Bobi Bazlen, primula rossa della letteratura

Leggeva e fumava. L’incontro con Montale, le lettere, la macchina da scrivere, l’idea dell’Adelphi. Una biografia

2 Ottobre 2017 alle 13:32

Bobi Bazlen,  primula rossa della letteratura

La copertina del libro "Bobo Bazlen. L'ombra di Trieste", di Cristina Battocletti (La nave di Teseo)

Per trovarlo bisognava andare a cercarlo sotto la pergola di qualche osteria dalle parti di Olevano Romano. Ed è da quelle parti che partivano, scritte nella pace dei sottofrasche, lettere per un’amica sua che sollecitava sempre notizie e passabilmente un’“epistola ottocentesca”. Alla tua “lettera depressa” rispondeva: “… sono arrivato a casa sfinito, e mi sono messo a coucher avec due compresse di Optalidon…”. Curiosamente consolatoria la notizia che Roberto Bazlen, nel frattempo, avesse conosciuto “una discendente non proprio diretta, ma poco meno, di Hölderlin…”. In sovrappiù, pronto ad aiutare la sua corrispondente nelle traduzioni “… mandami pure la lista delle parole contro cui stai per naufragare…”.

   

"Ragionavano di Henry James, di Virginia Woolf, di Proust. Erano un'aristocrazia e assaporavano il gusto dell'occasione"

La destinataria delle lettere, Lucia Rodocanachi, era d’origine triestina. A modo suo uno dei fantasmi della città natale di Bazlen. Donna sofisticata e colta, in grado di cogliere i grovigli esistenziali e le allusioni del suo nevrotico corrispondente. Lei viveva in Liguria, ad Arenzano. Vi era approdata quando la sua famiglia, attorno al 1915, aveva abbandonato Trieste. Furibonda di letteratura, era riuscita, nell’incrocio delle amicizie a trasformare la propria casa nell’approdo dei letterati del tempo. “Il sole brillava sulla tovaglia e sui cristalli in casa della signora Lucia Rodocanachi dove i poeti si radunavano… Dopo pranzo, davanti al caminetto acceso, ragionavano di Henry James, di Virginia Woolf, di Proust, di Gide, di Joyce. Erano un’aristocrazia, se ne rendevano conto e assaporavano il gusto dell’occasione”. Su quel remoto palcoscenico ch’era la casa di Lucia Rodocanachi in Riviera, i mattatori si chiamavano Montale, Sbarbaro, Gadda, Bo, Grande, Barile, Ferrata, Furst, Vittorini… e ovviamente il più scapposo di tutti, Roberto Bazlen, l’autentica primula rossa della letteratura del Novecento italiano.

Lucia, gran lettrice e conoscitrice delle lingue, si trasfigurò quasi naturalmente in una disponibile “consulente” e traduttrice per “conto terzi”, passabilmente malpagata dai suoi “committenti”, gli amici che frequentavano la sua casa… che le affidavano traduzioni e che ovviamente firmavano, come eseguite da loro, le più che splendide versioni della soprannominata “négresse inconnue”. Erano, per i letterati, i magri anni Trenta e tutti cercavano di guadagnare arrangiandosi. Soltanto Montale, anch’egli implicato nell’affaire, con qualche “senso di colpa”, tentò una specie di giustificazione: “S’intende che di maggior compenso dovresti beneficiare anche tu, négresse inconnue”. Gratificandola anche con una “poesiola”: “Addio addio crudele, / ti ho dato troppo spago, / se manchi non ti pago, / volgo altrove le vele. / Lascia i pesci in barile [Angelo Barile] / e Camillo al rabarbaro [Camillo Sbarbaro], / per me ha tanto di barba / questo mestiere vile / ma solo traduzioni / mi chiedono i coglioni!”.

Scanzonato della vita. Scrittore senza libri, consigliava quelli da pubblicare, come "L'uomo senza qualità" e altri per lettori esclusivi

L’errabondo Bazlen era colui al quale Lucia si rivolgeva per gli “inciampi” nel tedesco. Lui le rispondeva con lettere coniugate tra noia e isteria. L’impressione è che la tenesse sulla corda, con un senso di soffusa perfidia. E poi, all’ennesimo sollecito, finalmente le scriveva: “… del resto Olevano non è minimamente impegnata di Kulturgeschichte [storia], e in queste più di due settimane che sono qui mi sono ricordato forse una volta, o due, che a suo tempo dei pittori mediocri vivevano da queste parti una vita bohémienne egualmente mediocre. E il paesaggio, benché molto bello, è per me già da parecchi anni molto vita quotidiana, e non rievoca spettri, e visioni bassamente nostalgiche. Del resto, vivo tutto il giorno, quasi senza muovermi in un angolo di vecchio giardino un po’ trascurato… scrivendo e pensando ai fatti miei… sono completamente fuori del mondo, lavoro ininterrottamente dalla mattina alla sera… passo tutta la giornata sotto gli stessi alberi, e credo che, per capir qualcosa bisognerebbe passare molti anni sempre sotto gli stessi alberi, forse tutta la seconda metà della vita…”.

  

I pittori “mediocri” cui fa cenno Bazlen sono quel gruppo di artisti viandanti del primo Ottocento conosciuti come i “nazareni” i cui soggetti traevano dai personaggi prediletti della poesia romantica: la coppia di innamorati, i pellegrini…

Quando Lucia Rodocanachi e Roberto Bazlen, originari entrambi di Trieste si conobbero, lui si era preoccupato di informarla: “Dunque… però bada che non vivo a Trieste dal ’34 e che non vi ho più messo piede dal ’37, e non posso raccontarti che storie molto vecchie: sono nato nel 1902, sedici anni di Austria, poi la redenzione, e poi, fino al ’34 altri sedici anni d’Italia – più tardi mi hanno liberato ancora una volta, ma con la vecchia città giuliana non c’entro più…”.

Tra noia e isteria le risposte a Lucia Rodocanachi. "Lavoro dal mattino alla sera… passo la giornata sotto gli stessi alberi"

Questa curiosa signora degli anni Trenta tirava le fila di quella che al tempo si poteva chiamare una società per delinquere. Quella accolita di tipi che costituivano la “repubblica delle lettere” nel cui ambito maturavano le più superbe perfidie e le malignità più efferate. E i più solenni propalatori dei grevi potins erano, manco a dirlo, gente come Montale, Sbarbaro, Gadda, Vittorini e ovviamente il sommo Bazlen che diffondeva “calembour”: “… la gianna [Manzini] hélas resta il più grande scrittore contemporaneo e per lei ho creato il concetto di catafalqui [Falqui] cui si puo aggiungere l’ariana [Adriana] pincherle… Dato che ti hanno fatto piacere (ma non diffonderli a mia nome)… eccone altri: Guttuso: Guttus Lautrec ovvero Il Picasso della contezza… Sinisgatto e i Pennerasti… io mangio con i secondi, anzi, di penna sono molto amico…”.

   

E ancora: “… poche parole – ma caffè greco, poca luce e occhi stanchi – e unicamente per non chiudere la valvola – in via Margutta [dove Bazlen abitava] non succede nulla, o almeno non me ne accorgo – esco, di mattina, verso le nove, rientro all’ora di pranzo per prendere la posta e dormire mezz’ora – e una seconda volta, a notte tarda, dopo molto Chianti bevuto da solo, e mi addormento immediatamente per farmi svegliare, con le ossa rotte, la mattina dopo, alle 8. Scrivimi lettere – risponderò cartoline…”.

   

Ma chi era, in realtà, questo strano coltissimo triestino che è passato nella cultura letteraria del Novecento come una vera e propria imprendibile Primula Rossa? Di lui si chiacchiera. Si crede di saper tutto e in realtà non si sa nulla. Un uomo il cui mito fantasmatico è arrivato fin ai nostri dì.

  

Era nato a Trieste 10 giugno 1902. Morì a Milano il 27 luglio 1965. Prima d’altre città dove si sarebbe stabilito – Roma soprattutto – da giovane era stato “spedito” a Genova da uno zio, Ignazio Hirsch, sensale di caffè, raccomandatosi nel capoluogo ligure ad amici greci affinché trovassero una sistemazione all’iperbolico nipote. Fu così che Bobi divenne apprendista d’ufficio alla Atlantic Refining Company di Alessandro Maria Psyllas, con sede a1 numero 42 della centralissima via XX Settembre. Quell’impiego fu per Bazlen il “primo molto fallito esperimento di vita pratica”. Intanto perché, al di là di leggere in tre lingue (il tedesco primario) e di scrivere qualche segreta poesia – “El mio Bobi scrive poesie? Ma la me conti, ma la me conti…”, arrossì la meravigliata madre quando lo apprese – non sapeva fare nulla. Nemmeno un po’ di elementare dattilografia. Vi si dedicò con la caparbietà dei neofiti disinteressati. E lasciò un bel numero di fogli. Producendo uno dei più abbaglianti documenti di scrittura automatica intrecciato di corruschi eventi. Sarà pubblicato molti anni dopo sotto il titolo La lotta con la macchina da scrivere che, al di là di panegirici postumi, è l’autentica autobiografia di un uomo e di un mondo letterario ai suoi esordi. “… a lungo ho vissuto a Genova, e mi sono annoiato e ho letto, e non ho saputo niente della vita genovese… Di belle donne venni a sapere, di grandi storie di perversione, e della vita che nulla aveva a che fare con quella spelonca da morti dove ero vissuto in cui io il Bobi perdevo il tempo con gli intellettuali.”

   

Per Montale fu lo specchio in cui riflettere angosce e sarcasmi. E lui al poeta cambiò i connotati ribattezzandolo Eusebio

Era il 1923. “Quando venne a trovarmi – ricorderà Montale – mi parlò di Svevo, mi fece conoscere molte pagine di Kafka, di Musil e di Altenberg…”. Si incontrarono in un caffè nei pressi del teatro Carlo Felice. Bazlen per l’imbronciato Montale fu la finestra spalancata sul mondo. Era l’attesa controfigura, lo specchio in cui riflettere angosce e incomprensioni, ironie celate, sarcasmi occultati. Montale un giovane scontroso, chiuso in sé. Bazlen arioso, l’accento aperto, il suo nerume esistenziale tendente al luminoso. Era il tempo in cui Montale stava sperimentando i versi che sarebbero diventati Ossi di seppia. Bazlen, incitandolo, suggeriva temi su cui scrivere poesie. A Eugenio Montale cambiò i connotati ribattezzandolo Eusebio. Il giovane uomo triestino aveva cercato di persuadere il poeta genovese, che forse non sapeva neppure di esserlo, a comporre versi su Eusebio, personaggio di Schumann. L’Eusebio di Schumann, proposto da Bazlen per la poesia, ha una personalità sorprendentemente rassomigliante a quella di Montale: vive la bizzarra dilatazione delle immagini, ama l’aforisma, è drastico, ironico. Per il resto della vita Eugenio divenne Eusebio. Bobi inoltre fu anche levatrice dei versi di Dora Markus. Aveva spedito allo scontroso autore degli Ossi di seppia la fotografia di un par di femminili gambe: “Perché non ci scrivi sopra una poesia?”.

  

L’interesse di Bazlen per l’opera di Montale è cosi vivace che nello scartafaccio, risultato degli esperimenti compiuti a Genova nell’ufficio di Psyllas, si trovano versi degli Ossi di seppia, allora ancora inediti. L’apprendistato dattilografico battuto in varie lingue – e in dialetto triestino – sollecita una curiosità morbosa che sconcerta: è ingolfato di microcitazioni sulla vita e la letteratura del tempo. Giochi del quotidiano? Anche. Sono pagine irraccontabili: il solo vederle produce turbini e accadimenti: “Scrivo ancora cinque minuti fino a che mia mamma / mi prepara la merenda la merenda la merenda e credo che bisognerrebbe / scrivere scrivere scrivere scrivere la stessa parola molte volte di seguito / di seguito di seguito di seguito di seguito e così si / imparerebbe più presto a scrivere velocemente velocemente velocement ma cosa volete la vita è molto complessa ed é /fatta così. Come? Così…”.

   

Assieme a un coacerco di “testimonianze rivisitate” queste sono alcune tessere che reggono un curioso gioco dell’oca, tale sembr’essere una recente biografia (Cristina Battocletti, Bobi Bazlen, L’ombra di Trieste, Ed. La nave di Teseo, 336 pp., 19 euro) che vorrebbe consentirci la confidenza con il celebrabile Bobi, qual tentativo ulteriore di svelamento di un irrisolto fantasma della letteratura italiana del Novecento. Il libro slavina in corrispondenze inedite, a onore dei soliti scoop, dove i pettegolezzi ça va sans dire si sciolgono nel mito. Tutto a onore di quel rompicapo esistenziale che fu Roberto Bazlen, di cui, quale memoria, rimane un’invitta fascinazione.

  

Epistolografo ganzo – lettere erudite e gaglioffe fitte di garbugli e tripli salti mortali – carteggiava a briglia sciolta con letterati del suo tempo: Umberto Saba, Italo Svevo, Pier Antonio Quarantotti Gambini, Stelio Mattioni… e con madamine in foia di letteratura: Gerti Frankl, maliziosa “maghetta” triestina – per “la cronaca” quella del Carnevale di Montale – e poi Anita Pittoni, Franca Malabotta, Linuccia Saba, Ljuba Blumenthal… gratificate dall’attenzione di uno scanzonato della vita.

   

E ve ne sarebbero da dire attorno all’ennesima biografia che tenta lo svelamento di uno scrittore senza libri. Di sé, Bazlen ha lasciato rare tracce. Postume: Note senza testo, Lettere editoriali e un morceau di romanzo Il capitano di lungo corso. Per chi poi fosse intrigato, era uno che aveva letto tutti i libri del mondo. Leggeva e fumava. Questa la sua vita. Faceva il consulente editoriale. Consigliava libri da pubblicare. Senza di lui chissà quando avremmo scoperto L’uomo senza qualità di Musil di cui sollecitò la traduzione in italiano: “… come valore assoluto rimane una della faccende più grosse tra i grandi esperimenti di narrativa non conformista…”.

   

Nei suoi taccuini inventò probabilmente la casa editrice Adelphi (resa concreta da Luciano Foà e poi da Roberto Calasso) concependo idealmente la Biblioteca, una collana di libri unici per lettori esclusivi: Kubin, L’altra parte; Gosse, Padre e figlio; Potocki, Manoscritto trovato a Saragozza; Artaud, Al paese dei Tarahumara; Abbott, Flatandia; Groddeck, Il libro dell’Es, Shiel, La nube purpurea

   

E passando “di sbornia in sbornia” facendo l’elogio dei vini forti dei colli di Albano… inviava epistole con il suo stato d’animo: “Scrivendo da un bancone dove sto per appisolarmi… vivere cancellando… mi rimetto ad essere infelice…”.

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