Riusciranno Xi e Trump a fermare il bandito con l'atomica?

Washington e Pechino si sono già divisi il copione: Donald fa il poliziotto cattivo, il presidente cinese il poliziotto buono. Il problema Kim Jon-un esiste ma nessuno, per ora, sa cosa fare
12 APR 17
Ultimo aggiornamento: 18:10 | 23 AGO 20
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San Zeno
Occidentali’s Konsip. La lettura dei giornali stamattina è interessante per un solo motivo: dalla rotativa è schizzata fuori la mappa della faida italiana. Non è una questione di giornalismo, scrittura e impaginazione, ma di assetto di potere. Siamo sempre il paese dei guelfi e dei ghibellini, l’aggiornamento dell’antico codice non ha condotto a miglioramenti del programma originale. La versione reloaded del virus è sempre più piena di bachi, è ancora lo scintillìo del corto-circuito mai riparato tra politica-magistratura-informazione, la colonna sonora è quella di Occidentali’s Konsip.
L’inchiesta Consip è il chiodo al quale appendere il quadro della battaglia. Ecco i protagonisti sul campo:
L’inchiesta è finita? No, ma i suoi pilastri vacillano o almeno così sembra. Che fare? In un paese normale ci sarebbe da attendere che la giustizia faccia il suo corso, ma siamo in Italia e quel che conta è l’attimo inquirente incolonnato e impaginato dai media: la comunicazione è potere, il potere è comunicazione.
Geopolitica del caso Consip. La comunicazione, dicevamo. E’ per questo che una rapida occhiata alle prime pagine offre una visione completa del campo di battaglia. Primo caffè e Corriere della Sera suggeriscono una prima nota sul taccuino: in via Solferino pensano che Renzi sia vittima di un complotto, o poco ci manca. Apertura: “Inchiesta Consip. Ora si indaga su altri depistaggi”. Il titolo dà per certo che si tratti di un depistaggio. Repubblica mostra più aplomb e anche meno interesse a giudicare dallo spazio tipografico dedicato al tema, apertura ma a una colonna e mezza: “Consip, procure verso lo scontro sui falsi del capitano”. La Stampa liquida il caso in uno strillo: “I sospetti del Pd: una regia per manipolare l’indagine”. Aggiungiamo alla mazzetta di giornali renziani a geometria variabile anche Il Messaggero: “Consip, alta tensione tra procure”. E i nemici? Qui le cose si complicano perché la balcanizzazione geopolitica del fu centrodestra si riflette anche sui quotidiani. Il Giornale è in versione garantista e pro-Renzi più dei turbo-renziani, al punto che produce un interessante (sul piano politico) titolo d’apertura: “Sospetto dei renziani. Papà Renzi incastrato dal clan di Napolitano”. Siamo in clima cospiratorio e le primarie del Pd sono un agguato nel buio? Ci vorrebbe la palla di cristallo o un’intercettazione all’italiana. In ogni caso, il tema c’è e la redazione romana del Giornale ha ottimi cronisti. Restiamo sempre a destra, ma con un rovesciamento del copione, questo è il titolo de La Verità: “Babbo Renzi, la verità sul complotto”. Ripetizione di testata a parte, siamo sulla sponda opposta: l’inchiesta non si è spiaggiata, va avanti e “gli indizi che portano a lui sono parecchi”. Lui è Tiziano. La Verità va in rima baciata con Il Fatto che fa questo titolo: “Woodcock conferma fiducia al Noe. E Roma tira dritto su Consip”. Il treno investigativo fa ancora ciuf ciuf anche se ha perso qualche vagone. Altro giro su rotaia, altra corsa a destra e altro punto a favore di Renzi sul titolo di Libero: “Il magistrato che tremare il mondo fa”. Sintesi: la difesa più efficace di Renzi la fanno i giornali del nemico o presunto tale. E’ un mondo alla rovescia? No, sotto e sopra c’è un riassetto del sistema di potere in Italia: il Pd non sembra poter vincere, un governo di larghe intese è possibile, i Cinque Stelle primo partito sono qualcosa di più di un calcolo virtuale, il centrodestra unito non c’è e i cosiddetti poteri forti sono talmente deboli da non essere neppure intercettati dal contatore geiger. Cosa succederà? Nessuno può dirlo, lo scenario è da sabbie mobili e anche stando fermi su quel terreno si rischia di affondare. Lasciamo la palude, andiamo dove piovono missili.
Xi fa una telefonata a Trump. Qualche giorno dopo il vertice alla Casa Bianca, il presidente cinese Xi Jinping ha chiamato Donald Trump per coordinare le iniziative contro la Corea del Nord. La Bomba dello svitato dell’Asia è un problema urgente ma nessuno sa per ora che fare. L’invio della portaerei al largo delle coste coreane ha convinto Pechino a agire. Secondo l’agenzia di stampa sudcoreana Yonhap, il presidente Xi ha chiesto a Trump di seguire la via di un accordo di pace. Con Kim Jong-un la pace? Difficile fare patti con chi rompe i piatti lanciando missili sul mar del Giappone. Insomma, quello di Xi per ora è un invito a frenare lo show of force del Pentagono. Il presidente americano in un messaggio su Twitter ieri ha detto che la Corea del Nord è in cerca di guai. Tra Washington e Pechino si sono già divisi il copione: Trump fa il poliziotto cattivo, Xi il poliziotto buono. Il problema è il seguente: riusciranno a fermare il bandito con l’atomica?
La cassa americana? Offshore. Milleseicento miliardi di dollari. Le cinquanta principali imprese americane custodiscono all’estero questo gruzzoletto per pagare meno tasse negli Stati Uniti. Oxfam ha aggiornato il suo report alla vigilia della riunione annuale di Fondo Monetario Internazionale e Banca mondiale. Chi guida la classifica? I soliti noti: Apple con 200 miliardi di dollari offshore, il gruppo farmaceutico Pfizer con 193,6 miliardi e Microsoft con 124 miliardi. Conseguenze inattese del report di Oxfam: Trump sul tema ha ragione.
12 aprile. Nel 1945 Harry S. Truman comincia il suo mandato come 33° presidente degli Stati Uniti. Sarà sua la drammatica decisione di sganciare due bombe atomiche sul Giappone il 6 e il 9 agosto del 1945 sulle città di Hiroshima e Nagasaki.
L'allora principessa Elisabetta e il presidente Harry Truman a Washington nel 1951