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Crimi farà rimpiangere Di Maio ma come comico è al livello di Grillo

25 Gennaio 2020 alle 06:01

Al direttore - Pensierino sul voto di domenica: “Un imprevisto è la sola speranza” (Eugenio Montale).

Michele Magno

 


  

Al direttore - Vito Crimi ha detto che “da capo politico ho tutti i poteri previsti dallo statuto”. Ma lei se lo immagina un vertice di governo con Crimi, Zingaretti e Conte?

Marco Maurini

 

Crimi, dal punto di vista politico, potrebbe persino farci rimpiangere Di Maio ma certamente, dal punto di vista comico, non farà rimpiangere Beppe Grillo. Ieri, intervistato dal Corriere della Sera, Crimi ha detto che il suo partito non è mai stato contro l’Europa. Affermazione straordinaria, considerando che nel 2015 fu proprio Crimi a consegnare al Senato 200 mila firme per organizzare un referendum per l’uscita dall’euro. Puro cabaret.

  


 

Al direttore - Si indigna e protesta l’Associazione parenti vittime di incidenti stradali perché il cantante Michele Bravi patteggia 18 mesi per omicidio stradale. La stessa Associazione era stata silente su un’altra vicenda sempre a Milano, assieme ai giornaloni che non avevano dato neanche la notizia del patteggiamento a nove mesi di Alice Nobili per omicidio colposo del medico Luca Voltorin, senza neanche essere sottoposta all’alcol test. La ragazza, come già raccontato da molti giornali, è figlia di due pezzi da novanta della procura Alberto Nobili e Ilda Boccassini (nel frattempo andata in pensione). Insomma hanno tutti paura della casta togata.

Frank Cimini

 


 

Al direttore - Ritengo il taglio dei parlamentari (enfatizzato con la ridicola manifestazione della grande forbice sulle poltrone promossa dell’ex gerarca maggiore) il prodotto dell’ignoranza e dissennatezza istituzionale e politica. Perché non è inquadrato in alcuna riforma costituzionale che dia maggiore efficacia al sistema, perché è motivato da demagogia antiparlamentare e perché avrà l’inevitabile effetto di aumentare il potere di capi e capetti nel candidare gli eligendi nei posti giusti, ostacolando ancor più la libera scelta degli elettori. Ciò detto, valuto che il referendum confermativo, ora approvato dalla Cassazione, si risolverà in un altro colpo alla democrazia liberale in quanto legittimerà con il voto popolare (per i sondaggi nettamente pro taglio) il populismo pentastellato a cui si è accodato l’indifferente Pd. Quando le trombette M5s grideranno al successo, la Fondazione Einaudi si accorgerà che l’effetto del voto popolare sarà l’opposto di ciò che oggi dichiara, cioè l’esaltazione del “modello di democrazia parlamentare di matrice liberale contrapposto alla democrazia diretta di stampo populista”. I parlamentari che hanno firmato la richiesta dopo avere votato contro, capiranno il boomerang che hanno messo in moto. E quei deputati che hanno pensato di salvarsi l’anima con l’arzigogolo di firmare per la richiesta referendaria dopo avere votato per il taglio, si accorgeranno del doppio errore che hanno compiuto. I politici di buona volontà e gli acefali zeloti referendari che si propongono di maneggiare uno strumento così complesso come il referendum, dovrebbero prevedere in anticipo che cosa l’iniziativa significa e dove può portare (Renzi insegna). Un saluto.

Massimo Teodori

 

Il taglio del numero dei parlamentari, lo abbiamo scritto molte volte, non ha nulla di scandaloso e semmai ciò che risulta difficile da capire è vedere che chi ha votato a favore del taglio dei parlamentari ha raccolto le firme per chiedere il referendum per tagliare la stessa riforma votata in Parlamento. Detto questo, da lunedì tornerà d’attualità un tema a cui nessun leghista sembra voler rispondere in questi giorni: ma la Lega al referendum come voterà? E resisterà alla tentazione di trasformare quel voto in una spallata contro il governo? Chissà.

 


 

Al direttore - Condivido pienamente le osservazioni contenute in un “editorialino” del Foglio del 24 gennaio riguardanti la eventuale rivisitazione delle cartolarizzazioni per applicarle ai beni del Demanio. Ricordo che il primo progetto in materia di sistemazione dei beni dello stato fu redatto, con la sapienza giuridica che tutti gli riconoscono e che non ha pari in alcune delle designazioni alle quali si starebbe accingendo il governo per i vertici delle Agenzie fiscali, da Giuseppe Guarino. L’eminente giurista che fu pure ministro e trovò per questo progetto una forte reazione da parte di ambienti politici, economici e finanziari non certo interessati al “bonum commune”, interpellato molti anni dopo, sostenne che erano venute meno le condizioni alla base del piano per cui esso appariva non più attuale. L’ultima cosa alla quale si dovrebbe essere ora disposti è un esercizio di acrobazia o di ingegneria finanziaria che illusoriamente prometta sorti magnifiche e progressive per i beni pubblici, magari presentando l’operazione come la via decisiva per affrontare il problema del debito pubblico. Ciò anche perché riaprire il libro delle cartolarizzazioni da parte di un governo che si spera si impegni in una seria riforma fiscale, non della sola Irpef, significherebbe dare un segnale di voler rimanere ancora in superficie, senza affrontare le questioni di struttura e un programma organico per la riduzione del debito in una con l’impulso alla crescita. Potrebbe rassicurare, tuttavia, che un piano di cartolarizzazioni, previo conferimento del patrimonio pubblico a una società veicolo, non è affatto materia delle Agenzie fiscali, essendo, invece, esclusiva responsabilità del governo e, in particolare, del ministro dell’Economia. Questi saprà bene dare il giusto peso a platonici esercizi di matematica finanziaria. Con i più cordiali saluti.

Angelo De Mattia

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Commenti all'articolo

  • Andrew

    Andrew

    25 Gennaio 2020 - 14:05

    La vicenda ricorda quella del milite Primo Arcovazzi interpretato da Ugo Tognazzi nel film di Luciano Salce in cui si narra la fede indefettibile di un fascista che deve trasferire in prigione il professore antifascista Erminio Bonafé e che al termine della sua impresa ottiene dallo stesso prigioniero l’invito a conseguire il suo sogno e ad indossare la divisa da federale. Peccato che tutto avviene nel momento esatto della caduta del fascismo e che al milite fedelissimo tocchi in sorte di fuggire lacero e confuso per non essere linciato dalla folla imbufalita. Purtroppo Salce e Tognazzi non ci sono più. Avrebbero fatto un film-capolavoro su Vito Crimi, divenuto capo politico del Movimento Cinque Stelle alla vigilia del disastro grillino del 26 gennaio. I gerarchi minori finiscono tutti nello stesso modo!

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