascolti una voce un po’ sciocca ma non priva di un suo aplomb, cosa che succede abbastanza spesso d’estate, quando si deve raggiungere in macchina una spiaggia lontana, dopo la salvezza della Terra, le foreste pluviali, i viaggi di Greta all’Accademia di Laputa, e altre bellurie varie, caschi e non di rado sulle neuroscienze. Qualcuno ti spiega che il sonno, la veglia, la conoscenza della realtà, la rappresentazione dei sentimenti, la coscienza stessa di ciò che presumibilmente sei e di quanto spetti all’altro, insomma le relazioni umane, non sono che aspetti contingenti di fenomeni scientificamente o empiricamente accertabili del funzionamento neuronale del cervello. E queste chiacchiere sono sempre poi menate nel bosco barocco della reverenza, nelle praterie sconfinate dell’ovvio, ma con un senso del proprio status, della intima e consequenziale necessità delle conclusioni, in una parola della loro indiscutibilità, che ti induce sovente a cambiare stazione emittente e a cercare una canzonetta. Non nego l’importanza dei geni e penso che il cervello abbia un suo modo di funzionare nel quale è possibile gettare la rete di una ricerca impicciona e forse utile, per carità. Ma non si dovrebbe procedere con un maggiore rispetto per le conoscenze acquisite, per la tradizione scritturale e filosofica, per ciò che in certi casi appare incontrovertibilmente dato, l’arbitrio libero della volontà e del desiderio, e ci consola?