La libertà di dire sciocchezze e il pericolo di considerarle proposte politiche

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

28 OTT 26
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Foto ANSA

Al direttore - Sono d’accordo con Maurizio Acerbo: inneggiare a Hamas non dovrebbe essere reato. Come non dovrebbe esserlo inneggiare al duce, a Pol Pot o ai nazisti dell’Illinois. Neppure aprire una pagina Instagram o un gruppo Telegram per sostenere idee, non importa quanto deliranti, dovrebbe condurre in galera. Tanto meno, Youssef Siher dovrebbe essere accusato di vilipendio alle forze armate. Anzi, tale reato non dovrebbe proprio esistere, così come i reati di vilipendio della nazione, della Repubblica e del suo presidente, della bandiera e della religione. Nel passato sono stati condannati individui illustri tra cui Giovannino Guareschi, Pier Paolo Pasolini, Oliviero Toscani, Umberto Bossi e Eva Klotz. Sono condanne di cui nessuno dovrebbe andare orgoglioso – men che meno quelli che dissentivano dalle parole che le hanno originate – e che rappresentano una delle più subdole e resilienti (pare si dica così) eredità del fascismo. Si chiama libertà di espressione e vale soprattutto per quelli da cui ci sentiamo più distanti. Molti la invocano a seconda delle convenienze. C’è invece un modo semplice per dimostrare la corrispondenza coi valori che si proclamano: battersi per abolire i reati d’opinione, tutti, inclusi vilipendi e apologie varie. Sono d’accordo con Acerbo, dicevo, ma ora che ho spiegato perché temo che lui non sarà d’accordo con me.
Carlo Stagnaro
La libertà di dire fregnacce è una libertà non negoziabile, così come lo è anche quella di predicare l’odio. Il punto, rispetto al caso Acerbo ma anche al caso Youssef Siher, è un altro. Non è chi considera reati quei contenuti. Il punto è chi considera quei contenuti come delle pietre miliari per costruire un’alternativa di governo. Il punto, per capirci, è chi considera la propaganda di Hamas come punto di riferimento fortissimo di un nuovo pensiero progressista. Sulla libertà di poter dire sciocchezze – che è cosa diversa dal propagandare odio razziale o etnico, dall’istigare alla discriminazione e alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, come prevede la legge Mancino – solo una domanda: dove si firma?
Al direttore - Dalle colonne di questo giornale, sin dall’8 marzo, ripetiamo una tesi che nei salotti progressisti suona come una bestemmia: le politiche di genere, così come le abbiamo concepite, hanno fallito. Non per sabotaggio patriarcale, ma per inefficienza. Lo raccontano i numeri: in Italia l’occupazione femminile si aggira attorno al 53-54 per cento, contro oltre il 70 per cento di quella maschile. Ma la frattura non nasce solo in ufficio: nasce anche in casa. Con il primo figlio le traiettorie si separano: gli uomini restano al lavoro, molte donne ne escono. E’ la child penalty, una penale che si paga tra culle e pappe. Lo stato risponde con la liturgia burocratica. Ci si accapiglia sui dress code, si creano comitati di sole donne, come se il maschio fosse l’orco da espellere anziché l’alleato da richiamare ai doveri di cura. E si finanziano certificazioni della parità, audit e bollini: tanta carta, mentre le madri corrono tra ufficio e famiglia e i padri restano portatori di reddito. Nel mezzo ci sono i figli. Chi li cresce, quando gli adulti non hanno tempo né energie? Sempre più spesso la baby-sitter digitale. Lo smartphone, entrato in casa come cintura di sicurezza (“chiamami appena arrivi”), è diventato il luogo principale della socialità. Tra giochi, video e sfide, i ragazzi rischiano l’isolamento se restano fuori e l’esposizione senza difese se entrano. Le piattaforme lo sanno: l’attenzione dei minori è una risorsa da monetizzare. Negli Stati Uniti Meta e altri colossi affrontano cause sulle caratteristiche dei servizi e sui danni denunciati alla salute mentale dei ragazzi. La politica oscilla tra retorica securitaria e prediche pedagogiche. A scuola si vietano i telefoni e si irrigidisce il voto in condotta, ma troppo poco si fa per insegnare la gestione della frustrazione, il rispetto dell’altro, l’accettazione di un rifiuto. Non basta spegnere uno schermo per accendere un rapporto educativo. Servirebbe invece spostare risorse dalle certificazioni di facciata ai servizi: nidi accessibili, doposcuola con sport e comunità, coinvolgimento effettivo di entrambi i genitori, psicologi nelle classi. Formare i medici e gli ingegneri di domani significa coltivare non solo il sapere, ma il saper fare e il saper essere. La parità non si misura con un bollino aziendale: si misura anche dalla libertà delle madri di lavorare, dalla responsabilità dei padri di accudire e dalla capacità di non lasciare i figli orfani di adulti e ostaggio di uno schermo.
Erminia Giorno
Al direttore - L’arresto di Siher per i fatti di Milano mi ricorda l’esproprio giudiziario dell’Ilva. Casi diversissimi, ma il metodo è lo stesso. Clamore mediatico, colpevoli già confezionati e magistratura che fa un favore alla politica. Da garantista, mi vien solo da gridare: libertà (vigilata) a Siher e libertà (produttiva) all’altoforno di Taranto!
Corrado Beldì
Al direttore - Ma Youssef Siher non sarà per caso nipote di Mubarak?
Giuliano Cazzola
Al direttore - Le primarie “vanno fatte presto”, è “importante evitare il confronto a due”, e mandare armi all’Ucraina “significa alimentare una guerra che cresce su se stessa”. Sembra Giuseppe Conte, vero? E invece è Goffredo Bettini intervistato da Repubblica. Spiccicati.
Luca Rocca
Al direttore - Non pensa che anche gli avvocati, quelli che difendevano lo stato, abbiano fatto salti di gioia per aver perso la causa, visto che sono tra i beneficiati?
Renzo Catello
Chirurgico.