Condannare l'estremismo pro Pal, se si ha a cuore la causa palestinese

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

27 OTT 26
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Al direttore – Ho appena letto “La retorica pro Pal” sul Foglio di oggi (ieri per chi legge, ndr). E’ vero, nel dibattito sul movimento pro Pal c’è una tentazione speculare a quella che si vorrebbe denunciare: scambiare ogni solidarietà con i palestinesi per una forma di estremismo, ogni critica a Israele per un riflesso antioccidentale, ogni manifestazione per il sintomo di una deriva ideologica. L’Indonesia, il più grande paese musulmano del mondo, offre un utile controesempio: sostiene l’autodeterminazione palestinese e, sul piano diplomatico, riconosce anche il diritto di Israele alla sicurezza (dichiarazione del presidente Prabowo all’Onu nel 2025). Non è un modello senza contraddizioni, né una società immune da tensioni, ma ricorda che la solidarietà nazionale e religiosa non deve necessariamente trasformarsi in una guerra identitaria. Si può essere pro Pal senza essere pro Hamas, denunciare l’occupazione senza indulgere nell’antisemitismo, chiedere giustizia per i palestinesi senza fare della causa palestinese un pretesto per regolare i conti con l’occidente. La domanda, dunque, non è se la causa palestinese sia legittima, ma chi la rappresenti e a quale scopo. Una Palestina libera non dovrebbe essere il cavallo di Troia di un’ideologia illiberale, così come la condanna del radicalismo non può diventare un alibi per ignorare i diritti di un popolo. La convivenza non richiede equidistanza morale, ma coerenza nei princìpi. E il principio più semplice è anche il più difficile: nessuna libertà è credibile se per affermarsi ha bisogno di negare quella altrui. E i miei giorni in Indonesia mi hanno trasmesso il principio della Bhinneka Tunggal Ika, “unità nella diversità”, ovvero l’idea che persone di culture e religioni differenti possano condividere la stessa società. Non a caso a unire la Moschea Istiqlal e la cattedrale di Nostra Signora dell’assunzione a Guacarta, c’è il tunnel della fraternità.
Andrea Zirilli
Chi ha a cuore la causa pro Pal dovrebbe fare di tutto per condannare gli estremisti pro Pal. Se invece coloro che hanno a cuore la causa pro Pal scelgono di chiudere gli occhi di fronte agli estremisti pro Pal significa che anche i pro Pal in buona fede considerano l’esportazione dell’Intifada globale come uno strumento tollerabile. E considerare l’Intifada tollerabile vuol dire non scandalizzarsi quando la difesa dei diritti dei palestinesi diventa una battaglia contro il popolo ebraico.
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Al direttore – Commosso leggo oggi gli accorati appelli di Giovanni Bianconi e Lirio Abbate in favore del prefetto Renato Cortese, “un uomo che per una vita ha inseguito assassini, mafiosi e latitanti” come bene ricorda il vicedirettore del Giornale. Cortese affronta in Cassazione lo scoglio di una condanna in appello che può infliggergli una definitiva condanna al carcere per un reato di sequestro di persona da cui era stato assolto già una volta con una sentenza che la Suprema corte ha annullato. Sono commosso perché è bello vedere come il garantismo sia una fede che colpisce tutti prima o poi. E’ bello leggere che chi lo ha negato ieri in Mafia Capitale, quando imputati erano dei mascalzoni, si ricordi del principio di legalità per un valoroso servitore dello stato. Io e lei pensiamo invece che le garanzie e la Costituzione valgano per tutti e che quando si nega un diritto a un processo equo ai reietti il prezzo lo paghiamo tutti. Sinceri auguri a Renato Cortese che va assolto come Stasi e le molte vittime di Gratteri perché se sei assolto una volta in galera non ci puoi andare. E poco importa se tu sia “er cecato” o un eroe della polizia. La legge e il diritto sono uguali per tutti.
Cataldo Intrieri
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Al direttore - “L’attuale presidente del Senato si mise a capo di una manifestazione non autorizzata, organizzata dal Fuan, l’organizzazione giovanile del Movimento sociale italiano. Dall’interno di quel corteo non autorizzato, partì il lancio di una bomba a mano che uccise, con un colpo al petto, un agente di polizia di 22 anni”. Per queste affermazioni di Michela Ponzani, ospite di Lilli Gruber, Ignazio La Russa ha annunciato una querela per diffamazione. Per par condicio segnalo a Ponzani una dichiarazione di Massimo D’Alema del 21 luglio 1995 a Montecchio Emilia (Reggio Emilia), durante una festa del giornale satirico Cuore. Dal palco, il futuro presidente del Consiglio ammise: “Io ho fatto parte del movimento del ’68, ho tirato bombe molotov a Pisa, quando ero studente alla Normale”. Quelli erano tempi fatti così. Purtroppo stanno tornando.
Giuliano Cazzola