lettere al direttore
Come, nel caso di Siher, si è spostata l’attenzione dai fatti alla pena
Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa
31 OTT 26

Youssef Siher esce dal carcere di San Vittore il 28 ottobre 2026 (foto di Paolo Salmoirago per Ansa)
Al direttore - Dopo gli scontri di piazza del 17 e 18 ottobre, Youssef Siher avrebbe diffuso il vademecum “Rivoluzione, istruzioni per l’uso”. Secondo diverse testate giornalistiche, il documento conteneva questa frase: “Se le forze di sicurezza ci impediscono di proseguire il corteo, gridiamo i nostri slogan e proviamo a sfondare i loro sbarramenti”. La pubblico ministero vi aveva ravvisato un’istigazione a nuove violenze, ma la gip ha respinto la richiesta di custodia cautelare, osservando, anche, secondo le ricostruzioni giornalistiche, che gli scontri erano ormai già avvenuti. Non pretendo certamente di esaurire, così, la valutazione dell’intera ordinanza di 37 pagine ma mi soffermo soltanto su questo punto: l’istigazione contestata dal pm non riguardava gli “scontri” già conclusi, ma gli “scontri” che quelle parole avrebbero potuto provocare. E mi chiedo se proprio le violenze appena avvenute non potevano dare all’invito a “sfondare gli sbarramenti” il preciso significato di ripetere ciò che era successo. La Cassazione insegna che la capacità di un messaggio di spingere a commettere reati va valutata considerando anche il contesto, i destinatari e gli eventi precedenti. Non basta dunque leggere quelle parole da sole: occorre leggerle nella situazione concreta in cui furono diffuse. Orbene, gli scontri precedenti non potevano, perciò, rafforzare, anziché escludere, la capacità dell’invito di suscitare nuove violenze? Siher resta presunto innocente e solo al giudice spetta valutare tutti gli elementi. Ma il rispetto di questo principio e della valutazione del giudice non impedisce di discuterne un passaggio che mi sembra logicamente debole: il fatto che le violenze fossero già avvenute due giorni prima, da solo, non spiega perché quell’invito non potesse incoraggiarne altre.
Rodrigo Merlo, magistrato in pensione
Il punto importante mi sembra anche questo. Le misure cautelari a carico di Youssef Siher – misure onestamente eccessive, come abbiamo avuto modo di raccontare da subito sul Foglio – hanno avuto l’effetto di spostare l’attenzione da una questione rilevante: da ciò che ha fatto a ciò che gli è stato inflitto. Se applichi una misura sproporzionata rispetto al fatto che ti viene addebitato, il fatto sparisce e resta solo la misura. Forse, se al posto del fermo si fosse scelta un’altra strada, come suggerito ieri su queste pagine da Guido Salvini, ovvero una misura di prevenzione con alcuni divieti anche stringenti, ma non il fermo, non il carcere, sarebbe stato possibile tenere conto di un punto non irrilevante: che le sue comunicazioni potessero contenere un incitamento a commettere reati futuri. La prossima volta, magari, si troverà un modo di adottare misure che possano essere giuste e che non siano costruite solo per fare notizia.
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Al direttore - La consistenza associativa dell’Unione dei sindacati di base (Usb) è imparagonabile con quella della Cgil. Così il suo potere contrattuale nelle relazioni industriali (ha un certo peso solo nel pubblico impiego). Ma, come hanno dimostrato lo sciopero generale di ieri e quello di due anni fa a sostegno del popolo palestinese, la sua capacità di mobilitare le piazze non è trascurabile: al contrario, compete con quella della confederazione maggioritaria. La ragione è semplice: parole d’ordine sindacali, slogan politici e sistema di valori (anticapitalismo e pacifismo etico) sono ormai pressoché identici. Non deve sorprendere, quindi, se l’Usb si sta affermando come un concorrente temibile per Maurizio Landini nella galassia del “dissenso conflittuale” – centri sociali, antagonisti, collettivi studenteschi, movimenti pro Pal, formazioni della sinistra radicale. “Quia ventum seminabunt, et turbinem metent” (“E poiché semineranno vento, raccoglieranno tempesta”, Libro di Osea, versetto 8,7).
Michele Magno
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Al direttore - Gentile direttore, avendo seguito fin dall’inizio il progetto – che ha già visto la pubblicazione di 24 schede per conoscere l’Ebraismo, redatte insieme all’Unione delle Comunità ebraiche italiane – mi permetto di intervenire sulle analoghe schede per conoscere l’Islam, pubblicate dalla Cei e dal Pontificio Istituto di Studi arabi e di Islamistica (Pisai), a qualche giorno di distanza dalla presentazione avvenuta presso l’ambasciata d’Italia presso la Santa Sede.
Noto infatti, in alcuni interventi, un netto travisamento, se non una totale deformazione del senso e degli obiettivi di questa operazione che – sulle colonne del suo giornale – è stata raccontata addirittura come la trasformazione dell’ora di religione in ora di islamizzazione. Alcune precisazioni saranno utili a chi volesse andare oltre questa fake news. La prima riguarda l’oggetto di cui stiamo parlando. Le schede per conoscere l’Ebraismo e l’Islam sono uno strumento pensato per gli autori dei libri scolastici per l’insegnamento della religione cattolica (Irc), affinché, nel redigere i loro testi, possano attingere a fonti autorevoli e certe, sfuggendo a sempre possibili semplificazioni o imprecisioni. Va da sé che la qualità del prodotto rende le schede utili anche a chi voglia approfondire questi temi per la sua formazione e cultura personale. E’ la ragione per cui le schede sono messe a disposizione di tutti e per cui sono coinvolti istituzioni e redattori – cattolici ed ebrei per le prime, cattolici e musulmani per le seconde – fra i massimi esperti in materia.
Ma dunque nell’insegnamento scolastico della religione cattolica si parla anche delle altre religioni? Sì e non da oggi. Le indicazioni didattiche del 2012 per l’Irc – adottate con decreto del presidente della Repubblica, su proposta del ministro dell’Istruzione, previa intesa con la Cei, che ne garantisce la conformità con la dottrina della Chiesa cattolica – comprendono anche obiettivi come “conoscere le origini e lo sviluppo del cristianesimo e delle altre grandi religioni individuando gli aspetti più importanti del dialogo interreligioso” (Primo ciclo d’istruzione) e “valutare il contributo sempre attuale della tradizione cristiana allo sviluppo della civiltà umana, anche in dialogo con altre tradizioni culturali e religiose” (Secondo ciclo). Ma questi sono solo alcuni dei temi affrontati, ben più numerosi. Solo per fare qualche esempio, lo stesso documento chiede anche di “costruire un’identità libera e responsabile, ponendosi domande di senso nel confronto con i contenuti del messaggio evangelico secondo la tradizione della Chiesa” e “valutare la dimensione religiosa della vita umana a partire dalla conoscenza della Bibbia e della persona di Gesù Cristo, riconoscendo il senso e il significato del linguaggio religioso cristiano”. Nessuna islamizzazione, dunque.
Un’ultima opportuna precisazione riguarda il pensiero della Cei circa l’insegnamento della religione cattolica nella scuola. Per conoscerlo basta sfogliare il documento pubblicato nel dicembre 2025, dal titolo: “L’insegnamento della religione cattolica: laboratorio di cultura e dialogo”, in cui i vescovi italiani ripropongono tale disciplina come attuale per il tempo presente, secondo la forma derivata dall’intesa concordataria, ricordando che “è compito dell’Irc alimentare la conoscenza della Bibbia attraverso una lettura frequente delle sue pagine, per familiarizzare gli alunni con i suoi personaggi principali e con gli episodi della storia della salvezza, avendo sempre presente che il nucleo centrale di tutta la Scrittura rimane la figura di Gesù Cristo, che deve essere conosciuta nella sua precisa identità storica e teologica”. Spero così di aver fugato gli ultimi dubbi sull’identità e la prassi dell’insegnamento della religione cattolica, che vede ogni giorno oltre 20 mila insegnanti, nella stragrande maggioranza laici, entrare nelle classi con grande competenza, motivazione e passione educativa. Con stima.
Noto infatti, in alcuni interventi, un netto travisamento, se non una totale deformazione del senso e degli obiettivi di questa operazione che – sulle colonne del suo giornale – è stata raccontata addirittura come la trasformazione dell’ora di religione in ora di islamizzazione. Alcune precisazioni saranno utili a chi volesse andare oltre questa fake news. La prima riguarda l’oggetto di cui stiamo parlando. Le schede per conoscere l’Ebraismo e l’Islam sono uno strumento pensato per gli autori dei libri scolastici per l’insegnamento della religione cattolica (Irc), affinché, nel redigere i loro testi, possano attingere a fonti autorevoli e certe, sfuggendo a sempre possibili semplificazioni o imprecisioni. Va da sé che la qualità del prodotto rende le schede utili anche a chi voglia approfondire questi temi per la sua formazione e cultura personale. E’ la ragione per cui le schede sono messe a disposizione di tutti e per cui sono coinvolti istituzioni e redattori – cattolici ed ebrei per le prime, cattolici e musulmani per le seconde – fra i massimi esperti in materia.
Ma dunque nell’insegnamento scolastico della religione cattolica si parla anche delle altre religioni? Sì e non da oggi. Le indicazioni didattiche del 2012 per l’Irc – adottate con decreto del presidente della Repubblica, su proposta del ministro dell’Istruzione, previa intesa con la Cei, che ne garantisce la conformità con la dottrina della Chiesa cattolica – comprendono anche obiettivi come “conoscere le origini e lo sviluppo del cristianesimo e delle altre grandi religioni individuando gli aspetti più importanti del dialogo interreligioso” (Primo ciclo d’istruzione) e “valutare il contributo sempre attuale della tradizione cristiana allo sviluppo della civiltà umana, anche in dialogo con altre tradizioni culturali e religiose” (Secondo ciclo). Ma questi sono solo alcuni dei temi affrontati, ben più numerosi. Solo per fare qualche esempio, lo stesso documento chiede anche di “costruire un’identità libera e responsabile, ponendosi domande di senso nel confronto con i contenuti del messaggio evangelico secondo la tradizione della Chiesa” e “valutare la dimensione religiosa della vita umana a partire dalla conoscenza della Bibbia e della persona di Gesù Cristo, riconoscendo il senso e il significato del linguaggio religioso cristiano”. Nessuna islamizzazione, dunque.
Un’ultima opportuna precisazione riguarda il pensiero della Cei circa l’insegnamento della religione cattolica nella scuola. Per conoscerlo basta sfogliare il documento pubblicato nel dicembre 2025, dal titolo: “L’insegnamento della religione cattolica: laboratorio di cultura e dialogo”, in cui i vescovi italiani ripropongono tale disciplina come attuale per il tempo presente, secondo la forma derivata dall’intesa concordataria, ricordando che “è compito dell’Irc alimentare la conoscenza della Bibbia attraverso una lettura frequente delle sue pagine, per familiarizzare gli alunni con i suoi personaggi principali e con gli episodi della storia della salvezza, avendo sempre presente che il nucleo centrale di tutta la Scrittura rimane la figura di Gesù Cristo, che deve essere conosciuta nella sua precisa identità storica e teologica”. Spero così di aver fugato gli ultimi dubbi sull’identità e la prassi dell’insegnamento della religione cattolica, che vede ogni giorno oltre 20 mila insegnanti, nella stragrande maggioranza laici, entrare nelle classi con grande competenza, motivazione e passione educativa. Con stima.
Ernesto Diaco, già responsabile del Servizio nazionale della Cei per l’insegnamento della religione cattolica