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La creatività non ha genere. Intervista ottimista ad Anna Dello Russo
Chiacchiere con la fashion editor sulle innovazioni tecnologiche “che hanno reso il mestiere di giornalista inesauribile e dinamico”, sulle poche stiliste donne che però non sono un problema perché la moda “va per ricorsi” e sul grave errore di piangersi addosso. Consigli per tutti
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7 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 08:54 AM

lte vite, moltissimi guardaroba. Anna Dello Russo (Bari, 1962), ritratta a Milano per il suo account Instagram
Si può affermare che gli ultimi trent’anni anni siano stati intensi: cambiamenti sociali, innovazioni tecnologiche, ridefinizione delle priorità personali; fattori che hanno messo a dura prova anche chi ha la scorza più resistente. La velocità di sviluppo di internet, soprattutto, ha accelerato i ritmi di vita, lasciando indietro chi ha cercato di opporsi alla potenza del mezzo, escludendolo dalle nuove opportunità. Chi non l’ha fatto, ha vinto. "Il mio lavoro è stato entusiasmante, perché ho sempre diversificato. Dagli anni in cui facevo la stylist, dodici anni con la valigia in mano alla direzione de l’”Uomo Vogue”, in cui sono stata per sei anni in ufficio e lì volevo morire perché è stato il periodo più duro della mia vita, però interessantissimo, fino a oggi, non ho mai osteggiato il cambiamento", inizia a raccontare Anna Dello Russo, fashion editor, giornalista, trendsetter, icona di stile immortale in un'epoca dove le “icone” spuntano come funghi e scadono come il latte. "Ho trascorso quattordici anni tra Giappone e Asia, e dal 2020 a oggi mi dedico al digitale. Non mi sono mai stancata perché è sempre stato tutto in fieri e mi ha dato energia. Dopo dodici anni di viaggi, sono approdata ai magazine per passare alla sperimentazione tecnologica. Dal 2006, poi, si è aggiunta la moda dello street style, quindi ancora un altro capitolo. Sono attività parallele che hanno fatto evolvere il mio lavoro, che è partito dal giornalismo tradizionale e si è declinato in linguaggi innovativi; lo hanno reso inesauribile e dinamico, al punto da non permettermi di fermarmi. Si deve correre dietro al tempo che passa fulmineo".
I suoi studi universitari in arte e letteratura a Bari, la sua città, e il master in design della moda a Milano, le hanno dato gli strumenti per non rimanere travolta da un sistema che corre sempre più veloce e in cui, anche grazie al suo fiuto unico per tendenze e stili, ha colto le nuove occasioni che molti hanno snobbato. Così, a qualche giorno dal debutto del “Diavolo veste Prada 2” che racconta il cambiamento epocale avvenuto nell’editoria di moda, mi viene spontaneo chiederle che cosa consiglierebbe ai ragazzi che volessero entrare in un settore così diverso rispetto a quando ha iniziato e che continua a evolversi in maniera quasi schizofrenica. "Direi di provare tutto quello che è possibile perché, se si hanno le idee confuse, solo attraverso l'esperienza e un sano pragmatismo si possono capire le proprie vocazioni" spiega. "Agire sul campo, sperimentare come stagisti, assistenti: anche per me è stato così. Sono passata dall'effervescenza dello styling sui set alla metodica dell'ufficio in redazione, da messaggi e produzioni digitali al linguaggio globale. Suggerisco di stare al passo coi tempi, abbracciare la comunicazione senza barriere mentali o la paura di mettersi alla prova; perché se non hai una passione questo ti può aiutare a trovarla; se ce l’hai, è quella che ti guida. Se poi si ha l'occasione di avere una scuola editoriale come un giornale, com’è stato per noi, è un'altra grande fortuna".
Le faccio notare che purtroppo troppo spesso si punta il dito verso i ragazzi accusandoli di essere pigri, ma a volte non ci si rende conto di come chi giudica abbia avuto insegnamenti più solidi e specifici contro la marea di informazioni di oggi che, se non incanalate e filtrate correttamente, non conducono a nulla. "Sì, è vero”, risponde: “Però magari hanno una capacità gestire il digitale al meglio, dato che ci sono nati. Sono canali altrettanto potenti. Guarda quanti vantaggi può portare loro Instagram (il suo account ha 2,7 milioni di follower, ndr): noi avevamo il curriculum vitae, loro hanno i profili coi quali si possono raccontare e raggiungere tutti. Più sei bravo a svilupparlo più puoi arrivare a ciò che vuoi. Nei cambiamenti ci sono sempre grandi opportunità e oggi i ragazzi ne hanno moltissime, ma bisogna buttarsi senza paura, sperimentare il più possibile". Lei non è approdata alla moda attraverso corsie preferenziali, ma con un lungo percorso sul campo. Iniziato nell’infanzia. "Purtroppo sono così da quando sono nata", ironizza.
"Sono convinta che si nasca con questo tipo di passioni, che io chiamo ossessioni. La percezione è immediata, ed è stata la cosa che mi ha aiutato, anche da piccola, a superare molte difficoltà e a proiettare il sogno, a visualizzarlo. Ho capito subito che i vestiti avevano un potere di comunicazione pazzesco. Ricordo benissimo le amiche di mia madre, le loro case, avevo pochi anni, ma ero estasiata da tutto. Poi al sud c’era un'estetica molto decorativa con ornamenti, accessori, gestualità enfatizzata e un’attitudine precisa che mi affascinava. Mia mamma mi racconta che per catturare la mia attenzione mi dava un paio di scarpe e io le studiavo per ore. Non era una questione di styling: era l’oggetto che mi ipnotizzava, come fosse un feticcio". E la prima volta che hai avuto un contatto con l'immagine di moda? "Me lo ricordo perfettamente", esclama. "Ero a Roma con la mia famiglia. Un viaggio raro, speciale, forse l’unico che abbiamo fatto insieme, avrò avuto cinque o sei anni. Lì per la prima volta vidi uno shooting per strada e ne rimasi folgorata. All’epoca, essendo io nata nel 1962, quindi era intorno al ’68, quella scena rappresentava qualcosa di potentissimo, mi pare fosse vicino alla Fontana di Trevi. Osservai e dissi: questo è ciò che voglio fare. Poi credo che il brand che allora mi colpì fosse Fendi, perché non posso dimenticare il negozio sotto il nostro hotel, l’Inghilterra in via Borgognona. Ne ero ossessionata, soprattutto dalle F del logo. È una memoria quasi primordiale". Era la storica boutique di Roma, aperta nel 1964 a quell'indirizzo.
Anna esiste con la moda e per la moda, come ci sente? "Una donna da ricoverare", prorompe scoppiando a ridere. "Ironia a parte, dico sempre una cosa: se una passione diventa la tua occupazione è una grande fortuna, perché ti accompagna senza stancarti. Ancora oggi mi diverto moltissimo. Mio padre, che era psichiatra, lo capì subito e mi supportò negli studi per diventare giornalista. Vivendo al Sud, dove le possibilità per entrare nel settore erano poche, pensavo di aprire una boutique, ma lui mi spinse a non limitarmi, dovevo prima studiare e successivamente andare a Milano. Dopo la laurea, il mio obiettivo era fare della moda un lavoro. Ci credevo e mi sono buttata in una carriera durissima, soprattutto nei primi vent’anni. Ho dovuto imparare un nuovo linguaggio internazionale, parlare inglese e francese, poi adattarmi alla tecnologia partendo dall’analogico. I primi dodici anni sono stati fatti quasi solo di viaggi e shooting: arrivavo a Milano, lasciavo le valigie e ripartivo. È stato un arricchimento enorme, culturale e linguistico. Non ho mai avuto dubbi che questa fosse la mia missione. È durato fino al Covid, senza esitazioni. Ho iniziato nell’88 e sono arrivata al 2020 in un attimo". In una fase storica in cui l'industria nostrana e internazionale è in profonda evoluzione e avrebbe probabilmente bisogno di guardare alle proprie origini per ritrovare linfa, lei rimane rilevante grazie alla sua capacità di leggere ciò che accade. Anna Dello Russo è quindi la persona giusta alla quale chiedere come veda la moda femminile attuale e il suo punto di vista è di nuovo spiazzante. "Per me non esiste più una distinzione. Se guardiamo Chanel, oggi è anche indossato dagli uomini più interessanti del mondo, da Jacob Elordi a Brian Boy a Marc Jacobs, senza che ci sia una collezione maschile ufficiale. Matthieu Blazy è stato geniale: senza dichiararlo ha creato qualcosa che attraversa generi e generazioni, è un’evoluzione affascinante proprio perché non annunciata. Non mi piacciono più le definizioni, le classifiche, le statistiche, io lavoro di pancia. Ricordo che anche al giornale non facevamo riunioni e planning esasperati: osservavamo, intuivamo i trend e poi agivamo d’istinto. Certi fenomeni vanno colti empaticamente, mi interessano le cose belle, non i numeri. È innegabile che la finanza oggi sia molto influente, è un momento complesso, ma esiste sempre quell’eccezione che sorprende. Il fenomeno Blazy è uno di questi: ha costruito un immaginario nuovo, capace di generare un sogno che non si può ingabbiare".
L'analisi è limpida e disincantata, l'osservazione è sempre legata all'estetica e al desiderio di chi si nutre di vestiti. Ma allora chi sono le voci emergenti che ruberanno la scena, le chiedo. "Mi piace moltissimo Dilara Findikoglu: ha quell’energia edgy, di rottura. Poi ci sono i Matières Fécales, con la loro visione estrema. Tutto ciò che oggi ha una matrice un po' punk mi interessa: è come vedere una nuova Vivienne Westwood". Ribatto che però entrambi hanno dei riferimenti non troppo velati a maestri come anche Alexander McQueen e Rick Owens. "Me li devi far crescere, sono ancora pulcini", mi provoca, e aggiunge: "Spero che Dilara crei la sua comunità, come gli altri. Vorrei citare anche Sara Maino e il suo scouting di giovani: è enorme, le va riconosciuto. Apprezzo anche ciò che Nicolas De Felice ha fatto da Courrèges, o di Duran Lantink da Jean Paul Gaultier, Dario Vitale da Versace e Michael Rider da Celine. Ma se dovessi tifare per una sola sceglierei Dilara, anche perché è una donna". Così le chiedo, come mai nel sistema moda contemporaneo ci siano sempre poche donne alla guida delle maison, nonostante ce ne siano molte che ci lavorano. "Secondo me è semplicemente un fenomeno ciclico, non lo guardo in termini statistici. Ci sono stati momenti con più presenze femminili, pensa a quando emersero Phoebe Philo o Stella McCartney e oggi quei momenti potrebbero tornare. Penso a Chemena Kamali da Chloé, Kim Bekker da Isabel Marant, Maria Grazia Chiuri da Fendi. Non farei dietrologie, è come nel tennis: oggi ci sono molti italiani al top, ma c’è stato un lungo periodo in cui non ce ne erano. Sono i cicli, corsi e ricorsi della storia”.