Cosa resta del corpo dei campioni

29 MAR 19
Ultimo aggiornamento: 08:22
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L’ oro appeso al collo brilla, illumina ma non d’eterno, nasconde le ferite e non le cancella. Concede una tregua, un’anestesia per il dolore; ma non guarisce, non può farlo. Il 23 marzo, durante il Superstars of Gymnastics, Simone Biles è andata letteralmente a tappeto. Dentro la 02 Arena, davanti a un pubblico arrivato soltanto per poterla guardare da vicino, la ginnasta statunitense durante un’esibizione è caduta, battendo la faccia per terra. Si è rialzata subito e subito ha ricominciato a muoversi, sorridendo e inchinandosi al pubblico per ricevere un applauso. Alla fine, però, davanti ai microfoni ha ammesso: “Il mio corpo ha sopportato troppo, ora sta cadendo a pezzi”. L’atleta che nel 2016 aveva conquistato quattro ori e un bronzo olimpico in pochi giorni, oggi, a ventidue anni appena compiuti convive con il male cronico. “Ci sto facendo l’abitudine, ma è molto faticoso”. Le medaglie conquistate non consolano, anzi, sono un’aggravante, stanno lì per ricordare che le carriere sono effimere, irriconoscenti, senza memoria: un giorno sei in cima al mondo, il giorno dopo hai gli occhi attaccati al pavimento, sei irrimediabilmente ko. E cosa ne sarà allora degli adduttori e dei bicipiti, di quarantotto chili di fasci di nervi e di muscoli costruiti grazie a un lavoro quotidiano, maniacale e soprattutto sfiancante?