Ieri fascisti, oggi sfascisti. Ricordo del ’24, dedicato a chi vuole romanizzare i barbari

Al direttore - Spread sopra 290, un altro po’ di successi economici ed è fatta.

Giuseppe De Filippi

 

Al direttore - Macron glacé.

Gino Roca

 

Al direttore - Il proposito di “addomesticare i barbari”, di impartire loro le buone maniere e renderli presentabili in società, non è nuovo nella storia del paese. Ci provarono, dopo la Marcia su Roma del 28 ottobre 1922, anche la monarchia e parte dell’establishment liberale. Benito Mussolini (il quale si presentò al Quirinale in frac e ghette) ricevette, il 30 ottobre, l’incarico di formare un governo di coalizione, del quale facevano parte esponenti di altri partiti e nomi illustri dell’Italia di allora. Il fatto è che, nel giro di pochi anni, ad essere addomesticati furono gli addomesticatori. E i “barbari” restarono tali.

Giuliano Cazzola

Nel 1924, molti liberali italiani provarono a romanizzare i barbari fascisti entrando nelle liste di Benito Mussolini. I liberali vennero spazzati via, i fascisti governeranno per vent’anni. Ieri fascisti, oggi sfascisti. Molti auguri ai romanizzatori.

 

Al direttore - In visita a Napoli nel 1776, il marchese De Sade partecipa alle baldorie notturne della nobiltà partenopea e gusta i bei gelati offerti dal Borbone. Finché, una sera, si accorge che le coppe contenenti gli squisiti sorbetti sono legate al tavolo con lunghi spaghi, e chiede a un duca la ragione di una tale novità. “Perché Sua Maestà – gli spiega il duca – si è accorta che ai suoi cortigiani fanno gola più le coppe che i gelati, e pertanto ha preso questa precauzione”. Poi, abbassando la voce, implora: “Non lo dica in Francia, per carità”. Questo aneddoto, raccontato da Luigi Compagnone in un divertente saggio sull’indole festaiola degli italiani, ci parla dell’arguzia di un sovrano (Ferdinando I) e dell’avidità di una aristocrazia parassitaria. Due secoli e mezzo dopo, cambia la scena sociale ma gli attori sono gli stessi. Sono appunto gli italiani, che non hanno mai smesso di pensare al loro paese come a un paese un po’ ribaldo e un po’ innocente, in cui il ricorso diffuso a metodi illegali non è mai stato visto come un morbo, una patologia, ma come l’espressione di un congenito spirito d’iniziativa, di creativa vitalità. Ha scritto Cesare Garboli che l’inguaribile malcontento del nostro popolo nasce da una ancestrale diffidenza verso lo stato, sentito non come una federazione di cittadini ma come una realtà punitiva, estranea e usurpatrice. Salvini, questo è stato forse il suo vero capolavoro politico, ha cavalcato abilmente questo sentimento puntando le armi del nostro atavico qualunquismo contro un nuovo nemico, l’Europa matrigna e le dissolute élite globaliste. In questo senso, Guglielmo Giannini è l’antenato più diretto dei populisti domestici oggi al potere. Nel 1947 il fondatore dell’Uomo qualunque cercò un’intesa col Pci per rovesciare il governo De Gasperi. Si trovò di fronte non soltanto al diniego di Palmiro Togliatti, ma alla vivace reazione dei suoi elettori, i quali gli ricordarono che il movimento era sorto proprio per combattere “l’arrivismo spudorato dei  mestieranti della politica”. Il 18 aprile del 1948 Giannini veniva clamorosamente battuto e scompariva dalla ribalta nazionale. I cocciuti dirigenti del Pd che ancora non hanno abbandonato la speranza di “romanizzare i barbari” farebbero bene a non dimenticarlo.

Michele Magno

 

Al direttore - E’ condivisibile il suo editoriale del 31 agosto sulla necessità di non lasciare allo spread e alle agenzie di rating l’opposizione al governo, potendosi già ora fare leva su di un decalogo di inaffidabilità ben descritto. Al di là delle critiche che si muovono a tali agenzie, soprattutto per la inadeguatezza della loro regolamentazione e controllo, questa volta si deve osservare che sembra si stia facendo del tutto perché queste insufficienze passino in secondo piano, sopravanzate dalla negativa e contraddittoria azione dell’esecutivo. Detto ciò, rilevati gli spazi per l’opposizione, ci si deve chiedere se essa “batta un colpo” finalmente. Avere buone ragioni per opporsi e per proporre linee alternative e non farlo, permanendo in una condizione di atarassia se non di catatonico smarrimento, è doppiamente colpevole. Alla fine, di questo passo, non resterà che sperare in Giovanni Tria, nella sua linea di politica economica e di finanza pubblica ragionevole ed equilibrata, frutto anche di una cultura che – se si escludono Paolo Savona ed Enzo Moavero Milanesi – sembra merce rara nell’esecutivo. Ma ci si può limitare soltanto a una differenziazione all’interno dell’esecutivo? Non si accresce, in tal modo, l’onere perché finalmente l’opposizione, a livello politico e sociale, faccia il proprio mestiere fino in fondo?

Angelo De Mattia

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