Di cosa non tengono conto i nemici delle ciclabili a Roma

I comitati di quartiere che protestano contro la realizzazione di piste e corsie dedicate alle biciclette si consorziano per lottare assieme contro i percorsi ciclabili accusati di diminuire i parcheggi e aumentare il traffico. Chi difende la loro utilità però continua a sbagliare comunicazione
di
10 APR 26
Ultimo aggiornamento: 04:50 PM
Immagine di Di cosa non tengono conto i nemici delle ciclabili a Roma

Foto LaPresse

Tra Roma Nord e Roma Sud "passa un mondo intero e un'incomunicabilità sorprendente: se uno di Roma Nord dice cane, quello di Roma Sud dice gatto. Ci sono solo due cose che sono capaci di tenere assieme Roma Nord e Roma Sud: la Maggica e la certezza che nell'Universo non ci sia città migliore di Roma", scriveva Achille Campanile. Andrebbe aggiunta una terza: l'insofferenza per le ciclabili. I comitati "Sos" di via Panama (tra i quartieri Parioli e Trieste), via Guido Reni (quartiere Flaminio) e dell’Eur, quelli che protestano per le ciclabili che il comune sta lì realizzando, hanno deciso di consorziarsi in una sigla comune. E lo fanno per elaborare una strategia coordinata, dotarsi di un supporto legale, realizzare una perizia tecnica, e presentare un esposto in procura per informare l'autorità giudiziaria che i lavori pubblici per la realizzazione dei percorsi ciclabili sono uno spreco di risorse pubbliche perché, a loro avviso, non sono stati eseguiti in modo adeguato.
Hanno deciso di farlo nonostante la giunta comunale abbia cercato di venirgli incontro, modificando il progetto originale e adattandolo, almeno in parte, alle richieste dei comitati. Non è bastato. Loro le ciclabili non le vogliono perché vogliono i parcheggi, più parcheggi. E non le vogliono perché, sostengono, aumentano il traffico e rendono la città peggiore, ancor più caotica.
A Roma, ciò che la quasi totalità delle grandi città europee utilizza per rendere più fluido il traffico cittadino, viene accusato di essere una delle cause dell'aumento del traffico cittadino. La domanda è: sbaglia tutto il resto d'Europa oppure sbagliano i comitati?
Per rispondere basterebbe un'osservazione. Un'automobile occupa 10-12,5 metri quadrati, sia quando si muove che quando è ferma; una bicicletta occupa 0,85-1,2 metri quadri. A Roma, in media, un'automobile trasporta 1,4 persone a viaggio, quindi, una persona per muoversi occupa dai 7,1 agli 8,9 metri quadri di strada, una bicicletta ne occupa al massimo 1,2. Contando che circa il 50 per cento degli spostamenti a Roma è sotto i sei chilometri e che circa il 30 per cento degli automobilisti romani dice che sarebbe disposto a muoversi in bicicletta per i piccoli spostamenti qualora la città si dotasse di una rete ciclabile sicura, ecco che lo spazio libero nelle strade aumenterebbe parecchio.
I comitati però non hanno fatto i calcoli o non sono interessati a farli. Protestano. E protesterebbero comunque.
Protestano perché le ciclabili tolgono parcheggi e in una città dove i garage sono pochi, quasi assenti in certe zone, averne qualcuno in meno comporta la necessità di lasciare l'automobile più lontano da casa e dover quindi camminare di più, oppure utilizzare più carburante (sempre più caro, a tal punto da risvegliare istinti pacifisti) nella ricerca, a volte disperata, di un parcheggio. Scordano però un dettaglio: aumentando le infrastrutture ciclabili diminuiscono le auto di proprietà, quindi lo spazio occupato. Va così in tutto il mondo, Roma non è diversa. Secondo un stima dell'Ada (Associazione nazionale demolitori autoveicoli) a Roma ci sono circa 18mila automobili abbandonate nei parcheggi lungo le strade, in pratica dai 180mila ai 225mila metri quadri in una città con una rete stradale di 8.000 chilometri e con una rete ciclabile di circa 200 chilometri (con un altro centinaio dentro parchi e ville).
Il problema però sono le ciclabili.
Le ciclabili però hanno un problema. E non è infrastrutturale, è comunicativo. Quando si parla di ciclabili, zone pedonali ecc in molti, soprattutto i politici, continuano a usare termini come "mobilità dolce", "mobilità sostenibile", cose così. Quella legata alle biciclette, al camminare, ai monopattini, pattini e similari, non è dolce e non è sostenibile, è mobilità e basta. La mobilità e basta non è quella delle automobili o delle motociclette e quella "dolce" o "sostenibile" non è quella delle biciclette. Tutto è mobilità. Perché le strade sono nient'altro che il sistema circolatorio di una città e una mobilità fluida permette di non creare ingorghi. Usare mezzi che permettono a più persone di muoversi occupando meno spazio permette al traffico di fluire. Per questo non ci dovrebbero essere distinzioni tra la cosiddetta mobilità e basta e la mobilità cosiddetta sostenibile. Iniziare a chiamare le cose con il loro nome, lo stesso nome, non risolve il problema, ma quanto meno può diminuire i fraintendimenti.