Cosa serve a un paese per essere credibile? Antitrust e tecnologia: una strada

Al direttore - In Europa ma non solo, oggi la forma di populismo che va per la maggiore è quella sovranista. Che però, come Cerasa giustamente osserva, ha successo ma non sta al potere. Il miracolo, si fa per dire, è avvenuto solo nel nostro paese, grazie a un’alleanza anomala e post-elettorale con un’altra forma di populismo, quella stellata, che fatichiamo a etichettare. Non ci fosse stata questa strana congiunzione, forse Salvini non sarebbe al potere, o comunque lo sarebbe ma in maniera meno estremista, per capirci. Potremmo dire quasi che siamo diventati sovranisti per caso, o a nostra insaputa. Non certo per radicata convinzione. Rebus sic stantibus, possiamo traccheggiare, come fanno i più, in attesa che la strana alleanza caschi da sola. Oppure, volessimo fare i prudenti e uno sforzo in più, potremmo tentare con impegno di costruire un’opposizione per il dopo. Chiarito dove si vuole andare. Magari tentando di separare le due teste che compongono l’attuale mente governativa, schizofrenica.

Dino Bartalesi

 

I sovranisti europei malediranno presto il giorno in cui hanno scelto di trasformare l’Italia nel simbolo di quello che i sovranisti al potere sono capaci di fare.

 

Al direttore - La voglia di ricercare vie diverse da quella maestra per affrontare i problemi del deficit e del debito produce progetti in cui ci si esercita con l’immaginazione di monete alternative o altri meccanismi, tutti facenti astrazione dell’inderogabile onerosità dei pasti, che non esistono “gratis”, e dalle vigenti norme sull’emissione di banconote. Nel migliore dei casi siamo comunque all’aspirina che curi la polmonite. Su di un piano diverso si pone invece il progetto, per ora leghista, dei Cir, i Conti individuali di risparmio, che, come il Foglio dell’11 settembre ha ben descritto, mirano a “internalizzare” il debito pubblico incentivando la sottoscrizione di titoli speciali da parte di italiani, con la prospettazione di benefici fiscali. Dal punto di vista tecnico-giuridico-finanziario, esistono problemi non secondari e non pochi chiarimenti da dare su di un tale progetto, a cominciare dalla segmentazione del mercato dei titoli pubblici e dalla questione dei pasti solo in parte gratis, in questo caso. Ma anche questa idea, ancora informale, sembra mossa dalla voglia di eludere gli impegni duri di una manovra finanziaria che deve fondarsi su misure organiche di politica economica – relativamente alla crescita, alla produttività, al lavoro e al debito – e non può trovare la soluzione in tecnicalità che semmai potranno essere una mera, non affatto determinante, aggiunta. E’ sperabile che l’opera del ministro Tria faccia capire a tutta la maggioranza, una buona volta, come si dovrà agire. Si vedrà così se la resipiscenza dimostrata con le dichiarazioni sull’osservanza delle regole europee anche da parte dei più bellicosi critici dell’Unione sia vera o solo tattica.

Angelo De Mattia

 

Prima o poi il Movimento 5 stelle e la Lega dovranno decidere che fare. Se tradire i propri elettori per non tradire l’Italia o tradire l’Italia per non tradire i propri elettori. E il fatto che ci sia bisogno di scegliere ci dà l’idea della dimensione del problema e dell’impossibilità di avere un paese capace di lavorare per accrescere la sua fiducia e la sua credibilità.

 

Al direttore - Il lungo articolo di Franco Debenedetti sul Foglio di ieri pone giustamente l’attenzione sulla urgente necessità di un dibattito per individuare le politiche antitrust più corrette, in un mondo che, dall’inizio del nuovo secolo, è profondamente cambiato per gli effetti dirompenti delle tecnologie digitali. Le argomentazioni svolte nell’articolo riguardano soprattutto, ma non solo, i colossi della tecnologia, che sono cresciuti a dismisura in questi anni, e sembrano portare a una conclusione paradossale: non è vero che oggi ci sia meno concorrenza. O, quanto meno, è giusto che, sui mercati, vincano “i migliori”, e che le aziende più innovative vengano premiate dal mercato. I vincoli imposti al mercato, sembra sostenere in pratica Debenedetti, sono potenzialmente controproducenti, perché pongono ulteriori ostacoli alle startup innovative, a tutto vantaggio dei giganti già consolidati, che hanno la forza di superare senza difficoltà eventuali vincoli regolatori. Io credo tuttavia che, al di là e prima di ogni altra considerazione, su questi temi occorra partire da una considerazione molto banale. E cioè che è indispensabile che, su alcuni servizi cruciali nella società di oggi, al consumatore sia sempre garantita la possibilità di scelta tra fornitori concorrenti. Magari non cinque, ma almeno due. Ed è del tutto evidente che, per quanto riguarda molti servizi offerti dalle cosiddette piattaforme digitali, questa possibilità oggi è estremamente ridotta e, in molti casi importanti, non esista affatto. E non necessariamente perché i servizi offerti dalle piattaforme vincenti siano necessariamente i migliori: molto è stato scritto sui meccanismi dei cosiddetti “effetti rete” che facilitano fortemente chi entra per primo in un certo mercato nel raggiungere una posizione di sostanziale monopolio, e non è possibile richiamarli in poche righe. Peraltro questi meccanismi, ancora poco noti alla fine del secolo scorso, sono stati ampiamente analizzati dagli economisti, e sono ben noti agli imprenditori digitali di successo, che hanno perfezionato i propri modelli di business proprio per avvantaggiarsene al massimo. In conclusione, una “reinvenzione” delle modalità di intervento delle autorità predisposte a tutelare la concorrenza, è non procrastinabile, e non può basarsi su metodi e concetti che risalgono a quanto fatto nel secolo scorso. Come dice Debenedetti, “nell’èra delle aziende superstar la politica antitrust deve essere ripensata”. In qual modo ciò sarà fatto, determinerà in larga misura, in ultima analisi, la qualità delle nostre democrazie.

Roberto Polillo

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