L’onda populista e i Duciotti. Il re è nudo, bisogna solo avere il coraggio di vederlo

Al direttore - Duciotti.

Giuseppe De Filippi

  

E le Forze Amate.


  

Al direttore - L’onda populista che si è allungata possente sull’Europa e sull’intero mondo occidentale ha investito anche la nostra società, travolgendone i pur modesti caratteri democratici. Quest’onda ha tuttavia assunto nel nostro paese un tratto originale che la rende particolarmente insidiosa. Quella che il professore Ilvo Diamanti ha chiamato la “disintermediazione”, ovvero la polverizzazione dei corpi intermedi e la desertificazione degli spazi che tali formazioni un tempo positivamente occupavano, attuata in maniera scientifica oramai da tempo, è infatti un elemento che ha dotato la spinta populistica di una efficacia a dir poco fatale. Non sono infatti tanto lo stimolo emotivo e l’uso disinvolto delle pulsioni (in fondo la politica ne ha spesso fatto uso anche in passato), quanto proprio l’assenza di categorie intermedie, fatte anche di ideologie, di cultura, di informazione, di pensiero intellettuale, di pubbliche opinioni, di storia e di memoria, oltre che di partiti e sindacati, che possano interporsi fra il politico e il cittadino, a caratterizzare questa nuova forma di “populocrazia”. L’immediatezza del rapporto del singolo con la politica, è dunque una cosa diversa da quella rapidità che pure caratterizza questa nuova forma di populismo, e che Massimo Gramellini ha chiamato “dittatura dell’istante”, proprio perché quello di “im-mediatezza” non è solo un concetto di ordine cronologico, ma descrive al tempo stesso proprio quella temibile “mancanza di mediazioni” che costituisce l’aspetto critico di questo nuovo contesto. E’ infatti proprio l’assenza di ogni possibile strumento di elaborazione che sia capace di dare senso allo spazio che necessariamente si pone fra il singolo e chi lo governa a costituirne il limite più evidente. Se la caduta totale delle “intermediazioni” assume un significato negativo per la sopravvivenza delle categorie della politica e della democrazia, essa ha un riflesso particolarmente negativo per il mondo della giustizia. Se vi è difatti una istituzione civile intrinsecamente e inevitabilmente (ci scapperebbe qui un ontologicamente) coessenziale alla “mediazione” è proprio la giustizia. L’atto stesso del giudicare e il processo non sono altro che una mediazione fra interessi contrapposti: la libertà e l’autorità. Nulla della giurisdizione, ivi compresa la necessaria funzione svolta dai difensori, può sopravvivere all’annichilimento di tale fondamentale funzione politica e civile. L’idea, ora vincente, che tra il decisore e il cittadino non possa e non debba esservi nulla che si frappone a quel felice rapporto, rende la giustizia un istituto incomprensibile e insopportabile. L’idea stessa che un giudice o un pubblico ministero possano autonomamente ed indipendentemente decidere della qualificazione di un fatto, della esistenza di un illecito, della responsabilità di un ente o di un soggetto, della necessità o meno di una cautela, magari utilizzando un proprio incomprensibile armamentario giuridico, entra evidentemente in rotta di collisione con la purezza e con la trasparenza di quell’idillio che si è oggi instaurato fra governato e governante. Appaiono in linea con questa idea di fondo le dichiarazioni del presidente del Consiglio sulla lentezza-inutilità della giustizia, e le affermazioni formulate dai vicepresidenti in occasione dei tragici fatti di Genova, che postulano giudizi trancianti e inoppugnabili che di gran lunga esautorano ogni parallelo intervento giudiziario (inutile residuo di un ancien régime travolto e superato dai fatti). Tali appaiono le tracotanti affermazioni del Ministro che decide della libertà personale dei migranti, che sentenzia se sia legittimo usare esseri umani come ostaggi. Se un tempo la giustizia era oggetto di un rispettoso interesse da parte della politica, e ogni partito sperava di governarne le funzioni, con finalità più o meno edificanti, oggi il vero rischio è quello di un collasso strutturale ben più grave. Quello di una magistratura vista come intralcio al rapporto diretto con i cittadini. Quello di politici autocrati che si autoinvestono di un vastissimo potere di giudizio, che sostituisce quello giudiziario, e che si fanno dunque giustizia da sé in nome del popolo sovrano, riscattandolo e vendicandolo dai soprusi. Che non vogliono attendere le sentenze, che non vogliono magistrati a valutare la sussistenza o meno dei diritti, da quello alla legittima-difesa-che-è-sempre-legittima, a quello del richiedente asilo. Liberi dai lacci e lacciuoli della giurisdizione e dell’amministrazione, riassumono in uno tutti i poteri. Dall’incubo della “repubblica giudiziaria” governata dai magistrati a quello del politico Leviatano che si fa “giudice vendicatore a furor di popolo”.

Francesco Petrelli, segretario Camere Penali


  

Al direttore - Considero molto ben costruito l’articolo sul metodo Ilva e Autostrade pubblicato il 23 agosto. Esso parte dal presupposto che il governo sia ben consapevole dei limiti della Babele delle richieste che si stanno rivolgendo e dei limiti dei moniti, nonché delle procedure che si stanno avviando, in specie nel caso di Autostrade e che si agisca così per rafforzare la posizione “contrattuale” dimenticando, però, il segnale negativo che così si dà ad altri effettivi e potenziali contraenti con lo stato. E’ una possibile interpretazione. Io, però, formulo anche l’altra, verso la quale propendo: la confusione, la contraddittorietà, la mancanza di ponderazione sotto i diversi profili, giuridici, economici, politici, sono reali e sono accettate per i loro effetti comunicazionali di brevissimo periodo che rendono bene; poi verrà il momento in cui il re sarà nudo. Tutto ciò avviene, altresì, nell’inconsapevolezza, perché diversamente si sarebbe dei perfetti sadomasochisti, di quanto dichiarazioni, proponimenti e impegni della specie incidano sulla credibilità anche della prossima manovra di politica economica, con un effetto-alone. Insomma, tra la lucida preordinazione e il netto prevalere dell’incompetenza e dell’ex abrupto, in funzione della scelta populista, potrebbe prevalere la seconda spiegazione o un mix delle due. Con i più cordiali saluti.

Angelo De Mattia

    

Caro De Mattia, mi sembra che l’unico filo conduttore da seguire per capire questo governo sia la logica dello sfascio del passato e anche nei casi in cui il passato non viene del tutto distrutto l’incertezza che si viene a creare porta a una perdita di credibilità che vale quanto una nuova tassa sul futuro del paese. Il momento in cui il re è nudo non deve ancora arrivare ma è già arrivato: bisogna solo avere il coraggio di ammetterlo.

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