Musk a Cape Canaveral (LaPresse)

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Musk festeggia un 2020 da paperone ma prepara la fuga dalla California

Michele Masneri

L’aumento di valore in Borsa della sua Tesla l’ha reso ancora più ricco, triplicando il suo patrimonio: ora supera i 130 miliardi di dollari. Tutti si lamentano dei costi della Silicon Valley, ma non se ne vanno. Lui lo farà, trasferendo in Texas molte attività. Il botta e risposta con Jeff Bezos che ha comprato una compagnia di taxi senza conducente

Certo, la sua ultima astronave si è schiantata qualche giorno fa, ma tutto sommato il 2020, terribile per molti, per Elon Musk è stato un anno mica male. Il quarantanovenne fondatore di Tesla è ormai stabile tra il secondo e il terzo posto degli uomini più ricchi del mondo, dietro Jeff Bezos. L’aumento di valore di Borsa della sua Tesla l’ha reso infatti ancora più ricco, fino a oltre 130 miliardi di dollari, triplicati rispetto all’anno scorso (è uno dei grandi beneficiati di questo anno pandemico). Le sue azioni sono aumentate di sette volte da quando Tesla è stata cooptata nell’indice S&P 500 delle principali società americane: il suo valore di mercato arriva così vicino a 500 miliardi di dollari. E siccome tre quarti del patrimonio muskiano è fatto di azioni Tesla, ecco una prima conseguenza: Musk, visionario sì ma non fesso, ha annunciato intanto, come prima cosa, che sposterà la residenza.

  

Non a Montecarlo o alle Cayman, ma nel più pratico Texas. Anche in questo è un pioniere: parte della narrazione sulla Silicon Valley consiste da sempre nel lamento sulla Silicon Valley: prezzi troppo cari, dipendenti introvabili, traffico esorbitante, e soprattutto tasse e regolamentazione. Per uno iper-libertario come Musk, seguace dei crismi di Ayn Rand, la scrittrice-guru che teorizzava un mondo di talentuosi superuomini sgombro di inutili rotture statali, è chiaro che la California è diventata stretta.

  

Tutti si lamentano da sempre, ma nessuno se ne andava veramente: difficile trovare altrove quel mistone di talenti-università-fondi di investimento, e tradizionale sentimento di possibilità che incoraggia tutti a giocarsi una chance qui dove, dopo tutto, nacque la corsa all’oro. Invece Musk l’ha detto e lo farà. Ha annunciato infatti che trasferirà alcune delle sue attività nel confinante Texas, ed è uno schiaffo alla California degli innovatori-fricchettoni, sognatori e capitalisti che qui creano e fondano e pagano le decime. Si trasferirà dunque nello stato dei petrolieri, nel “Lone star” state, ecosistema un po’ più cafone e meno blasonato, ma che negli ultimi anni si sta imponendo come unica reale alternativa alla Silicon Valley troppo cara e regolamentata (anche la Apple ha un grande centro ad Austin, capitale anche di stile di vita, con musei e scena culinaria non secondarie.

 

Recentemente Oracle e HP Enterprise si sono pure spostate). Musk dirà addio così all’aristocratica California ma pure al 13,3 per cento di imposta sul reddito: avrà deciso d’essere forse abbastanza adulto per abbandonare il romanticismo e trasferirsi nello stato magari meno cool ma che non si mangia un quarto del reddito personale e soprattutto del capital gain (proprio mentre quest’anno sono maturate le sue clamorose stock option Tesla). “Non saremo il posto più economico del mondo, ma siamo il migliore per le imprese”, ha risposto un po’ piccato il governatore californiano Gavin Newsom, erede della famiglia che storicamente amministra le fortune di casa Getty, dunque uno familiare con i denari e coi plutocrati.

   

A consolare la California e la Silicon Valley c’è comunque stato il collocamento di Airbnb, una delle startup più identitarie della Valle, che contro molte previsioni ha fatto il botto in Borsa, e rimane saldamente nella Bay Area dopo un anno molto preoccupante per il Covid. Anche la gestione della pandemia – lockdown e zona rossa a San Francisco - non hanno convinto Musk, che anche in questo è più incline agli spiriti animali dell’America selvatica. Una ragione in più.

 

Tesla rimarrà comunque in California (sarebbe assurdo spostare gli stabilimenti) mentre in Texas andrà oltre al portafogli anche l’altro “braccio” di Musk, quello spaziale, quello con cui progetta di andare su Marte. A Boca Chica, località sperduta al confine sud col Messico, da quasi dieci anni Musk sta ammassando terreni per costituire il più grande centro spaziale privato del mondo: da qui effettua i suoi lanci più importanti, dopo aver affittato Cape Canaveral e il Kennedy Center in Florida. Ma l’uomo che andrà su un altro pianeta, ha assicurato, partirà proprio dal Texas; i lanci si susseguono, gli imprevisti pure: l’ultimo, ai primi di dicembre, ha visto schiantarsi la nuova astronave muskiana, quella nuovissima del tipo Starship, modelli sempre più grossi e complicati. Ma è normale, ha detto Musk, si va avanti per tentativi.

   

A questo punto, oltre a Marte e il fisco, l’unico che finora è riuscito a frenare l’ambizione muskiana è Jeff Bezos, il boss di Amazon che ancora domina le classifiche mondiali dei plutocrati. Adesso pure lui però si è messo in testa di fare i viaggi spaziali. I due si detestano, oltre a spartirsi gli imperi stellari. Bezos punta infatti, più realisticamente, sulla Luna. “Vai prima sul monte Everest a vedere se ti piace, perché è un paradiso rispetto a Marte”, gli ha detto.

  

Musk, che è più giovane di sette anni, lo tratta da vecchio trombone, e gli ha risposto che Amazon è un monopolio che andrebbe smantellato, con un colpo basso. E poi ancora gli ha dato del copione, quando il fondatore di Amazon ha annunciato di aver comprato per un miliardo di dollari la startup Zoox, che progetta taxi senza conducente. E non si sa se Bezos sia entrato nel settore dei trasporti solo per dare fastidio al rivale di sempre, oppure perché ci punta davvero (magari per trasportare meglio le sue merci).

  

Certo, anche questo business è tentato dall’espatriare in Texas, con meno regole e molti produttori che già si sono spostati per sperimentare le loro auto senza conducente. Il risultato, paradossalmente, è che se questa tendenza proseguirà, la Silicon Valley svuotata di imprese e talenti (e gettito fiscale), con gli affitti già crollati del 25 per cento dall’inizio del Covid, probabilmente diventerà nuovamente attrattiva e interessante anche per chi non ci avrebbe mai pensato.

 

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  • Michele Masneri
  • Michele Masneri è nato a Brescia e vive prevalentemente a Roma. Scrive di cultura, design e altro sul Foglio. Ha  pubblicato con Adelphi “Steve Jobs non abita più qui”, una raccolta di reportage dalla California, durante la prima elezione di Trump, mentre presto uscirà il suo saggio su Arbasino, “Stile Alberto” per Quodlibet.